“El paro no para” – Corrispondenza dalla Colombia

Continuano gli approfondimenti di Radio Zeta-AM sulle lotte in giro per il globo. Dopo le puntate dedicate agli Stati Uniti e alla Bielorussia ecco una puntata, quella dell’11 maggio 2021, dedicata all’attuale situzione in Colombia. Il nostro ospite Manuel è membro del Banco de Memoria che è un collettivo di informazione indipendente che cerca di raccogliere materiale sulle lotte e soprattutto sulla repressione delle proteste di questi giorni per poter testimoniare ed eventualmente utilizzare il materiale in dei processi futuri. Parleremo soprattutto delle mobilitazioni nella città di Cali dove il nostro interlocutore risiede.

Purtroppo l’Occidente vive di una visione stereotipata della Colombia come se l’unico tratto distintivo di questo paese fossero i narcos e il traffico internazionale di stupefacenti. In fondo, stereotipi simili li vive l’Italia da sempre associata con la mafia. Qual’è secondo te il motivo di questa visione caricaturale?

Per caprie questo stereotipo bisogna capire come funziona l’industria dell’intrattenimento e soprattutto quella delle serie che hanno parlato della Colombia negli ultimi anni.
Non voglio negare che la Colombia sia un paese produttore di cocaina però questa visione concentrata solo sul narcotraffico indebolisce la nostra possibilità di espressione sociale e politica.
La “guerra al narcotraffico” è stata una scusa utilizzata dal governo per reprimere i movimenti sociali e per poter spendere soldi nelle forze armate in modo spropositato togliendoli all’istruzione, alla salute e ad altri settori fondamentali.
Come succede in Messico il narcotraffico è usato come cortina fumogena per nascondere i problemi strutturali e sociale dei nostri paesi causati anche dalle ingerenze statunitensi. Inoltre l’attenzione spasmodica sul narcotraffico attraverso le serie che in qualche modo rendono “eroiche” le figure di Pablo Escobar e di altri capi dei cartelli serve a sviare l’attenzione dai veri problemi del paese come la corruzione e la povertà.

La Colombia è un paese estremamente complesso e contraddittorio con ricche metropoli in tutto e per tutto simili a quelle occidentali e zone rurali ampie ed estremamente povere. Ci tracci un quadro della società colombiana?

Per capire la Colombia bisogna capire che è un paese dominato da grandi diseguaglianze.
Secondo i dati è il secondo paese dell’America Latina come livello di diseguaglianza dopo il Brasile.
Il fatto che abbiamo il 40% di povertà è importante per capire le ragioni dell’ampiezza e delle forza delle mobilitazioni di questi giorni. Le riforme iniziate col governo Uribe nel 2002 hanno portato a un ingrandirsi del divario tra città e campagna e anche all’interno delle città tra le zone più ricche e quelle più periferiche e povere.
Il 20% della popolazione più ricca detiene una quota di ricchezza uguale a quella del restante 80% della cittadinanza.
Il 50% delle case colombiane vive di economia informale.
A differenza delle proteste del 2019 che erano soprattutto della classe media le mobilitazioni di questi giorni stanno avendo un altro impatto perché coinvolgono la popolazione più povera. Fino a questo momento non avevamo ancora visto una mobilitazione così significativa degli strati più poveri della società. Essa è estremamente politica che critica aspramente la classe politica attuale.
Le lotte di questi giorni sono molto trasversali. Non ha un referente politico.
E’ una mobilitazione autonoma, locale e decentralizzata e orizzontale.
A Cali, per esempio, abbiamo 18 zone di resistenza molte delle quali vedono oggi una grande militarizzazione e presenza delle Forze dell’Ordine.
Mi sembra significativo darvi un po’ di numeri impressionanti sulle vittime della repressione:
-dal 28 aprile ci sono state 47 persone uccise da parte delle forze dello Stato.
-35 di questi morti sono di Cali.
-Si sono registrate 963 detenzioni arbitrarie.
-12 casi di violenza sessuale rivolti alle donne.
-514 scomparsi.
-28 vittime di ferite agli occhi.
-1.866 atti di violenza da parte dello Stato colombiano.

