[DallaRete] La resistenza nel Rojava. Una storia (anche) italiana

anastasia-taylor-lind-1Kurdi – A Kobane e dintorni è presente una staffetta permanente italiana che sostiene la lotta di una parte del popolo kurdo attraverso aiuti economici e sanitari, e attivando campagne di controinformazione.

A otte tarda nel piaz­zale del cen­tro di cul­tura kurda “Ara­rat”, nel cuore di Testac­cio a Roma, era rima­sta solo una timida distesa di brace a dare testi­mo­nianza del grande fuoco che ha accom­pa­gnato i festeg­gia­menti romani del New­roz (let­te­ral­mente, nuovo giorno), la festa di capo­danno. Per la comu­nità kurda, quella del 21 Marzo è una data di grande impor­tanza e valore sim­bo­lico, una ricor­renza che tra­scende l’aspetto com­me­mo­ra­tivo e che nel corso della sua lunga sto­ria ha via via assunto una con­no­ta­zione molto poli­tica. La leg­genda narra di una rivolta popo­lare capi­ta­nata da un fab­bro di nome Kawa con­tro il tiranno Dehok, una crea­tura che sulle spalle por­tava due ser­penti che nutriva ogni giorno con il cer­vello di due gio­vani. Dalla vit­to­ria con­tro que­sta tiran­nia e dai gio­vani soprav­vis­suti la leg­genda fa risa­lire la nascita del popolo kurdo, for­giato fin dal prin­ci­pio da un’indole resi­stente e deter­mi­nata. In seguito a que­sta vit­to­ria, Kawa accese immensi fuo­chi sulle vette delle mon­ta­gne per comu­ni­care la felice noti­zia a tutto quanto il paese.

Anche per que­sto, dal 612 a.C. e ancora oggi, il rituale del grande falò è visto dal popolo kurdo come un vero inno alla libertà e un omag­gio alla pro­pria esi­stenza. «Il New­roz viene festeg­giato in diverse parti: Tur­chia, Siria, Iran, Iraq. Il pro­blema è che in tutti que­sti paesi la nostra iden­tità è negata, i nostri diritti cal­pe­stati: per que­sto il nostro New­roz ha una valenza così forte», ci spiega Garip, men­tre sor­seg­gia un bic­chiere di chai. «Soli­ta­mente i festeg­gia­menti del New­roz hanno sem­pre coin­ciso con grandi adu­nate di piazza, con mani­fe­sta­zioni gran­dis­sime spesso sfo­ciate in scon­tri in cui si regi­stra­vano molti morti. Per noi kurdi è una gior­nata in cui gri­dare al mondo che c’è un popolo che lotta per la sua terra, la sua auto­de­ter­mi­na­zione, i suoi diritti». Come nel 2001, anche sabato scorso a Diyar­ba­kir (Kur­di­stan turco) sono scese in piazza quasi 2 milioni di per­sone, nono­stante la dura repres­sione che il governo turco adotta nei con­fronti delle riven­di­ca­zioni kurde e delle sue mani­fe­sta­zioni pub­bli­che. Anche per que­sto il New­roz ha sem­pre avuto un signi­fi­cato par­ti­co­lare, poi­ché per­met­teva alla comu­nità kurda di uti­liz­zare i festeg­gia­menti del capo­danno come momento di ritrovo col­let­tivo in cui discu­tere i temi più deli­cati per la lotta della pro­pria gente. «Sono secoli ormai che durante il New­roz ven­gono prese le deci­sioni più impor­tanti», ci rac­conta ancora Garip. «Non è un caso che durate il New­roz del 2013 Öca­lan ha dichia­rato l’avvio del pro­cesso di pace, così come non è un caso che pro­prio per quello di quest’anno il popolo kurdo e tutta la comu­nità inter­na­zio­nale aspet­ta­vano una rispo­sta dalle auto­rità tur­che sui “10 passi” enun­ciati nel docu­mento pro­mosso da Öca­lan a fine feb­braio per l’apertura di un pro­cesso di pace».

Ma l’altro volto della causa kurda, quello cele­brato a gran voce in tutti i festeg­gia­menti di que­sto 2015, è senza dub­bio il volto della Rojava, delle regioni auto­nome di Cizre, Kobane e Afrin, dove la popo­la­zione kurda sta dando vita ad una nuova pro­po­sta e pra­tica poli­tica che ruota intorno ai prin­cipi del con­fe­de­ra­li­smo demo­cra­tico pro­mosso dal lea­der del PKK Abdul­lah Öca­lan, dal 1999 dete­nuto nella pri­gione di Imrali. Un espe­ri­mento poli­tico che, con­te­stual­mente, sta dando una prova di resi­stenza all’avanzata dello Stato Isla­mico, spau­rac­chio di quell’Occidente che non sem­bra però coglierne la vera ori­gine e la reale portata.

