West Climbing Bank – Il diario della prima settimana in Palestina

Questo è il diario della prima settimana di presenza del West Climbing Bank, una carovana di solidarietà internazionale, in Cisgiordania un territorio che, in linea teorica e anche in base agli accordi internazionali spetterebbe ai palestinesi, ma la cui continuità territoriale è stata, di fatto, per sempre minata dalla presenza di decine di colonie illegali israeliane. Le due carovane internazionali del WCB e del Gaza Freestyle sono arrivate in Medioriente proprio nel momento in cui la tensione è salita a livelli altissimi a seguito dell’attacco americano di ieri.


This is my land, Hebron – 3 gennaio 2020

Vedere la città di Hebron è un’esperienza intensa. In questi giorni trascorsi nella zona di Gerusalemme ci sono state raccontate le diverse sfaccettature che l’occupazione israeliana assume, ma trovarsi nel cuore della città vecchia le palesa in forma cruenta.

Hebron è una città particolare, un caso unico in tutta la Cisgiordania, in quanto una colonia si è sviluppata al suo interno. La parte antica della città è divisa in due: il piano inferiore è il vecchio mercato palestinese, mentre quello superiore è occupato dai coloni. Nonostante le occupazioni coloniali siano ritenute illegali dal diritto internazionale, nel protocollo di Hebron – stipulato in seguito alla strage della moschea del patriarca –l’insediamento israeliano è stato avvallato ed è stata prevista una divisione della città in due zone (H1 e H2). Questa rende alcune parti di Hebron inaccessibili, altre invece con specifiche limitazioni.

Come ci ha spiegato M.,uno dei pochi negozianti rimasti nella città vecchia, all’interno dell’area H2, i palestinesi possono percorrere alcune strade solamente a piedi, altre anche in automobile, mentre altre ancora sono del tutto inaccessibili.  Per questo può capitare che per percorrere distanze molto brevi sulla mappa, si è costretti a prolungare il percorso di diversi chilometri. Inoltre innumerevoli check point interrompono la maggior parte delle vie di comunicazione.

La sensazione, mentre si attraversa la parte occupata, è quella di camminare in una città fantasma – non a caso c’è una via soprannominata “ghost street”- in cui il largo impiego di militari è solo un pretesto per far sentire imprigionati i palestinesi in un luogo di cui sono già stati espropriati. Giovani militari stanno a proteggere una follia securitaria collettiva, difendono le recinzioni del vuoto che il progetto sionista ha creato, una precisa progettazione che costantemente preme e schiaccia il popolo palestinese.

È abominevole pensare che tutta questa crudeltà sia stata messa in atto per uno spazio totalmente vuoto, un territorio che viene utilizzato come museo a cielo aperto in cui i turisti sionisti vengono a vedere perché sia necessario scacciare gli arabi che si “ostinano ad esistere”, dove i giovani soldati vengono addestrati  immaginando un nemico che si annida ovunque.

Quando abbiamo raggiunto il check point per entrare nella ghoststreet, la nostra guida aveva già iniziato a spogliarsi prima ancora di superare i tornelli, abituato alla serie di rigidi controlli dei militari: spesso capita infatti che le persone vengano costrette a stare in mutande, aspettando di ricevere il permesso di superare il check point. La violenza qui sembra essere ormai una cosa normalizzata: una scena ci ha particolarmente colpito, ad un checkpoint un soldato israeliano in servizio giocava sorridendo con due bambini, permettendo loro di toccare il secondo caricatore del fucile automatico che lui aveva in mano.

Nella parte occupata della città vivono ancora alcune famiglie palestinesi che vengono sottoposte a censimenti quotidiani, durante i quali, in caso di mancata risposta o di momentanea assenza per qualsivoglia motivo, coloro che non sono presenti perdono la propria casa. Ad Hebron, se ti ammali e sei costretto a trascorrere alcune notti ricoverato in ospedale, vieni privato della casa. Per questi motivi le famiglie, costrette a lasciare sempre qualcuno a presenziare per non vedersi espropriate dei propri beni, non escono mai tutte assieme dalla loro abitazione.