Mi piacerebbe farvi vedere come questa situazione, sebbene disperata mostri paradossalmente anche degli orizzonti di speranza.
Questo si vede dalla maggiore organizzazione e dal nascere di moltissimi collettivi rispetto agli ultimi 20 anni di governi di ultradestra.

Il coordinamento sindacale dei sindacati si è riunito ieri (10 maggio) col Presidente, ma non è stata una riunione soddisfacente.
Questo sottolinea la non volontà di pacificazione da parte del governo, ma una volontà repressiva che probabilmente continuerà nei confronti del movimento.
A Cali una parte della chiesa si è riunita con la Guardia Indigena e i comitati di quartiere.
I tavoli messi in piedi per cercare di creare un corridoio umanitario sono stati smantellati a causa di un attacco alla Guardia Indigena di due giorni fa (9 maggio) dove 9 persone sono state ferite da colpi d’arma da fuoco.
La decisione di intraprendere uno sciopero pacifico purtroppo ci sta portando ad avere molti morti.

Capire la politica colombiana con gli occhi di un occidentale non è sempre facile. Ci spieghi la tradizionale divisione tra liberali e conservatori? Che ruolo ha avuto Alvaro Uribe e la destra colombiana negli ultimi 20 anni invece?

La presenza dell’ultradestra in Colombia è un elemento che è andato costituendosi da molto tempo e si è concretizzata nel 2002 con l’elezione di Alvaro Uribe.
Da quel momento non abbiamo avuto la possibilità da parte della sinistra di avere una forza politica un po’ più combattiva.
Dal 2002 al 2016 sono riusciti a fare gli accordi di pace con le FARC cosa che stava migliorando l’economia del paese e dando speranza di un cammino pacifico.
Però negli ultimi anni ci sono stati svariati attacchi a sindacalisti, militanti di movimenti sociali ed ex-guerriglieri da parte paramilitare.
Da gennaio a marzo 2021 ci sono stati 52 leader sindacali e di movimenti sociali uccisi e 21 ex-guerriglieri delle FARC che avevano firmato gli accordi di pace.
Il paese è polarizzato e diviso tra chi vorrebbe proseguire sulla via paramilitare di quello che sostanzialmente è un narcostato e chi vorrebbe una politica più umana, pacifica e democratica.
Appena l’egemonia della destra in Colombia viene messa in discussione essa reagisce in modo violento violando ripetutamente i diritti umani.

Come ci hai anticipato la Colombia ha avuto un movimento guerrigliero durato per decenni e solo negli ultimi anni, con un complicatissimo processo di pace, si è arrivati alla fine (più o meno) della lotta armata. Ci racconti in breve questo processo?

L’elemento più importante per lo scippio della rivolta è stato probabilmente il mancato compimento degli accordi di pace.
Nel caso delle FARC la mancate realizzazione concreta degli accordi di pace da parte dello Stato ha creato la nascita di un gruppo di dissidenti che sta procedendo a un riarmo.
La riforma tributaria è la ragione specifica dell’inizio dello sciopero, ma le cause sono più profonde. E’ la tipica goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Le altre due cause sono: la riforma delle pensioni che è una questione molto delicata. E’ una riforma che attacca soprattutto le persone che stanno andando in pensione adesso e che lavorano da una vita.
E l’altro tema è la legge che si sta proponendo per “ristrutturare” per l’ennesima volta il sistema sanitario che già era messa male.
Abbiamo vissuto una privatizzazione profonda del sistema sanitario e ora ci si vorrebbe avvicinare al sistema nordamericano.
A questo va aggiunta una pessima gestione della pandemia da parte del governo attuale che ci ha fatto chiedere un prestito al Fondo Monetario Internazionale che oggi vogliono far pagare alla classe media e ai più poveri.
E’ un governo che fa gli interessi delle multinazionali e delle grandi imprese e che sottovaluta costantemente i problemi della parte più povera della popolazione.
Questo per dire che i poveri non hanno niente da perdere. Non c’è neanche la paura di perdere la propria vita. Il che è molto triste perché ogni vita è importante e non va messa in pericolo.
Ho già visto di Baltazar Garzon, il magistrato che ha intentato i processi a Pinochet, che avverte il governo colombiano che le sue azioni sono azioni sanzionali dalle corti dei diritti umani.
Questo si somma a diversi comunicati di senatori americani che invitano il governo a mettere fine alla repressione.
La situazione è così grave che due giorni fa la sede della Commissione di Verifica delle Nazioni Unite è stata attaccata da uomini armati filo-governativi.
Diverse forze sia statunitensi che europee si stanno concentrando su quello che sta succedendo in Colombia. C’è la speranza che il governo Biden applichi sanzioni al governo colombiano (che aveva appoggiato Trump) anche se va detto che negli anni proprio gli Stati Uniti sono stati il paese che ha fornito più armi alla Colombia per reprimere le proteste sociali.
Ieri ci sono stati 20 feriti da arma da fuoco nel settore di Siloe, 2 arrestati alla Portada, 2 feriti da arma da fuoco a Calipso e stiamo aspettando la conferma dell’omicidio di 3 persone.
Ogni giorno ci svegliamo con l’impressione che la violenza e l’aggressività del governo contro i movimenti sociali sia sempre più forte.

