Covid19 – Il brusco risveglio di Milano dal “sogno” post-Expo

“Anche Milano ha fame” titolava sabato 4 aprile a caratteri cubitali Repubblica in prima pagina nazionale. Un titolo degno di Lotta Continua dei tempi migliori. Seguivano due pagine di interessante reportage di Gad Lerner che accompagnava il servizio di distribuzione pasti del Comune impegnato soprattutto nelle periferie dove vecchie e nuove povertà si mischiano.

A poche righe dalla chiusura dell’articolo Lerner ricordava: “Qui però la priorità torna ad essere il mangiare. Da (via – ndr.) De André al Circo Orfei, è tornata la Milano dei poveri. E pensare che solo nel novembre scorso, a Palazzo Marino, il sindaco Giuseppe Sala e il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi, seduti fianco a fianco, potevano vantare una performance strabiliante: una crescita economica (+9,7%) doppia di quella nazionale, un Pil pro capite di 49 mila euro contro la media italiana di 26 mila, la disoccupazione ridotta al 6,4%”.

Se anche Repubblica, uno dei quotidiani che ha più spinto sull’immaginario della diversità di Milano si lascia andare a riflessioni così esplicite vuole dire che il lungo sogno iniziato nel 2015 sembra essere veramente arrivato al capolinea.

La prima pagina di Repubblica di sabato 4 aprile 2020

E’ stata la tragedia del coronavirus a svelare tutte le fragilità e i problemi irrisolti del “Modello Milano”: precarietà, caro-affitti, edilizia popolare in crisi perenne, ricchezza basata sulla rendita immobiliare, fasce di fragilità sociale soprattutto nelle periferie, servizi pubblici che, di fronte all’emergenza, faticano a farsi carico di tutti. Il Covid19 ha alzato il velo sullo sviluppo diseguale che ha caratterizzato gli ultimi anni di quella che viene definita “l’unica metropoli europea d’Italia”. Ma forse, proprio perché si tratta dell’unica metropoli europea in questo paese, Milano ha acquisito tutti i vizi e difetti che caratterizzano le grandi metropoli dell’Occidente opulento.

In un’interessante intervista su Fanpage non priva di onestà intellettuale l’Assessore milanese alle Politiche Sociali, Gabriele Rabaiotti ha affermato: “Credo però che andrà ripensato il ruolo del pubblico. È come se l’emergenza ci avesse costretto ad andare all’osso della vicenda. negli ultimi decenni abbiamo caricato la sfera pubblica di domande, istanze, esigenze che hanno gravato ma potevano anche essere soddisfatte con modalità alternative. Mentre ora abbiamo capito molto bene che alcuni temi – come la salute e la protezione della comunità – o li segue il pubblico o non li segue nessuno. Forse dopo la crisi sarà un ridisegno dell’impalcatura dell’azione pubblica che ora si disperde su molti fronti. Bisogna ragionare sul ruolo del pubblico a livello strutturale, è un tema che dovrà essere aperto”.

Dicevamo del grande sogno post-Expo.

Una narrazione tronfia e autocompiaciuta di come a Milano si vivesse nel migliore dei mondi possibili.

Non era una caso, del resto, se l’artefice di Expo 2015, Giuseppe Sala, dopo un’elezione zoppicante fosse diventato Sindaco della metropoli riuscendo subito a sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda emotiva dei milanesi e raggiungendo livelli di popolarità mai più visti probabilmente dai tempi di Aldo Aniasi, il Comandante Iso, sindaco socialista di Milano dal 1967 al 1976.

In molti (noi di MiM compresi), in questi anni, hanno cercato di suonare il campanello d’allarme evidenziando le falle e i rischi di questa “nuova Milano”. Falle visibili soprattutto quando si andava a fare un giro fuori dalla Circonvallazione esterna.

Per onestà, va detto che però, questa narrazione, in qualche modo, ha affascinato anche noi. Sarà che portava a riscoprire la “fierezza meneghina”, sarà che il “partito del fare” qui in città ha sempre avuto successo, ma anche noi non siamo stati immuni da alcuni temi abilmente sbandierati dal “Beppe”.

Ora però, siamo arrivati al brusco risveglio.

Sala, nonostante l’attivismo, fatica a riprendersi dal disastro d’immagine della campagna #Milanononsiferma e, a tratti, sembra un pugile suonato. A sua discolpa ve detto che, nei primi giorni dell’epidemia, la situazione era caotica e ognuno diceva, spesso a sproposito, la sua. Ma l’errore e il danno restano, così come la memoria della campagna che tanto successo aveva avuto sui social.

Da dove ripartire può quindi ripartire la metropoli?

Un’indicazione concreta su cosa fare nei prossimi mesi, ci sembra, la stiano dando le centinaia di persone che si stanno mobilitando quotidianamente dal basso per organizzare la solidarietà nelle varie brigate per l’emergenza. Brigate alle quali un grande contributo, si sa, ma guai a dirlo a voce troppo alta in giro, stanno dando molti centri sociali e strutture autogestite abitualmente guardate con diffidenza.

Solidarietà e aiuto trasversale e incondizionato quindi, senza tanti inutili distinguo. Si mandano i conti in rosso? Pazienza…non si vive di solo pareggio di bilancio!

Un’altra buona idea sarebbe intervenire sugli affitti senza affidarsi al buon cuore dei proprietari di casa. Sì perché gli affitti continuano ad essere riscossi nonostante la situazione di emergenza e crisi nera che ha colpito alcuni dei soggetti sociali motore di questa città: precari e lavoratori autonomi.

Due idee semplici quindi, tra le tante che ci possono servire a rendere Milano finalmente diversa. Ma diversa veramente.

* Foto in copertina da Getty


Un reportage del il Fatto Quotidiano sulla Milano svuotata dall’emergenza Covid19

I buoni spesa del Comune di Milano attivi da oggi

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