West Climbing Bank – Il diario della seconda settimana in Palestina

Riprendiamo il diario della seconda settimana di permanenza in Cisgiordania del West Climbing Bank.


Valle del Giordano: la guerra per l’acqua – 5 gennaio 2020

Dopo interminabili ore di viaggio, numerosi checkpoint israeliani, l’ennesimo pranzo a base di pollo e riso, arriviamo a Bardala, villaggio palestinese situato nella valle del fiume Giordano, dove si trova la comunità che ha dato vita al progetto “Jordan Valley Solidarity”. Dopo la cena (sempre pollo e riso, per non venir meno alla nostra dieta palestinese), R. ci ha presentato la situazione del loro territorio.

La presentazione di R. è stata molto descrittiva nella prima parte, nella quale ci ha esposto il contesto territoriale e il suo sviluppo nel corso degli anni dal 1967 ad oggi.
La valle del Giordano, infatti, fino alla guerra dei sei giorni era sotto controllo della Giordania: l’occupazione israeliana è arrivata più tardi rispetto ad altre parti del West Bank e la maggior parte degli abitanti non sono rifugiati, in quanto hanno continuato a vivere nella propria terra, subendo però i soprusi degli occupanti. L’economia della valle si fonda principalmente sull’allevamento e l’agricoltura. Secondo gli accordi di Oslo, la valle è stata divisa nelle famose tre zone: la maggior parte è ricaduta in zona C, sotto controllo esclusivo israeliano. In particolare, il 56% della Jordan Valley è stata dichiarata “military zone”: si tratta di una zona utilizzata dai soldati israeliani per addestrarsi, in cui è vietato l’accesso agli abitanti autoctoni. Questa valle è infatti di grande importanza strategica per Israele, in quanto permette di controllare sia l’accesso al Mar Morto sia il confine con la Giordania: qualsiasi palestinese voglia arrivare al mare o passare in Giordania, è ora costretto ad attraversare i checkpoint israeliani. Prima del ’67, invece, non c’era bisogno di alcun passaporto.
Un ulteriore 15% del territorio è stato sottratto ai palestinesi dalle numerose colonie: in questa valle è sorta la prima colonia israeliana e, osservando la mappa, è diventato difficile trovare i villaggi palestinesi tra le decine di insediamenti illegali. Bisogna ricordare che, secondo l’articolo 49 della convenzione di Ginevra, è fatto divieto ad uno Stato occupante lo spostamento di propri cittadini sul territorio dello Stato occupato: l’ennesima legge del diritto internazionale che gli israeliani disattendono senza alcun tipo di sanzione.
È la risorsa idrica a giocare un ruolo essenziale nella lotta in questa parte di West Bank: le riserve idriche sono infatti totalmente sotto controllo israeliano, i palestinesi devono pagare le compagnie israeliane per poter accedere all’acqua che scorre nella loro terra natia. Per incentivare l’immigrazione di coloni in queste terre (che attualmente costituiscono il 13% della popolazione locale ma sfruttano l’86% delle risorse della valle), lo stato israeliano permette numerosi benefici fiscali. Ad esempio, le tasse sull’acqua sono il 75% in meno che nei territori palestinesi occupati. Come se ciò non bastasse, i water block (ostruzione dei canali di irrigazione palestinesi da parte dei soldati israeliani) sono una pratica comune e consolidata. Alcuni villaggi sono così costretti a pagare le autobotti per avere assicurata l’acqua potabile, ma anche qui succede spesso che i soldati israeliani confischino gli automezzi ai checkpoint, lasciando intere comunità palestinesi senza acqua per giorni e giorni. La risorsa idrica viene così utilizzata con il preciso scopo di spingere i palestinesi ad abbandonare le proprie terre, ed una terra incolta diviene immediatamente (secondo la legge israeliana) israeliana.
Ma la valle del Giordano non è soltanto area militare o area sottratta dalle colonie: l’1% del territorio è infatti cosparso di mine antiuomo ed un’altra parte è occupata dalla presenza del muro. Alla fine, solo il 15% del territorio si trova effettivamente in area A o B. Riguardo alle zone minate, lo scopo principale è quello di intimorire i palestinesi in modo tale da tenerli lontani dai loro terreni. In questo modo, i militari possono procedere allo sminamento e destinarli alle coltivazioni dei coloni: più del 70% dei datteri che arrivano in Europa dalla valle del Giordano, ad esempio, sono prodotti da coloni israeliani su terre confiscate a nativi palestinesi.
Un dato interessante che R. ci riporta è il fatto che molti coloni provengono da altri Stati (Russia, Europa, America): si tratta di sionisti attratti dagli incentivi economici dello stato israeliano, il più delle volte cittadini poveri che qui trovano una condizione di vita economicamente migliore che in patria. Israele, quindi, sfrutta anche la leva economica per incentivare l’arrivo di occupanti.
Un’altra parte del territorio palestinese, infine, è stato sottratto dagli israeliani per costituire delle riserve naturali. Qui l’accesso è vietato ai palestinesi, che non possono nemmeno utilizzare quei campi per l’allevamento o la raccolta delle diverse erbe utili nella cucina o nella medicina palestinese. In più, ogni primavera, vasti appezzamenti di terreni incolti vengono appositamente bruciati dai soldati israeliani in modo tale da non permettere il pascolo estivo ai pastori palestinesi.