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Le vicende dello “Stato Isla­mico” e della sua aggres­sione alla regione kurda costi­tui­scono ancora oggi un argo­mento tabù per il gior­na­li­smo ita­liano. Dopo aver schiac­ciato la “que­stione Isis” a para­digma della guerra isla­mica con­tro l’Occidente, tut­tora la vul­gata media­tica con­ti­nua a rimuo­vere due impor­tanti ele­menti deci­sivi per la com­pren­sione del pro­blema. Da un lato, si esclude total­mente il rap­porto causa-effetto tra le poli­ti­che occi­den­tali (soprat­tutto sta­tu­ni­tensi) nella regione medio­rien­tale, e la nascita di varie for­ma­zioni cosid­dette jiha­di­ste, tra le quali, ultima in ordine cro­no­lo­gico, pro­prio Isis. Dall’altro, si con­ti­nua ad igno­rare e bana­liz­zare la pre­senza di una resi­stenza mus­sul­mana, sciita e sun­nita, in guerra da più di tre anni con­tro lo Stato Isla­mico: l’unica forma di resi­stenza, oltre­tutto, che sta nei fatti inflig­gendo alle mili­zie di Al Bagh­dadi le scon­fitte mag­giori. Da que­sti due “rimossi” della nar­ra­zione main­stream biso­gna dun­que par­tire per com­pren­dere il pro­blema isla­mico in Medio­riente, soprat­tutto riguardo alla sua pos­si­bile solu­zione, che di certo non si trova rei­te­rando poli­ti­che d’aggressione in quelle regioni.

Da oltre trent’anni l’ingerenza occi­den­tale (sta­tu­ni­tense, ma anche israe­liana e sau­dita) fomenta le for­ma­zioni isla­mi­ste in chiave anti-panarabista e/o diret­ta­mente anti­co­mu­ni­sta. Dai rap­porti tra tale­bani e Stati Uniti nell’Afghanistan degli anni Ottanta, alla cre­scita di Hamas in fun­zione anti-Fplp in Pale­stina, dalla “dis­so­lu­zione gui­data” della Soma­lia degli anni Novanta sino a giun­gere alle recenti vicende in Libia e in Siria (dove sono state finan­ziate per lun­ghi anni forme di oppo­si­zione isla­mica ai governi for­mal­mente laici dei due Stati) — ormai esi­ste una vasta let­te­ra­tura in merito ai rap­porti filiali tra casa madre sta­tu­ni­tense e “schegge impaz­zite” isla­mi­ste. A que­sto vanno aggiunte le due guerre d’aggressione in Afgha­ni­stan e Iraq degli anni Due­mila, che hanno por­tato al fal­li­mento di due Stati sovrani e alla con­se­guente “tri­ba­liz­za­zione” intorno a linee etnico-religiose di enormi ter­ri­tori uti­liz­zati suc­ces­si­va­mente come ter­reni di spe­ri­men­ta­zione delle for­ma­zioni armate jiha­di­ste. I suc­cessi dello Stato Isla­mico in Libia, tra­mite pro­prie filiali locali appa­ren­tate ad un metodo ter­ro­ri­sta più che ad un net­work poli­tico vero e pro­prio, descri­vono l’ultimo, in ordine di tempo, ele­mento di con­ti­nuità tra poli­ti­che occi­den­tali (in que­sto caso di Fran­cia e Inghil­terra) e dege­ne­ra­zione dello sce­na­rio locale.

A tutto que­sto c’è chi si oppone, chi da tre anni com­batte una resi­stenza armata, dura, vin­cente: le for­ma­zioni curde del PKK e dell’YPG, nel Kur­di­stan turco e ira­cheno, e soprat­tutto nella regione auto­noma del Rojava (il Kur­di­stan siriano), ter­ri­to­rio nel frat­tempo tra­sfor­ma­tosi in labo­ra­to­rio politico-sociale delle nuove ten­denze del par­tito di Öca­lan e del suo cor­ri­spet­tivo siriano PYD. Da tre anni la resi­stenza kurda infligge pesanti scon­fitte allo Stato Isla­mico. Prima in Siria, fron­teg­giando i ribelli siriani anti-Assad che da tempo con­trol­lano mili­tar­mente la zona appunto del Rojava, sta­bi­lendo a Raqqa la pro­pria capi­tale; poi al con­fine turco-iracheno, dove in seguito alla riti­rata dei pesh­merga (i mili­tari curdi ira­cheni, legati agli Usa), l’esercito popo­lare curdo del PKK-YPG ha libe­rato la cit­ta­dina di Kobane dal pro­lun­gato asse­dio dell’Isis. E’ qui che ori­gina la “vicenda ita­liana”, per­ché è pro­prio a Kobane e din­torni che da novem­bre scorso è pre­sente una staf­fetta per­ma­nente ita­liana (e non solo, sono cen­ti­naia gli inter­na­zio­nali pre­senti). Una staf­fetta che ha cer­cato di dare un senso aggior­nato al con­cetto di soli­da­rietà inter­na­zio­nale soste­nendo, attra­verso aiuti eco­no­mici e sani­tari, non­ché atti­vando cam­pa­gne di con­tro­in­for­ma­zione sulla vicenda, la lotta di una parte del popolo kurdo (e mus­sul­mano) con­tro il “mostro” pro­dotto dalle quelle poli­ti­che occi­den­tali che per decenni hanno represso la popo­la­zione kurda e il suo mag­gior par­tito, il PKK di Öcalan.

