Referendum – Mi sont de quei che disen NO!


mi-suntdequeichedisenno_logo
image-45731
Referendum costituzionale: le ragioni del nostro NO. E’ il momento di dire qualche parola chiara sul referendum di Dicembre.

E non, o meglio non solo, sul dettaglio della proposta di riforma, le più di 40 modifiche che verrebbero apportate alla legge fondamentale dello Stato, come cambia il Senato, come cambiano le competenze delle Regioni, le leggi di iniziativa popolare e gli stessi referendum futuri. Quello che ci interessa oggi è parlare del senso di questa riforma che, lo diciamo subito, ci sembra distante anni luce dai bisogni reali delle persone e del mondo e vicina, vicinissima, agli interessi dei grandi centri del potere economico e finanziario.

Vogliamo mettere in questione il perché oggi ci venga proposta questa modifica così tranciante; oggi in questo mondo e in questo contesto, oggi in questo momento storico, politico ed economico, oggi, che la crisi ancora determina le nostre vite, che il Paese è pieno di disoccupati, che alle nostre coste arrivano persone disperate a cui non sappiamo dare una risposta umana e civile, oggi che la gente muore nelle guerre misconosciute del mondo. Ci stanno dicendo, da tutte le fonti di informazione, continuamente e in modo falsamente oggettivo, che il senso di questa riforma è ridurre i costi della politica, cancellarne i tempi morti, rendere più efficace ed efficiente la gestione della cosa pubblica e la produzione di leggi. Beh, diciamolo con grande chiarezza: tutto questo è falso. Falso.

La Ragioneria Generale dello Stato – che non è un covo di pericolosi sovversivi – dice che il risparmio sarebbe di 58 milioni (la paga dei senatori). Restano tutti gli altri costi, perché il Senato resta lì, con meno senatori ma con tutta la sua struttura. Scompare il bicameralismo perfetto ma non il passaggio delle leggi da Camera e Senato, si ingarbugliano le competenze e le procedure, ma non ci sono tempi morti che vengano aboliti. Il tema vero è quello della governabilità. Il mantra delle cose che vanno fatte “entro ieri”, la velocità con cui si devono prendere le decisioni. Ma cosa significa e a chi giova questo decisionismo autoritario, questa idea per cui ogni cosa, perfino scrivere, discutere e varare leggi che determinano la nostra vita, può essere fatto in fretta, con l’unico obiettivo del fare per il fare. È un falso. È un modo per far passare l’idea che il presidio democratico, la partecipazione, la qualità della politica siano inutili. È un modo per dire che basta qualcuno che sappia decidere in fretta, e può mettere in pratica quello che decide, per risolvere tutti i problemi. È, di nuovo, la teoria dell’uomo forte tanto radicata nell’immaginario di questo Paese da esercitare ancora un fascino perverso.

La verità è che questa riforma disarma la politica e arma il mercato. O meglio arma il potere economico e finanziario che ha già messo le mani sulla politica e sulle sue competenze, e che è terribilmente infastidito dalle “lungaggini” che dovrebbero tutelare la democrazia e consentire di limitare le peggiori disuguaglianze e l’abuso del potere sui più deboli.
La riforma della costituzione è l’ultimo atto di un processo che va avanti da tempo: il Jobs Act ha smantellato i diritti del lavoro, le competenze delle Regioni tornano allo Stato, le leggi di iniziativa popolare triplicano il numero di firme necessarie, indire un referendum diventa più difficile.

Ma attenzione: quello che viene abolito non è all’oggi, per quello che la democrazia è attualmente, il controllo democratico dei cittadini sul potere, perché il potere politico è già stato esautorato da quello economico in un’Europa dominata dal mercato. Si stanno correggendo quei “difetti” delle costituzioni del dopoguerra sottolineati da J.P. Morgan (una delle più potenti banche d’affari del mondo, pesantemente coinvolta nella truffa dei mutui subprime che fece esplodere la crisi globale nel 2008), quali la debolezza degli esecutivi sui parlamenti, la possibilità delle regioni di decidere su alcune materie, la tutela dei diritti del lavoro e la possibilità di protestare contro le scelte dei governi. Se una parte del lavoro è già stato fatto, la riforma conclude un ciclo storico, perché amplifica il ruolo del potere esecutivo a discapito, definitivamente, di ogni forma di controllo e partecipazione.