In questa città emblema dei conflitti, delle follie e delle contraddizioni che quotidianamente caratterizzano la vita della popolazione palestinese, abbiamo incontrato Nisreen, pittrice palestinese che, rischiando molto data l’estrema vicinanza della propria abitazione con gli insediamenti israeliani, accoglie i visitatori internazionali per testimoniare loro la vita di soprusi che, assieme ai suoi figli, è costretta a subire e gli abusi quotidiani perpetuati nei loro confronti dai coloni. Ci ha raccontato di suo marito Hashem, medico palestinese, morto nel 2015 a causa di un’insufficienza cardiaca: non fu permesso all’ambulanza di superare i check point della città vecchia e di raggiungerlo per salvargli la vita. È impossibile descrivere la grandezza della sua ospitalità: ci ha impressionato la forza che questa donna ha dimostrato, trattando argomenti che per lei risultano sicuramente essere ferite ancora aperte e dolenti. Con questo link è possibile vedere il video che lei stessa ci ha mostrato, una storia di Hashem che raccoglie sia spezzoni di alcune sue interviste ad opera di un gruppo di italiani cui lui aveva fatto da guida ad Hebron, sia la storia della sua morte.

Facciamo nostro il suo invito, venite a vedere con i vostri occhi quello che accade qui perché le parole non sono sufficienti a farlo comprendere.


Imagine you have all this water, but you are thirsty​ – 31 dicembre 2019

L’associazione BADIL, creata nel 1998, è un’organizzazione volta a promuovere i diritti dei rifugiati palestinesi. La loro proposta è portare attività di advocacy nei tribunali internazionali cercando una soluzione basata sui diritti umani garantiti per chiunque. È anche fondatrice e cofondatrice di altre numerose organizzazioni sparse in tutto il mondo a sostegno dei diritti dei rifugiati palestinesi.
Insieme a Laylac, è uno dei nostri punti fermi nella relazione con il popolo palestinese.

Anche quest’anno abbiamo quindi incontrato i suoi volontari per un racconto dettagliato e puntuale della storia palestinese e dell’attuale situazione geopolitica. Ciò ci permette da tre anni di attraversare la Cisgiordania con la dovuta consapevolezza.

Come negli anni passati l’incontro è stato ricchissimo di spunti e informazioni; grazie all’attenzione di una compagna metteremo a disposizione nei prossimi giorni un documento più completo, mentre in questa pagina di diario ci limiteremo a ricordare alcuni dei passaggi che ci hanno colpiti di più.

Dopo la guerra dei sei giorni, nel 1967 e la seconda grande ondata di trasferimenti forzati operata dalle forze armate israeliane, al fine di qualificarsi all’opinione pubblica mondiale come una forza di pace Israele ha iniziato una politica articolata in più azioni per stritolare lentamente e, senza più clamore, il popolo palestinese. E’ il sistema dei permessi l’esempio principe di questo progetto: un insieme di 103 permessi che un cittadino palestinese deve rispettare per poter vivere. Tale sistema vale anche per i cittadini israeliani di origini palestinesi e per i palestinesi residenti nelle zone B e C. Di fatto per qualsiasi aspetto della propria vita (libertà di movimento, attività economica, persino avere la possibilità di fare i documenti per i nascituri) il cittadino palestinese deve fare richiesta di uno specifico permesso. Così facendo la vita quotidiana diventa un calvario di attese ed è perennemente sotto il controllo del governo israeliano.

Dopo l’approvazione della legge sullo stato nazione del 2018 Israele inserisce nella sua costituzione l’Apartheid: tale legge infatti sancisce che per avere pieni diritti civili e politici è necessario essere di discendenza ebraica.

Nella più grande “democrazia del medio oriente” quindi esistono colonie per ebrei americani ed europei da cui sono esclusi ebrei di origini africane, in cui non è previsto elettorato passivo per cittadini di origini palestinesi ed è negato il diritto di tornare nelle proprie abitazioni precedenti al 48. Avviene inoltre che  questi ultimi, sin dal 1948 per ristrutturare la propria abitazione in territorio israeliano o costruirne di nuove per i figli non ottengano il permesso. Questo li obbliga a spostarsi nelle zone ad esclusivo controllo palestinese, abbandonando cosi il territorio nativo all’esclusivo controllo israeliano.

Il relatore ci ha fatto notare che secondo il diritto internazionale la resistenza contro un invasore dovrebbe essere un diritto garantito in tutte le sue forme, da quella non violenta alla lotta armata, ma la propaganda sionista si è sempre impegnata per screditare la lotta palestinese etichettandola come terrorismo. Anche i partigiani erano considerati terroristi dalle forze di occupazione:quali sono i criteri per definire il terrorista tra le parti in causa, e chi li stabilisce?