Nella seconda parte della presentazione, R. ci ha invece descritto il lavoro che JVS porta avanti nella valle. Oltre a sostenere il BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzione) nei confronti di Israele (https://www.bdsitalia.org/), oltre ad ospitare gruppi di internazionali affinché possano vedere con i propri occhi cosa significa vivere sotto l’occupazione sionista, oltre a forme artistiche di resistenza come il teatro dove si mettono in scena spettacoli che parlano dell’occupazione, la JVS si occupa della costruzione di “sustainable buildings”. Utilizzando solo l’argilla e la terra locale, R. e gli altri e le altre costruiscono i mattoni necessari per abitazioni, scuole, cliniche (attualmente sono state realizzate 6 scuole, diversi piccoli presidi sanitari e più di 250 case). L’utilizzo della terra per costruire i mattoni è dovuto a due motivi. Da una parte, JVS dimostra un rispetto raro verso l’ambiente e la natura della valle: trattandosi di realtà contadine, questa attenzione si dimostra essenziale per la loro stessa sopravvivenza.
Secondariamente, i mattoni sono facilmente riutilizzabili. R. ci spiega infatti che, trovandosi in zona C, gli israeliani possono abbattere qualsiasi costruzione palestinese. In particolare, gli attivisti della JVS stanno attenti a costruire le case nell’arco di una giornata, costruendo il tetto contemporaneamente alle mura: i militari possono infatti distruggere direttamente la costruzione finché il tetto non è finito, ma se il tetto è costruito devono prima farsi emettere un’ordinanza di demolizione.
A fine presentazione, una donna del villaggio ci ha raccontato di quando i militari israeliani sono entrati in casa sua in piena notte. Ci ha stupito l’ironia e l’ilarità con cui questo avvenimento è stato raccontato. In pochi minuti, l’intera capanna è scoppiata in grandi risate. Anche l’ironia con cui la donna ha affrontato i militari (ad esempio chiedendo se poteva pagare la sanzione in rate mensili) è una preziosa forma di resistenza: rendere ridicoli i militari ed il potere sionista ha un profondo significato per  tutta la popolazione palestinese resistente.

Tornando a Laylac, abbiamo ragionato sulle diverse forme di resistenza che abbiamo incontrato in questi giorni. Alcune comunità palestinesi, infatti, portano avanti una lotta non violenta, volta alla preservazione delle loro condizioni di vita e della propria terra, mentre altri pongono l’accento soprattutto sul diritto al ritorno. Ovviamente, i primi sono principalmente realtà come Youth of Sumud (incontrati lo scorso anno ad At-Tuwani (http://www.westclimbingbank.com/youth-of-sumud-i-giovani-della-resistenza/) o JVS: si tratta di palestinesi che non sono rifugiati né internally displaced, e che quindi si concentrano sulla difesa della propria comunità. I rifugiati, invece, incentrano la loro lotta sulla volontà di tornare nelle case da cui sono stati allontanati nel 1948 o nel 1967. Ci è capitato di notare il disaccordo tra queste due visioni della lotta contro il comune oppressore israeliano.

Osservando questo disaccordo tra chi porta avanti la lotta con metodi e obiettivi diversi, ma contro un nemico comune, viene spontaneo paragonarlo a quello che viviamo in luoghi a noi più vicini. Con le dovute differenze (qui le comunità resistono ad un regime di occupazione militare ed apartheid quotidiano), anche nelle esperienze politiche che conosciamo e che viviamo si sviluppano spesso forti contrapposizioni.
Ma ci chiediamo: c’è una parte che ha ragione, ed una che ha torto? Ha senso delegittimare i metodi di lotta altrui? Quanto questa delegittimazione fa buon gioco all’oppressore di turno?


