Hanno cacciato l’ICE dal Minnesota, ora il governo americano li processa: solidarietà ai Minnesota 15!
Il 16 giugno è stato reso pubblico a Minneapolis un atto d’accusa federale di 94 pagine contro quindici attiviste e attivisti del movimento che tra dicembre e gennaio ha resistito all’occupazione della città da parte dell’ICE. Il 1 luglio, davanti al tribunale federale, tutte e tutti si sono dichiarati non colpevoli. L’imputazione principale, tra gli otto capi contestati, è di aver cospirato per ostacolare o ferire un agente federale.
Il Minnesota 15 Defense Committee ha lanciato un appello alla solidarietà internazionale, arrivato anche alla nostra redazione. Lo rilanciamo.
Cosa è successo in Minnesota
Operation Metro Surge, lanciata dal Dipartimento della Sicurezza Interna il 1 dicembre 2025, ha portato circa quattromila agenti federali a occupare l’area metropolitana di Minneapolis-Saint Paul. Il governo l’ha rivendicata come la più grande operazione contro le persone migranti mai condotta negli Stati Uniti. Human Rights Watch l’ha definita una “manufactured crisis” (una crisi costruita ad hoc), che ha terrorizzato le comunità del Minnesota.
Migliaia di persone sono state sequestrate e deportate, altre migliaia aggredite; in poche settimane le agenzie federali hanno violato centinaia di ordini giudiziari. Il movimento anti-ICE si è così organizzato dal basso, difendendo i quartieri e i cittadini e le cittadine razzializzate: reti di osservatori legali, fischietti, mutuo soccorso. Le proteste erano già in corso quando gli agenti hanno cominciato a sparare: Il 7 gennaio l’agente ICE Jonathan Ross ha ucciso Renee Nicole Macklin Good, 37 anni, cittadina statunitense, mentre documentava l’operato degli agenti. Le autorità sostennero che stesse cercando di investire un agente, i video invece lo smentiscono. Il vicepresidente Vance disse che se l’era cercata; la segretaria Noem la definì “terrorista interna”. Il 24 gennaio agenti della polizia doganale e di frontiera (CBP) hanno ucciso in strada Alex Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva, mentre cercava di proteggere una donna aggredita dagli agenti. Non i primi omicidi, né gli ultimi. Certamente le gocce che hanno fatto traboccare il vaso.
La risposta è stata di massa. Il 23 gennaio, con temperature fino a -29 °C, oltre cinquantamila persone hanno attraversato il centro di Minneapolis per la giornata ICE Out of Minnesota: Day of Truth and Freedom. Niente lavoro, niente scuola, niente acquisti: più di settecento attività hanno chiuso. È stato, di fatto, il primo sciopero generale negli Stati Uniti dal Taft–Hartley Act del 1947. Ad aprile l’amministrazione Trump ha annunciato la fine di Metro Surge. Le piazze avevano vinto.
L’atto d’accusa
L’incriminazione descrive molte delle persone imputate come anarchiche e antifasciste (Antifa) – due categorie che la più recente strategia della Casa Bianca di antiterrorismo classifica come gruppi terroristici. Sono imputate in quanto “membri e associati” di Direct Action Minnesota, che il Dipartimento di Giustizia ha presentato come un gruppo di azione diretta “con legami Antifa”. Si tratta di una campagna di criminalizzazione che, con la riemersione di istanze socialiste anche in America, sta approdando in una retorica apertamente anticomunista, atta a giustificare invece politiche neofasciste e a difesa del capitalismo più sfrenato. La cornice è quella dell’NSPM-7, il memorandum presidenziale con cui l’amministrazione dirige le agenzie federali contro i propri oppositori politici, e dell’ordine esecutivo che designa l’antifascismo come organizzazione terroristica interna: una qualifica che non esiste in nessuna norma.
Molte di loro, scrive il Defense Committee, sono militanti sindacali che hanno avuto un ruolo determinante nell’organizzazione dello sciopero generale del 23 gennaio. Le prove? Messaggi Signal e post sui social. L’atto d’accusa elenca 269 “atti manifesti”, come pubblicare opinioni su Facebook, essere presenti a una manifestazione, partecipare a riunioni, indossare certi vestiti. Almeno nove riunioni risultano infiltrate da informatori o agenti federali: tra queste, come ha documentato Labor Notes, l’assemblea dei lavoratori tenuta allo United Labor Center di Minneapolis, a cui parteciparono centinaia di persone. Nel documento compaiono 53 riferimenti a “coimputati non incriminati”.