Un altro aspetto riguarda le risorse naturali: le alture intorno a Betlemme è da sempre un territorio ricchissimo d’acqua, ma Israele oggi vieta ai palestinesi di utilizzarla in quanto risorsa strategica per i propri cittadini. Peggio: gli israeliani la estraggono non solo per le proprie colonie nella zona ma anche per il resto del paesi e la rivendono ai palestinesi stessi.

Dopo la riunione a Badil siamo partiti per il tour di Betlemme e pur essendo al terzo anno di visite,  grazie ai compagni di Laylac, siamo riusciti ad avere nuovi scorci della città e nuovi spunti di riflessione sul conflitto, iniziando dal muro di separazione posto da Israele nel 2003 ben oltre la green line (occupando così un ulteriore 10% del territorio palestinese della West bank) ed è prova evidente della pressione materiale e psicologica che Israele esercita sulla popolazione. Nel corso degli anni vari street artists hanno voluto disegnare il muro come atto politico per puntare l’attenzione sulla questione. La situazione, con l’andare del tempo, è degenerata e i murales hanno via via perso il loro contenuto politico per diventare un’attrazione turistica. Le comunità a ridosso del muro preferirebbero che questo non venisse cosi tanto “abbellito” ma che tornasse ad essere visivamente brutto tanto quanto è orrendo il suo scopo.

Abbiamo potuto scoprire che Israele ha offerto le prestazioni dell’azienda che ha costruito il muro in regalo agli Stati Uniti come ringraziamento per aver riconosciuto Gerusalemme come capitale.

Più tardi, a bordo dell’immancabile pulmino dell’associazione abbiamo potuto notare la rapida avanzata palpabile di anno in anno delle colonie sulle colline intorno a Betlemme che proseguono nel loro progetto. I coloni israeliani vorrebbero accerchiare Gerusalemme senza soluzione di continuità, costruendo una fila ininterrotta di insediamenti lunga più di 50 km con la quale accerchiare la città santa, passando anche per la zona di Betlemme. La messa in opera di questo dispositivo mira anche a ribaltare l’equilibrio demografico della zona.

Prima di arrivare a Laylac ci siamo fermati al cimitero dei Martiri. Qui sono sepolti coloro che sono morti per la propria militanza politica, il più giovane ad appena 12 anni. Tutta l’area è curata e gestita dai rifugiati di Deisha con particolare attenzione vista l’importanza nella cultura locale della sepoltura. Durante la presentazione la nostra guida ci ha spiegato che in quel solo cimitero sono seppelliti 15 suoi amici: 15 persone che nella propria morte continuano a dare senso alla lotta e valore al desiderio di giustizia del popolo palestinese.

Nota di amarezza purtroppo immancabile, nel 2001 quando il cimitero era appena stato aperto un gruppo di coloni è entrato di notte vandalizzando le lapidi.

Dopo un rapido giro per le strade del campo di Deisha, siamo tornati a Laylac per una presentazione del centro e delle sue attività. Laylac è un centro culturale autonomo che rifiuta il finanziamento da qualsiasi tipo di ente o istituzione internazionale. Cosi facendo mantiene la propria autonomia, fondamentale per poter “parlare di problemi politici”  all’interno del campo. L’UNRWA a suo tempo aveva già aperto dei centri culturali giovanili nei campi profughi del West Bank,ma erano state escluse dalle attività e dai dibattiti le tematiche scottanti riguardanti le condizioni di vita nel campo.  Proprio da un gruppo di ragazzi e ragazze che rifiutavano questa limitazione “sulla politica” è nato in seguito Laylac. Nei suoi 15 anni di attività l’associazione ha sostenuto innumerevoli iniziative culturali ed artistiche volte a sviluppare nel campo senso critico tramite “l’educazione popolare”. Ovvero l’insieme di forme educative formali ed informali, autogestite, con cui il popolo palestinese costruisce da 70 anni il bagaglio culturale necessario a sopravvivere, come comunità, all’occupazione.


I muri sono fatti…per essere scalati! – 30 dicembre 2019

Oggi siamo stati al centro culturale Amal Almustakbal, nel campo profughi di Aida, dove abbiamo costruito la paretina di arrampicata per fare allenare i bimbi e le bimbe del campo. Il centro è stato fondato da un gruppo di donne come asilo durante la prima intifada per permettere ai/alle bambine di portare avanti la propria formazione quando vennero chiuse le scuole e per proteggerli dai bombardamenti.

