Violenza in carcere nel 2020: a Firenze è stata tortura
La Corte d’appello di Firenze ha condannato con rito abbreviato un’ispettrice della polizia penitenziaria e otto agenti per due aggressioni ai danni di un detenuto di origine marocchina e un italiano.
Le violenze, avvenute nel 2018 e nel 2020 nel carcere fiorentino di Sollicciano, sono emerse grazie alle denunce effettuate e le intercettazioni audio e video.
A causa delle botte, uno dei due uomini malmenati ha subito la frattura di due costole, mentre all’altro è stato perforato un timpano. Tutto sarebbe avvenuto nell’ufficio dell’ispettrice come punizione per discussioni di poco conto.
Nelle intercettazioni ambientali, alcuni secondini dichiaravano: «Gli hanno dato delle mazzate talmente forti che gli hanno rotto due costole», riferendosi all’aggressione al detenuto marocchino. «Quello era secco come un tavolo — commentava un collega — può essere che quando gli stai sopra con le ginocchia… ci sta che gliele sfondi due costole». Contestati nel corso delle indagini anche episodi di falso, sempre con protagonista la squadra di agenti che ha agito per coprire gli abusi. Come spesso è accaduto nella storia di questo paese. Tortura, falso e calunnia sono dunque i reati a loro contestati.
In primo grado l’accusa di tortura era stata derubricata in quella di lesioni ed erano caduti gli episodi di falso e calunnia. I giudici hanno invece ribaltato la sentenza di primo grado, confermando quindi che ciò che hanno subito le due persone in custodia è stata vera e proprio tortura.
La pena più alta inflitta in appello all’ispettrice Elena Viligiardi è di 5 anni e 4 mesi.
Per gli agenti le pene spaziano sui 4 anni e qualche mese.
Il processo di Firenze, come quello delle torture inflitte ai detenuti del carcere di Maria Capua Vetere sempre nel 2020, ha un grande valore simbolico. Sancisce infatti il fallimento di un modello penitenziario in cui è la violenza a far da padrona. Sia come metodo di contenzione sia come strumento di conservazione dei rapporti di forza all’interno di un carcere.
È necessario ricordare che le proteste che si sono diffuse nel 2020 in 80 diversi istituti penitenziari in Italia, denunciavano le mancate norme igieniche e di sicurezza anti-contagio, oltre che le restrizioni a colloqui in un momento in cui tutto il mondo affrontava la paura della Pandemia di Covid-19.
Durante quelle proteste nei primi giorni della pandemia, ferocemente represse dallo Stato, morirono 3 persone a Rieti, una a Bologna, 5 a Modena, 4 trasferite da Modena e decedute rispettivamente ad Alessandria, Parma, Verona e Ascoli, una a Santa Maria Capua Vetere. Centinaia i feriti di cui 177 detenuti vittime del famigerato massacro a Santa Maria Capua Vetere. Su quelle morti è scesa una coltre di silenzio e impunità tipiche del nostro paese
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