“Anche i partigiani però…” – Controffensiva dopo 40 anni di revisionismo storico?

Non è una novità che da circa una quarantina d’anni la storia della Resistenza sia sotto attacco. Il primo a contribuire a una ridefinizione della lotta di Liberazione (ma anche del fascismo) è stato Renzo De Felice, il quale ha agito, va detto, dall’alto del suo profilo di storico di eccezionale valore che, ai tempi, fu oggetto di accese contestazioni. Il varco da lui aperto è diventato, negli ultimi decenni, una vera e propria autostrada, raggiungendo livelli dei quali egli stesso, probabilmente, oggi si dorrebbe. Un altro passaggio epocale è avvenuto nel 1991 con l’opera dell’ex partigiano Claudio Pavone Una guerra civile, nella quale la Resistenza era interpretata come guerra a triplice significato: patriottica per la cacciata dei nazisti, civile tra fascisti e antifascisti e di classe tra le componenti rivoluzionarie molto forti nel movimento partigiano e la classe padronale. Quella che oggi ci pare una definizione abbastanza oggettiva, quella di “guerra civile” in tutto e per tutto simile a quella di Spagna, all’epoca sollevò grandi polemiche, non tanto per il significato in sé, ma perché la definizione era molto cara al reducismo repubblichino e agli ambienti neofascisti.

Ecco. Da quei giorni di 30 anni fa di strada se n’è fatta parecchia. E quella che doveva essere una ridefinizione della storia della Resistenza è diventata una vera e propria demolizione, anche grazie all’opera di Giampaolo Pansa iniziata nei primi anni Duemila (non certo paragonabile a un De Felice come qualità storiografica) e di tutti quelli che vi si sono inseriti, non ultimo Bruno Vespa. Questo percorso di revisionismo ha trovato terreno fertile in un Paese che è stato culla del fascismo e dove di fascisti, con nomi diversi e sotto spoglie differenti, hanno continuano a essercene milioni anche dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

C’è però una piccola novità nell’ultimo periodo. Nemmeno troppo piccola a essere sinceri. Dopo aver incassato il colpo per un lungo periodo è iniziata infatti una sorta di reazione storiografica alla continua opera d’infangamento della memoria della Liberazione. Il libro del 2019 Mussolini ha fatto anche cose buone di Francesco Filippi (Bollati Boringhieri), che fa il verso e deride una delle nauseanti cantilene della destra per giustificare la figura del Duce, ha avuto un ottimo riscontro di vendite e il suo sottotitolo è tutto un programma: Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo.

Ci ha pensato poi Laterza a produrre due libri che colpiscono nel segno (basta vedere le reazioni indispettite di tutta la fascisteria nostrana) con due titoli volutamente provocatori e molto pop(ulitsti) che deridono altre due frasi fatte cavallo di battaglia di tutti coloro che quando vedono un’immagine del Duce si emozionano. Stiamo parlando di E allora le foibe? di Eric Gobetti e di Anche i partigiani però…. di Chiara Colombini.  Ed è proprio quest’ultimo libro che andremo a recensire.

Ma prima va detto con onestà che a contribuire a fare giustizia della memoria di chi si è battuto in prima persona mettendoci la faccia e rischiando la vita contro il mostro nazifascista ci sta pensando anche Alessandro Barbero, con alcuni interventi a dir poco ispirati su via Rasella , sul 25 aprile, o sull’equiparazione tanto di moda tra nazifascismo e comunismo.

Ma andiamo al libro della Colombini. Nell’introduzione, oltre a ripercorrere come sia mutata in questi 75 anni e più la memoria della lotta di Liberazione nell’opinione pubblica, anche a seconda dell’evolversi delle vicende politiche interne e internazionali, è raccontato come nella battaglia delle due memorie contrapposte (quella dei partigiani e quella dei repubblichini) c’è una terza memoria, quella di chi decise di non schierarsi (anche questa una tipica tradizione italica). La cosiddetta “zona grigia” che, oggettivamente, per svariati motivi e anche involontariamente è più vicina alla memoria dei fascisti che a quella dei ribelli.

Uno degli innegabili meriti del libro non è tanto quello di aggiungere qualcosa di sconosciuto o poco noto alla storia della Resistenza, ma piuttosto quello di mettere in fila tutti i luoghi comuni della memoria revisionista e demolirli uno a uno. Cercheremo di ripercorrerli in modo rapido evidenziando i punti salienti di ogni confutazione.

Tutti rossi

Uno dei luoghi comuni diffusi sulla Resistenza è che sia stata costituita solo da comunisti e dunque, per sillogismo aristotelico, se la Resistenza era costituita da comunisti e i comunisti, come si sostiene oggi tra tanti, sono pari ai nazifascisti, allora la Resistenza è il male.

A parte la contestazione dell’equazione comunismo=nazifascismo che, citando un celebre storico, può essere confutata con la semplice frase: “Il nazifascismo ha un volto solo, il comunismo ne ha cento”, è innegabile che il ruolo dei comunisti con le loro Brigate Garibaldi sia stato fondamentale nella lotta partigiana, ma le componenti politiche della lotta di Liberazione sono state svariate. Il vero e proprio miracolo è, nonostante grandi momenti di tensione che arrivarono anche alle vie di fatto, la sostanziale tenuta dell’unità antifascista dall’8 settembre alla primavera ’45. Un vero e proprio miracolo, come detto, visto che la Resistenza aveva al suo interno dai monarchici agli anarchici.