Tra queste donne c’era Amal, che è stata una forte sostenitrice dell’importanza dell’educazione come strumento di liberazione e si è impegnata fin dall’inizio nell’asilo, oltre a questo iniziò a fondare gruppi femministi e decise di impegnarsi in prima persona nella lotta di liberazione palestinese imbracciando le armi,diventando poi martire nell’89. Da quel momento l’asilo venne dedicato a lei, Amal significa speranza e Amustakbal futuro, quindi “Amal al Amustakbalcioè speranza nel futuro.

Il centro culturale continua oggi a offrire molte attività per bimbi e bimbe del campo tenendo fede  all’intento iniziale in modo che possano avere una formazione adeguata e continuare a combattere contro l’oppressione israeliana che cerca di tagliare loro ogni possibilità.

Quest’anno il nostro obiettivo era costruire la paretina”; qui e oggi ci siamo riusciti: 12mq di parete per 260 ragnetti  e oltre 50 prese già montate consumando soltanto 80 falafel, un ottimo risultato.

Di contorno abbiamo trovato il tempo di aiutare i compagni e le compagne del centro in alcuni lavori di manutenzione dello spazio, realizzare un murales con Andala versione climber e tenere attività musicali nella strada davanti al centro, sempre piena di bambine e bambini. Le due chitarre a disposizione erano continuamente contese per imparare qualche nota, mentre l’ampia sezione ritmica batteva con gli strumenti improvvisati su tamburi costruiti con materiali di riciclo. Le energie sembravano infinite e il fracasso, mischiato alle risate, iniziava a sembrare buona musica.

È la seconda parete in un campo profughi intorno a Betlemme, pensiamo sia l’occasione per i bimbi di provare un gioco nuovo che possa diventare qualcosa di più, uno sport che li aiuti a prendersi degli spazi e a trovare respiro dove ogni centimetro gli viene sottratto. Significativo è stato vedere come i bambini si rendessero conto che stavamo lavorando per creare qualcosa per loro e, per questo, volessero diventarne parte attiva, partecipando loro stessi alla costruzione. Ci hanno aiutato così ad avvitare viti e bulloni e fissare prese e appoggi.

Questo è un ulteriore passaggio del nostro progetto originario, portare l’arrampicata libera in Palestina come pratica sportiva a disposizione del popolo palestinese. Nelle giornate del 31 dicembre e del 2 gennaio, torneremo alla falesia di Battir insieme ai bimbi e le bimbe di Laylac e di Aida, sulle vie che abbiamo chiodato lo scorso anno.

Mentre eravamo impegnati nella costruzione della paretina ci siamo resi conto che nelle vie del campo erano in corso manifestazioni e scontri con le forze dell’autorità palestinese: i ragazzi di Aida sono scesi in piazza per protestare contro la mancata liberazione di un giovane del campo, incarcerato per motivi non ancora chiariti. La vita nei campi profughi è particolarmente amara quando si vive la realtà di una doppia occupazione.

Il 31 dicembre e il primo gennaio sono giorni speciali per il campo di Aida e per il centro Amal Almustakbal, si ricorda la vita di Amal, il suo impegno per la comunità e il suo coraggio. Siamo davvero soddisfatti di aver concluso il nostro piccolo progetto in tempo per queste date, speriamo di aver dato un ulteriore elemento di rilancio e aggregazione.


Piece or Pieces? – 29 dicembre 2019

Nella seconda giornata di viaggio abbiamo visitato Gerusalemme. Questa volta ci ha accompagnato in uno splendido giro per le vie laterali della città vecchia una guida palestinese, originaria del Ciad. M. ci ha raccontato episodi di microstoria e portato nei luoghi nascosti dove ora si consuma il confronto tra coloni israeliani e nativi palestinesi.

“Quant’è grande la città vecchia?” M. ci spiega che in un solo km quadrato, convivono più di 35 000 persone provenienti da tutto il mondo. Ci racconta come, durante la sua infanzia, l’elevato numero di persone in così poco spazio permettesse una vita comunitaria: la città vecchia era come una grande famiglia, non solo si mangiava insieme in una quasi totale e piacevole assenza di privacy, ma era di per sé difficile definire univocamente cosa fosse la città. Mille religioni e mille culture si mischiavano in un grande melting pot.

Oggi la situazione è diversa: il progetto politico sionista, infatti, prevede l’espropriazione di case palestinesi a beneficio dei coloni. Spesso ciò accade in modo subdolo: rivendicando come loro proprietà le case che sorgono su presunte tombe ebraiche, espropriandole per motivi politici, oppure con metodi ancora più originali. Capita anche che, tornando dai festeggiamenti di un matrimonio, ci si ritrovi i coloni in casa: impossibile sgomberarli.