Climbing free in Battir – 2 gennaio 2020

Quest’anno abbiamo dedicato due giornate all’arrampicata, avremmo voluto far di più ma il meteo si è messo contro. Il 31/12 ed il 2/1 abbiamo passato la giornata interamente nelle falesie Battir, uno dei luoghi di natura incontaminata vicino Betlemme. Quella del villaggio e della valle di Battir è una delle pochissime storie in cui l’intervento di organismi internazionali è stato favorevole alla popolazione locale. Almeno in parte. Almeno fin’ora. Nel 2014, infatti, l’ UNESCO ha dichiarato questo villaggio agricolo patrimonio dell’umanità grazie al suo sistema di terrazzamenti risalenti a più di 2.500 anni fa. Tale decisione è stata presa durante una sessione d’emergenza con l’obiettivo di bloccare la costruzione del muro “di sicurezza” israeliano che avrebbe diviso in due il villaggio (di cui comunque un terzo si trova già nel territorio annesso unilateralmente da Israele, anche in questo caso ben oltre la linea verde del 1967) e distrutto il suo antico sistema di irrigazione.

La valle è quindi, per ora, salva dal muro ma…non dalla costruzione delle colonie. Mente scaliamo immersi nel verde, tra gli ulivi e i falchi che volano, in uno dei luoghi con l’aria meno inquinata nei dintorni di Betlemme, alle nostre spalle svetta la colonia di Har Ghilo, gemella di quella di Ghilo (una delle colonie dove non possono risiedere ebrei africani). Sono anni che i coloni tentano di allargarsi alle spese del paesino di Battir, che però vanta una resistenza che risale al 1948. Il vicino paese di Al-Walajeh ha già subito lo sradicamento di centinai di ulivi da parte dei sionisti: questo è l’ennesimo crimine che i coloni commettono verso i palestinesi, visto che la coltivazioni degli ulivi è una delle attività economiche più diffuse nel West Bank.

Per fortuna, l’arrampicata e la convivialità nella natura ci permettono di dimenticare, per qualche ora, il contesto in cui ci troviamo. Più di 40 bambin* e ragazz*, provenienti dai campi profughi di Deisha e Aida, ci tengon impegnati senza respiro per tutte e due le giornate di arrampicata.

Non vedono l’ora di scalare, di salire su quelle rocce grazie alle vie che abbiamo chiodato lo scorso anno. C’è chi fa pochi metri e poi chiede subito di tornare giù, ed è inutile insistere “yalla yalla!”. C’è chi invece scala meglio di noi (beh, non ci vuole tanto), e non si fa in tempo a legarlo che già è arrivat* in sosta. Altri preferiscono invece cantare e suonare le chitarre e gli altri strumenti che realizziamo insieme a loro: lattine buttate per terra si trasformano in maracas, piatti di plastica in tamburelli, vecchi cestini in tamburi e percussioni. Altri ancora si dedicano ai disegni e alla pittura.

In breve l’atmosfera si fa allegra e molto chiassosa (qualcuno rimpiange il silenzio delle falesie nostrane!), fino al pranzo a base di falafel e hummus gustato in loco. Al pomeriggio, si ripresenta la stessa scena.
Con alcuni di loro decidiamo di tornare ad esplorare l’ultimo settore chiodato l’anno scorso, quello coi tiri più duri e…ci commuoviamo guardando M. e A. che arrivano fino alla sosta senza demordere, nonostante le cadute e la stanchezza.

La scena si ripete uguale nei due giorni dedicati all’arrampicata, se non che il 2/1 dedichiamo qualche ora ad un breve corso di sicura: alcuni nostri compagni e compagne (istruttori in palestre del nord italia) spiegano come fare l’otto, come far sicura, come far manovra ai ragazzi ed alle ragazze più attente ed esperte. La nostra idea è, infatti, quella di renderli il più possibile indipendenti.

E’ essenziale che quelle falesie diventino un luogo frequentato: non solo un presidio permanente contro l’avanzata dei coloni, ma anche un momento di svago e di condivisione, dove le differenze di età e sesso vengono meno per godersi tutt* la natura ed imparare a rispettarla.

Nel tardo pomeriggio, il sole inizia a calare: è il momento di tornare nei rispettivi campi profughi, un po’ più leggeri e soddisfatti.

A’ sarà dura!

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