Perché pensi che Cali si sia trasformata nell’epicentro delle mobilitazioni?

Buona domanda.
Cali al giorno d’oggi è la città più importante a livello geopolitico locale.
Siamo considerati la capitale della zona sudoccidentale della Colombia.
Siamo la città più vicina al porto più importante del Pacifico: Buenaventura.
In più siamo collegati a una delle zone più critiche della Colombia che è il Cauca.
Cali è una città che è cresciuta moltissimo negli anni Settanta grazie all’industria della canna da zucchero e questo ha promosso la nascita di forti movimenti sindacali e sociali nella città. Questo ha fatto si che negli anni Ottanta e Novanta Cali avesse dei forti movimenti studenteschi, sindacali e rivoluzionari.
Questa situazione è stata destabilizzata tra gli anni Novanta e Duemila dalla forte presenza paramilitare e dal cartello del narcrotraffico.
E’ diventata un punto nevralgico per la distribuzione della droga.
Al momento si dice che Cali stia venendo occupata dal cartello messicano di Sinaloa che è fortemente collegato all’ex-Presidente Uribe.
Cali non è una città facile da controllare e che non smetteranno neanche di reprimere.
La situazione era calma per il fatto che l’estrema povertà facesse sì che la gente povera fosse molto indottrinata.
Ma dopo un anno di pandemia, senza appoggio economico dello Stato, non c’è più nulla da perdere perché la popolazione è allo stremo.
Cali era una pentola a pressione che prima o poi doveva scoppiare.

Ci sono prospettive per un accordo anche se poi, in Colombia, gli accordi vengono firmati e poi le autorità non li rispettano o lo sciopero andrà avanti?

E’ una domanda che ci facciamo in tanti ultimamente.
Lo Stato sta tentando di fare un esercizio dittatoriale che gli permetta di non dover firmare alcun accordo da rispettare.
La strategia è stata creare tavoli di dialogo con movimenti che non rappresentano lo sciopero, reprimere con forza il movimento, rivolgere il dialogo con settori dell’industria privata e provocare uno scontro civile tra diversi strati sociali.
Tutto questo per prendere tempo e far perdere di forza il movimento sociale.
A livello sociologicamente potrebbe funzionare quando però vai nei luoghi di resistenza ti rendi conto, la strategia governativa, al momento, non ha ancora colto nel segno e il momento della resa è lontano.
Ieri Puerto Resistencia, che è uno degli epicentri della rivolta, ha presentato al governo una lista di richieste:
-contratti di lavoro più umani.
-cancellazione della riforma pensionistica.
-ridurre i salari degli alti funzionari pubblici.
-eliminare i vitalizi degli ex-presidenti.
-processare i responsabili di abusi polizieschi durante lo sciopero.
-permettere una gestione assembleare dei budget delle amministrazioni comunali.
-ridurre la disoccupazione giovanile che è altissima.
-creare percorsi culturali e sportivi per lo sviluppo sociale.

Come potete vedere sono richieste assolutamente umane.

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