Un altro elemento qualificante è che, l’8 settembre, nel momento in cui le strutture statali si liquefanno e nessuno dice più ai cittadini cosa fare e come comportarsi, la scelta di ribellarsi diviene una scelta sia eticamente valida che esistenzialmente coraggiosa, dal momento che ci si sta schierando contro quella che, a tutti gli effetti, è ritenuta una delle migliori macchine belliche della storia nonché una delle più sanguinarie della storia dell’umanità.

Inutili e vigliacchi

Altro leitmotiv falsamente oggettivo, ma in realtà molto vicino alle tesi neofasciste, è quello che inquadra la lotta partigiana come irrilevante sull’esito finale del conflitto. A parte il fatto che la lotta di Liberazione ha permesso all’Italia di riscattarsi agli occhi degli Alleati e del mondo dell’ignava ferocia del regime fascista che, va ricordato, nella Seconda Guerra Mondiale si è reso responsabile delle ignominiose e immotivate aggressioni di Francia, Grecia, Yugoslavia e Unione Sovietica. I partigiani, quindi, hanno smentito l’equazione italiani=fascisti, cosa che in Germania non è accaduta e per la quale dovremmo continuare a ringraziarli.

In aggiunta a ciò non si capisce perché la Resistenza avrebbe dovuto affrontare Wermacht e Waffen-SS in scontri campali quando le truppe tedesche erano state capaci di annientare o mettere in difficoltà eserciti grandi e ben preparati come quello francese, quello inglese o la stessa Armata Rossa. Va ricordato che, nell’estate 1944, nel momento di esplosione delle repubbliche partigiane, il Maresciallo Kesselring, comandante del fronte italiano, fu costretto a utilizzare nella guerra antipartigiana qualcosa come sei divisioni tedesche e, come ci ricorda Alessandro Barbero, è noto come alcuni geniali generali tedeschi siano stati capaci di ribaltare situazioni apparentemente disperate con ben meno che sei divisioni.

La violenza è colpa loro

Altra ricostruzione bugiarda e di comodo è quella che la violenza nazifascista sia stata responsabilità delle azioni partigiane. È vero che laddove ci sono state sanguinose rappresaglie, come nel caso delle Fosse Ardeatine, la memoria è complicata e lacerata, ma è altrettanto vero che, in un Europa sotto il tallone tedesco dove la strage e lo sterminio di migliaia di uomini erano prassi quotidiana (basti pensare che mentre i nazifascisti facevano le loro rappresaglie in Italia Auschwitz-Birkenau funzionava a pieno regime e sul fronte orientale morivano ogni giorno decine di migliaia di esseri umani) additare i partigiani italiani come responsabili della ferocia tedesca è quanto di più lontano dalla realtà possa esserci.

Rubagalline

È evidente che il rapporto tra partigiani (sempre bisognosi di rifornimenti) e popolazione contadina è un rapporto complicato e instabile, ma è innegabile che senza la simpatia diffusa delle masse rurali la Resistenza non avrebbe potuto sopravvivere alla ferocia dei rastrellamenti e della controguerriglia. I sentimenti più diffusi tra il popolo delle campagne erano la paura e l’odio verso i tedeschi, e questo fatto è così assodato che neanche il revisionismo più accanito e di parte è riuscito a contraddirlo. Per descrivere la complessità del rapporto e dei sentimenti dei contadini nei confronti dei giovani partigiani è utilizzata una suggestiva pagina di Una questione privata di Beppe Fenoglio.

Assassini

I revisionisti tendono a mettere in campo la consueta equiparazione semplificatoria secondo la quale se tutti, durante la guerra, hanno compiuto atrocità vuol dire che nessuno si salva. “Tutti colpevoli, nessun colpevole”, quindi. Ma quest’ultimo è un discorso troppo facile e vigliacco, che dimentica volutamente le responsabilità di chi ha portato l’Italia in guerra e di chi per vent’anni le ha imposto un regime autoritario che ha condotto il Paese al disastro più totale. Manca insomma volutamente un’analisi che riconosca chi stava dalla parte giusta e chi da quella sbagliata.

Questo vale anche per la cosiddetta “la resa dei conti” delle settimane successive all’insurrezione del 25 aprile. A parte i numeri gonfiati a sproposito delle vittime, con i neofascisti che straparlano di 300.000 morti quando, in realtà, i morti italiani nella Seconda Guerra Mondiale sono meno di mezzo milione, di cui quasi 200.000 caduti sui fronti di combattimento tra il 10 giugno 1940 e l’8 settembre 1943 e moltissimi, più di 50.000, tra i deportati e gli internati. Quello che si omette in malafede è sempre il “prima”. La violenza partigiana, insomma, si sarebbe scatenata senza motivo e non da 20 anni di dittature e 5 di guerra.

Il libro si chiude con una scena emozionante: Bella ciao cantata coralmente dalle finestre durante il lockdown della primavera scorsa. In un Paese dove tanti rimpiangono il Duce che scappava travestito da tedesco ci sono molti che denigrano chi si oppose armi in pugno al nazifascismo, ma ancora tanti, nonostante tutto, ricordano con ammirazione chi si mise in gioco in quei tremendi mesi degli anni Quaranta del secolo scorso.

 

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