Un raro caso in cui i palestinesi, dopo solo 15 anni di attesa burocratica e diverse migliaia di dollari spesi, sono riusciti a riprendere possesso delle loro abitazioni lo scopriamo quando M. ci fa notare due case più recenti rispetto a quelle circostanti. Qui, infatti, a seguito dei lavori di costruzione della fognatura da parte di coloni israeliani, due edifici abitati da palestinesi avevano subito gravi danni strutturali. L’amministrazione della città, constatati i danni, si era adoperata per abbattere i due edifici e nel mentre aveva fornito una sistemazione provvisoria in albergo ai residenti evacuati. Fin qui, tutto bene. Passati 21 giorni, abbattuti i due edifici, le famiglie palestinesi si sono però ritrovate non solo senza la loro casa ma anche senza il permesso di ricostruirla per il decennio successivo.

Percorrendo la strada che porta al Muro del Pianto, M. ci racconta del desiderio sionista, per fortuna rimasto solo tale, di rendere questa strada percorribile unicamente da ebrei. “We want peace”: questo è ciò che gli israeliani dicono di volere. “Do they really want peace? Or they want pieces?”. Dietro la pubblica intenzione di un futuro di pace per la propria popolazione, gli isrealiani paiono nascondere l’ossessiva ricerca di un territorio totalmente purificato ed a loro uso esclusivo. La futura terra promessa viene così costruita: rubando, occupando, strappando con la violenza pezzi di terra al popolo palestinese.

M. ci tiene a sottolineare come, nonostante tutti gli uomini e le donne “nascano nudi” e uguali, alcuni ritengano di avere più diritti di altri. C’è differenza fra “education to power and power of education”: i coloni israeliani paiono ricevere esclusivamente la prima.

Education of power insegna che il successo personale si ottiene solamente con l’oppressione. Il modello coloniale israeliano è la massima espressione di questa forma di organizzazione sociale basata su accumulazione e dominio.


West Climbing Ba(n)ck! – 28 dicembre 2019

Siamo tornati a casa l’anno scorso portandoci dietro la voglia di ripartire ed eccoci di nuovo qua in Palestina con tanti altri progetti e mille idee. Come ogni anno, l’immancabile benvenuto non si è fatto attendere: scali interminabili negli aeroporti europei con  bagaglio perso dall’efficiente organizzazione israeliana, seguito da doppio passaggio all’interrogatorio per recuperarlo (!), corse notturne per afferrare l’ultimo pullman ed un tassista troppo zelante che cerca di consegnarci alle strutture militari israeliane (!!)… tutto questo non ci ha fermato e siamo quindi arrivati a notte fonda nel nostro centro culturale d’adozione – Laylac – nel campo profughi di Deisha-Betlemme.

Ultime dalla Palestina:

Come ogni anno, i giorni pre-partenza vengono funestati dalle dichiarazioni dell’amministrazione statunitense: Mike Pompeo – Segretario di Stato USA – ribadisce che le colonie israeliane fuori dai territori stabiliti dopo la guerra dei sei giorni sono, secondo lui, legittime. La legislazione Trump avvalla nuovamente i tentativi coloniali di Israele, nulla di nuovo sotto il sole. Noi caparbiamente siamo di nuovo qui per portare il nostro sostegno al popolo palestinese che resiste da oltre 70 anni alle arbitrarie vessazioni della “più grande democrazia del medio oriente”, Israele. Ieri nel primo giorno, dopo aver lasciato i bagagli e aver ritrovato i volontari\e di Laylac, ormai nostri amici, con cui negli anni passati abbiamo chiodato le pareti rocciose di Battir, visitato i luoghi simbolo e conosciuto i protagonisti e le protagoniste della lotta di resistenza palestinese in tutta la West Bank, ci siamo diretti al campo profughi di Aida.

Quest’anno parte del nostro progetto consisterà nel costruire una piccola parete di arrampicata indoor per i bambini\e del centro culturale Amal Amustakbal. Per ora ci siamo accontentati di prendere le misure e comprare il materiale necessario per i lavori che ci impegneranno nei giorni successivi. Durante la nostra permanenza abbiamo previsto anche delle uscite insieme ai piu piccoli e alle piu’ piccole dei due centri culturali per proseguire nel nostro intento di portare l’arrampicata in Palestina come presidio di difesa del territorio naturale dall’espansione delle colonie israeliane. Nel frattempo ritroveremo le nostre amiche e i nostri amici sparsi per la Cisgiordania e vi terremo aggiornati\e sulle loro novità.

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