Le irruzioni raccontano il resto. Cal Robinet, 37 anni, elettricista sindacalizzato, ha raccontato a Unicorn Riot di essere stato svegliato alle sei del mattino da agenti in assetto militare con i fucili d’assalto puntati alla testa, e trascinato fuori in mutande sotto la pioggia mentre una troupe del Dipartimento della Sicurezza Interna filmava tutto. Gli agenti hanno tenuto sotto tiro le persone più giovani che vivono in quella casa – un rifugio per persone trans, colpito secondo Robinet proprio per questo – e rovistato tra la biancheria della sua compagna. Isaac Sant, 36 anni, operatore sanitario e primo nome dell’atto d’accusa, accusato anche di stalking interstatale per aver osservato agenti federali diretti in Wisconsin, ha fatto notare che se quello di cui è accusato è cospirazione criminale, allora lo sono anche le trecentocinquantamila persone che hanno partecipato alla resistenza. Ha già annunciato che rifiuterà ogni patteggiamento non offerto a tutte le persone coimputate.
Il giorno stesso della pubblicazione, l’accusa ha depositato un’istanza per far dichiarare il caso “complesso”: venti terabyte di materiale e novanta giorni in più prima di consegnare le prove alla difesa. Il 1 luglio il giudice non l’ha concessa. Tra le condizioni di rilascio resta il divieto di contatto tra le persone coimputate, che non possono parlarsi se non attraverso gli avvocati: l’avvocato difensore Jordan Kushner ha definito il caso come un’estensione della condotta repressiva federale dalla strada alle aule di tribunale. Non è un episodio isolato: dei circa trentasei procedimenti federali aperti in Minnesota contro chi ha difeso le persone migranti, metà sono già crollati prima del processo – diciotto archiviati, undici chiusi con accordi di non perseguibilità – per errori dell’accusa, imputazioni false o mancanza di prove. Nel frattempo, i procuratori federali del Minnesota si sono dimessi in massa.
Perché questi arresti ci riguardano
Questa grammatica repressiva ci riguarda poiché è espressione di una repressione generalizzata: laddove le persone si mobilitano contro la violenza fascista, i governi chiudono lo spazio democratico. In Italia è il caso del movimento per la Palestina: colpite le organizzazioni palestinesi, colpite le attiviste e gli attivisti riconducibili a spazi sociali, realtà conflittuali, sindacati. L’obiettivo è sempre il medesimo: colpire chi organizza, chi può determinare le piazze, chi è riconoscibile, chi è già marginalizzato, chi è razzializzato. E farne un esempio, affinché rivolte sociali come quelle dell’autunno in Italia non possano più accadere.
La repressione del movimento contro l’ICE ci riguarda ancora più da vicino dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto UE Migrazione e Asilo lo scorso 12 giugno. Il Patto liberalizza su scala continentale pratiche del tutto simili a quelle dell’ICE: dietro una retorica di “solidarietà obbligatoria” si nascondono retate fin dentro le abitazioni private sul solo sospetto di irregolarità, detenzione amministrativa di massa, deportazioni verso paesi d’origine “sicuri” o addirittura paesi terzi “sicuri”, screening biometrico dai sei anni in su e tanto altro.
Che l’ICE sia un modello, e non un’anomalia americana, non è una metafora. Greg Bovino, l’uomo che ha diretto gran parte di Operation Metro Surge, si è dimesso a marzo. Il 30 maggio era l’ospite d’onore di una conferenza dell’estrema destra europea in Portogallo, dedicata alla remigrazione, dove ha definito “amico” il suprematista bianco austriaco Martin Sellner. Ha appena aperto un comitato esplorativo per la corsa alla presidenza nel 2028. Le politiche americane muscolari contro la migrazione, condannate solo a parole, sono già qui.
Senza dimenticare la proposta di legge “Remigrazione e Reconquista” approdata in Parlamento in Italia, dopo aver raccolto 150mila firme.
E allora quello che il movimento del Minnesota ha costruito – la saldatura tra sindacati, comunità migranti e solidarietà di quartiere, fino allo sciopero generale che ha cacciato gli agenti federali dallo stato – potrebbe essere il futuro del movimento contro la remigrazione in Italia e in Europa. Una convergenza di questo genere può solo attirare la reazione.
Cosa possiamo fare
Il Minnesota 15 Defense Committee chiede dichiarazioni di sostegno dalle organizzazioni, contributi al fondo per le spese legali, amplificazione delle voci delle persone imputate, azioni di solidarietà nei territori. Ma soprattutto: chiede di mobilitarsi. Sant, uno degli attivisti arrestati, sottolinea che la cosa più importante, molto più di donare, è appunto continuare a scendere in piazza. Continuare a documentare e lottare. Perché è esattamente questo che l’amministrazione Trump vuole fermare. E Robinet aggiunge che quello che chiamano Antifa è “uno spauracchio”: vanno a prendersi chiunque dica loro di no. Non stupitevi quando toccherà a voi.
Drop the charges. Solidarietà alle compagne e ai compagni del Minnesota!
Siamo tutt* antifascist*!
Tag:
antifa antifascismo ice minneapolis razzismo repressione Stati Uniti
