Massimo Adriatici condannato a 12 in primo grado per omicidio
Aveva sparato con un proiettile illegale in Italia, del tipo hollow point, cioè con un foro sull’ogiva pensato per provocare ferite più gravi, uccidendolo brutalmente.
Oggi Massimo Adriatici viene condannato in primo grado per l’omicidio di Younnis El Boussettaoui a 12 anni di carcere, superando perfino la richiesta dell’accusa, che era di 11 anni e 4 mesi.
La dinamica era risultata controversa fin dall’inizio, ma come spesso accade la presunta verità era già stata proclamata da esponenti istituzionali come la Lega: Adriatici avrebbe agito per legittima difesa, dopo un’aggressione violenta iniziata all’esterno di un bar in Piazza Meardi, a Voghera, da parte di El Boussettaoui — persona con disturbi mentali che, secondo alcuni, avrebbe dovuto essere espulsa in precedenza, così da evitare oggi “di piangere una vittima in meno”.
La verità processuale emersa oggi, però, è un’altra e restituisce un briciolo di giustizia alla famiglia di El Boussettaoui: omicidio volontario, dopo aver seguito e atteso l’uomo fuori dal bar per poi minacciarlo con la pistola.
Dopo casi certamente diversi nelle loro specificità, come quelli di Mansouri e Ramy Elgaml, il velo di impunità verso chi garantisce abusi contro i più deboli e marginalizzati si è nuovamente sollevato, mostrando l’essenza dell’ingiustizia che soggiace a uno stato di polizia — o forse, più semplicemente, allo stato del più forte.
Una famiglia oggi ha ottenuto una piccola forma di giustizia, che non cancellerà la perdita terribile subita. È poco, ma è necessario: perché anche poche crepe nel muro dell’ingiustizia possono essere l’inizio del suo crollo.
* in copertina il corteo a Voghera a pochi giorni dall’omicidio nel luglio 2021
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