Dominio – La guerra dei Cinquant’anni dei padroni contro di noi

“Le idee dominanti di un’epoca sono sempre state soltanto le idee della classe dominante”.
Karl Marx (dal “Manifesto del Partito Comunista)

Da molti anni si dibatte della controrivoluzione neoliberista che, partita negli anni Settanta, nel corso dei decenni ha scompaginato il fronte opposto (il nostro) abbattendo le conquiste sociali dei decenni precedenti e penetrando talmente in profondità che anche solo l’idea di pensare una società diversa è diventata una vera e propria eresia.

Nel libro “Dominio – La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi” Marco D’Eramo approfondisce e analizza punto per punto l’avvio della controrivoluzione neoliberista e come questa, dandosi obiettivi strategici di lungo periodo, è diventata la forza incontenibile e irresistibile che abbiamo imparato a conoscere.

Il primo passaggio descrive il modo in cui la destra, durante gli anni Sessanta, è riuscita a comprendere l’importanza dell’ideologia come strumento di battaglia politica. Una lezione che la sinistra, caduti Marx e il Muro, ha disimparato nel suo navigare a vista e accontentarsi di sopravvivere giorno per giorno.

A destra, al contrario, ci si rende conto di quali siano i punti forti della sinistra, e così i miliardari reazionari iniziano a finanziare copiosamente sofisticati “pensatoi” conservatori. Ne deriva il dispiegarsi di un attacco impetuoso su varie direttrici. Economia, università e giustizia diventano terreno di battaglia per imporre la supremazia ideologica.

E qui D’Eramo ci presenta un primo appetitoso aneddoto, che ci spiega come l’ideologia dominante sia capace di farci percepire come normale qualcosa che è ben lungi dall’essere tale. Racconta, per esempio, come il premio Nobel per l’economia sia stato inventato di sana pianta dalla Banca Centrale svedese e abbia iniziato a premiare in successione (e non a caso) economisti assertori del neoliberismo. Il tutto in contrapposizione con le politiche socialdemocratiche di cui Olof Palme era il fautore nel suo Paese.

Nel mondo anglosassone degli anni Settanta e, in forma crescente, nei decenni successivi, si assiste al proliferare delle fondazioni (favorito anche dal sistema delle deduzioni). Le fondazioni private movimentano enormi masse di denaro per scopi politici. Scopi politici favorevoli al capitale e al mercato, ovviamente.

Qui, D’Eramo si concentra su alcuni dei capisaldi teorici utilizzati come grimaldello per sconfiggere la sinistra.

La Scuola di Chicago, culla dell’ideologia dominante che ha utilizzato come terreno di sperimentazione delle sue teorie il Cile di Pinochet, cerca di dare della vita umana un’interpretazione totalizzante. Insomma, quello che un tempo faceva la filosofia e che nel Novecento ha rinunciato a fare, ora lo fa una scuola economica! Proporre una visione che spiega il mondo e i suoi perché. Una vera e propria dottrina ontologica.

La prima teoria fondamentale di questa visione ontologica è quella del “capitale umano”, secondo cui siamo tutti proprietari. Proprietari di noi stessi. Ne deriva che tutti noi, dai più ricchi ai più poveri, possiamo metterci in vendita sul mercato.

Il secondo grimaldello è la “law & economics” per cui, sintetizzando al massimo, è giusto tutto ciò che giova al mercato. Questa teoria ha una consistente ricaduta pratica. La destra capisce l’importanza dell’elemento giurisdizionale all’interno delle società, specie nel mondo anglosassone, dove le sentenze fanno giurisprudenza e dopo 30 anni di sentenze progressiste il ciclo si è invertito con le creazione e afflusso di giudici conservatori.

Il terzo “dogma” è la politica del debito come politica di controllo. Ne consegue la teoria dell’uomo indebitato e l’infelice destino dell’uomo debitore incapace di, come direbbe Marx, spezzare le proprie catene. Anche questo assioma ha pesanti ricadute politiche. Almeno dagli anni Ottanta assistiamo a periodiche crisi del debito in giro per il mondo, la cui risposta propone politiche neoliberiste che non risolvono il problema e che portano a nuove crisi cui le risposte saranno, nuovamente, politiche neoliberiste in un circolo vizioso senza fine. In aggiunta a ciò va detto che non tutti i debitori sono uguali. Ci sono debitori forti e prepotenti come gli Stati Uniti che possono permettersi di non pagare il loro debito e altri, come la Grecia, che devono mettersi in ginocchio e fare ammenda.

Il quarto elemento è che, a differenza di quanto il mainstream sostiene, lo Stato non muore. Tutt’altro! Lo Stato, alla faccia di tanta retorica neoliberista, non si estingue, ma viene anzi utilizzato per favorire il mercato, facendolo dilagare in ogni aspetto della vita sociale. Quando poi arrivano le ondate di crisi (2008, 2020) è proprio lo Stato a caricarsi sulle spalle l’onere di risolverle. In quei momenti la finanza si fa piccola piccola. Si inabissa. Così nessuno può additarla. Aspettando che la bufera passi.

Le conseguenze di questa nuova religione sono state devastanti per le classi più deboli. Eccone alcune.

Il sogno dei miliardari di un mondo senza tasse è sempre più vicino alla realtà e ci hanno anche convinto, a noi “normali” e poveri, che le tasse siano il male! Anche in questo momento di pandemia chi propone piccolissime patrimoniali viene additato come pericoloso bolscevico.

I liberal si sono letteralmente innamorati delle teorie neoliberiste e quindi i più fedeli esecutori dei dogmi di fede neolib sono diventati politici “di sinistra” come Clinton, Blair, gli ex-comunisti italiani…

Le diseguaglianze hanno iniziato a essere accettate come un dato di fatto indiscutibile e non si cerca né di contrastarle né di capire di chi è la colpa. Insomma “il mondo va così”. Una posizione pesantemente ideologica viene in sostanza fatta passare come pragmatica. Al massimo, con il sistema dei voucher, lo Stato invece che farsi  carico di abbattere la diseguaglianze offre ai poveri un po’ di soldi per sopravvivere e rimanere dentro al mercato.

Ma la vittoria più grande, come dicevamo all’inizio, è quella di aver convinto le persone che non c’è alcuna alternativa possibile.

D’Eramo chiude il cerchio tornando al punto di partenza, ma capovolgendo il paradigma iniziale. Egli infatti ci invita a fare con la destra quello che quest’ultima ha fatto con la sinistra cinquant’anni fa. Studiarla e copiarla.

 

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