Assemblea alla Statale di Milano per il NO al referendum costituzionale
image-45732

Assemblea alla Statale di Milano per il NO al referendum costituzionale

Non è difficile: la legge elettorale prevede che il partito (il partito, non la coalizione) che vince le elezioni avrà la maggioranza dei seggi alla Camera. La riforma riduce il Senato a un ruolo talmente confuso e sgrammaticato da far pensare che tanto valeva abolirlo. Il governo decide l’agenda dei lavori parlamentari. Quindi la fiducia al governo si riduce a una questione interna al partito di maggioranza, il cui segretario/premier ha in mano tutte le decisioni. Insomma il risultato è escludere il pluralismo dal parlamento, neutralizzare la rappresentanza e concentrare il potere in un solo potere e in una sola persona.

Non è strano che i centri del potere finanziario prima ancora che politico si stiano schierando a favore della riforma, perché semplificare i processi democratici significa, per come è concepita la riforma, accentrare i poteri. È vero che le decisioni potranno essere prese più velocemente, ma tutta questa velocità giova soltanto a chi sul potere politico può esercitare pressioni. Il tema non sono le analisi politiche, il tema è come si esprimono le banche, l’ambasciatore americano, Marchionne…e da ieri addirittura Obama… La riforma della costituzione è il simbolo più forte e tangibile, e il tassello che mancava al sistema in cui viviamo. Gli istituti della democrazia non sono compatibili col governo finanziario del mondo, che ha bisogno di velocità, decisionismo, poche chiacchiere e fare le cose, spicciarsi, sbrigarsi. L’idea che ci sta dietro è che la politica non deve interferire col mercato, perché il mercato non tollera altre leggi che le proprie. È il potere politico che si svende definitivamente alle lobby finanziarie.

Ma in conclusione dobbiamo dircelo: abbiamo un problema. Il problema è che nemmeno il sistema vigente fino ad oggi restituisce la possibilità di una vera partecipazione della popolazione al processo decisionale che la riguarda. Questo perché ci troviamo davanti al fallimento della democrazia e dello Stato Nazione, e non solo per il predominio dell’economia, bensì perché manca di fatto una prospettiva che ci faccia uscire da questo stagno tutto istituzionale. La “decisione” deve tornare a fare parte di un processo di confronto tra i cittadini attraverso un dialogo diretto con la rappresentanza. Quello che dovremmo fare è tendere verso questo traguardo riportando al centro l’organizzazione nel territorio da parte dei cittadini. Restituire potere ai comitati, alle assemblee di zona, alle municipalità, riportare la politica al centro partendo dal basso può essere la chiave che apre la porta giusta. Non è utopia e in alcuni territori c’è già chi si organizza in questo senso.

Non possiamo e non vogliamo unirci quindi né alla schiera di chi gioca pericolosamente col populismo e parla solo di costi e privilegi, di chi cavilla su ogni virgola di un testo complicato e di una noia mortale, e neanche, lo diciamo ovviamente con maggiore rispetto ma con la stessa nettezza, di chi difende la Costituzione sempre e comunque ancorandosi ai linguaggi e alle immagini di un passato glorioso. Votiamo NO per tenere aperta una possibilità di alternativa a questo corso delle cose e a una totale impossibilità di intervenire e interferire e decidere sulle scelte politiche che ci riguardano. Non si tratta solo di mettere un argine al dilagare del capitalismo finanziario e predatorio più sfrenato, ma di darci strumenti diversi per continuare a lottare. Il campo è sempre uno solo: migranti, ambiente, diritti del lavoro, questioni di genere, dignità dell’essere umano, democrazia, solidarietà.

Troviamo le parole e l’entusiasmo per continuare a lottare contro questo stato di cose, e dirle anche attraverso questa campagna referendaria che può e deve parlare oltre il mero “Renzi a casa”, un percorso per dire NO a tutte le riforme fatte finora e che verranno fatte da una democrazia che oggi, di tale, ha solo il nome. Per questo da oggi inizieremo un percorso verso un NO che sappia parlare dei conflitti, perché il nostro NO non si accontenta di rifiutare la riforma costituzionale, ma vuole andare a rimettere in discussione l’attacco frontale che è stato portato complessivamente ai nostri diritti.

Proseguiremo il dibattito con approfondimenti che andranno nello specifico del testo della riforma su MilanoInMovimento.

#MisontdequeichedisenNO

—–

Pubblicato da Matteo, il 22 novembre 2016 alle 23:05

Speak Your Mind

*