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«Come asso­cia­zioni, col­let­tivi, cen­tri sociali e sin­goli abbiamo sen­tito la neces­sità di recarci a pochi km da Kobane, in ter­ri­to­rio turco e a pochi metri dal con­fine, per ren­dere visi­bile la nostra soli­da­rietà con il popolo kurdo che non si è mai arreso e con­ti­nua a lot­tare per la pro­pria auto­no­mia», si legge sulla pagina Face­book di Rojava Cal­ling, al momento unica via per avere infor­ma­zioni sull’attività di que­sta piat­ta­forma che non mira solo ad un sem­plice lavoro di testi­mo­nianza soli­dale. Anzi. La pro­get­tua­lità passa dal soste­gno uma­ni­ta­rio, la rac­colta fondi e di mate­riali di prima neces­sità all’attività di moni­to­rag­gio infor­ma­tivo sul con­flitto, sull’evoluzione delle pra­ti­che di auto­go­verno del Rojava fino alla costi­tu­zione di una cam­pa­gna nazio­nale che reclami la libertà del lea­der Öcalan e la can­cel­la­zione del PKK dalla lista dei ter­ro­ri­sti inter­na­zio­nali. Il tutto in nome di un rin­no­vato e ritro­vato spi­rito inter­na­zio­na­li­sta, di una forte con­vin­zione nell’esempio kurdo e dei det­tami con­te­nuti nella sua Carta Sociale.

Secondo Rojava Cal­ling, que­sta carta rap­pre­senta non solo un «modello alter­na­tivo di svi­luppo soste­ni­bile delle società medio­rien­tali» ma anche una rifles­sione deter­mi­nante per molti sodali inter­na­zio­na­li­sti pro­ve­nienti dall’Europa. Imma­gi­nato secondo i quat­tro pila­stri del «con­fe­de­ra­li­smo demo­cra­tico, della cen­tra­lità del ruolo della donna, dell’autodifesa e della redi­stri­bu­zione della ric­chezza», il ter­ri­to­rio del Rojava appare come un’arida lin­gua di terra, senza con­fini rin­trac­cia­bili nei libri di sto­ria. Una dimen­sione popo­lare che cio­no­no­stante ha fer­mato non solo l’avanzata mili­tare dell’Isis, ma anche ciò che que­sto rap­pre­senta, sma­sche­rando quel sistema glo­bale di poteri che ieri ne ha garan­tito la nascita, lo svi­luppo , il radi­ca­mento e la legit­ti­mità e che oggi si sta affret­tando a dis­so­ciar­sene con evi­dente imbarazzo.

Una resi­stenza che nel giro degli ultimi mesi ha riscosso un favore gene­rale soprat­tutto per la par­te­ci­pa­zione attiva delle donne del Rojava non solo alla guer­ri­glia armata e alle azioni di par­ti­gia­ne­ria, ma anche per la deci­siva pre­senza nei mec­ca­ni­smi isti­tu­zio­nali e rap­pre­sen­ta­tivi di cui la regione kurda s’è dotata. Ci sono donne in ogni posi­zione chiave dell’amministrazione, senza con­tare che le orga­niz­za­zioni auto­ge­stite di donne hanno ela­bo­rato una dichia­ra­zione sui diritti di genere che è con­si­de­rata la base delle nuova legge in via di appro­va­zione. Una sto­ria che sor­prende, ma al tempo stesso una sto­ria di dignità, come quella dello YPJ, l’esercito kurdo di auto­di­fesa fem­mi­nile, quello che ha fatto il giro del mondo per le foto delle guer­ri­gliere in mime­tica che imbrac­ciano le loro armi. «Prima della guerra, quando Kobane era una città auto­go­ver­nata e libe­rata della regione auto­noma della Rojava, le donne dello YPJ erano impe­gnate quo­ti­dia­na­mente in un’opera che teneva insieme l’educazione all’autodifesa e la lenta demo­li­zione della men­ta­lità patriar­cale den­tro la loro stessa società. Nascono come anti­corpo interno per­ché con­sa­pe­voli che non basta l’applicazione di un modello rivo­lu­zio­na­rio di orga­niz­za­zione della società per rie­qui­li­brare le dise­gua­glianze di genere. Quella che dopo la libe­ra­zione hanno inse­gnato al mondo è una lezione di pro­ta­go­ni­smo e di assun­zione di respon­sa­bi­lità del destino col­let­tivo che non ha para­goni», ha recen­te­mente scritto Eleo­nora de Majo, atti­vi­sta di Rojava Cal­ling da poco rien­trata in Ita­lia con il resto della staf­fetta. L’esperienza si allarga e la soli­da­rietà sem­bra essere tor­nata ad essere una vera “arma”, come scan­di­scono gli slo­gan delle lotte che si intrec­ciano ogni giorni nei mille angoli del pianeta.

http://ilmanifesto.info/la-resistenza-nel-rojava-una-storia-anche-italiana/

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