[DallaRete] Tavolo Spazi sociali-Comune: i comunicati delle realtà autogestite

 

Qualche giorno fa il Comune di Milano ha proposto l’apertura di un tavolo sul tema spazi in città.

Pubblichiamo le prime risposte di alcune realtà autogestite.

MACAO

PER APRIRE IL DISCORSO –
Spazi, pratiche, città

Torre Galfa, Palazzo Citterio, Cinema Manzoni, Ex Viviaio di Viale Eginardo, Teatro Derby, Ex Borsa del Macello: da sempre, un punto focale del discorso e delle pratiche di M^C^O è lo svelamento delle contraddizioni che gli spazi abbandonati generano nel tessuto urbanistico, sociale ed economico della città.

L’occupazione di Torre Galfa nel maggio 2012 è in questo senso un segno forte: un grattacielo vuoto, inerte, inutile al tessuto sociale, simbolo prepotente delle logiche insensibili della speculazione edilizia viene restituito alla città, riscattato da una moltitudine di cittadini che vogliono dimostrare come si possa immaginare e costruire, in quello stesso spazio, una capacità cooperante di fare arte, cultura e ricerca, attraverso una pratica orizzontale, permeabile e non verticista di relazione tra persone e gruppi.

Per esprimere la necessità di cittadini e cittadine di ripensare la città, una volta arrivati alla Borsadell’Ex Macello, l’assemblea aperta di Macao elabora un documento nel quale si propone una riflessione che ha origini nelle esperienze di lotta per i beni comuni – dai referendum “Acqua Bene Comune” alle pratiche di salvaguardia del territorio, e che esprime un modo di pensare al diritto come materia viva, come oggetto trasformabile in relazione ai bisogni dei cittadini: il documento “Ripensiamo i beni comuni” afferma la legittimità dei processi di partecipazione, oltre le tradizionali forme associative, nel momento in cui si “occupano” di spazi in abbandono – pubblici o privati che siano – al fine di restituirli alla città e di ristabilirne una funzione sociale. L’interlocuzione aperta si rivolge a tutta la città: ai/lle singoli/e cittadini/e, ai gruppi organizzati, in autogestione o in forma associata, e alle sue istituzioni.

In questi giorni, questo dibattito ci viene riproposto dal Comune. Se eravamo disponibili ad un confronto due anni fa su questi argomenti, lo siamo tutt’ora. Lo siamo all’interno di un discorso che sia pubblico, aperto, disponibile all’ascolto ed al confronto e, sopra ogni cosa, coraggioso. Un discorso incondizionato, non appiattito sulle emergenze di oggi e nemmeno su una logica di scambio reciproco e pertanto di controllo e ricatto, ma che salvaguardi semmai i percorsi di occupazione perché ne riconosce la peculiarità ed il valore reale per la città.

Un processo il cui esito sia realmente il prodotto di un confronto e, quando serve, di un conflitto. Crediamo che le modalità e l’agenda di questo gruppo di lavoro ne influenzino direttamente le possibilità di azione, di partecipazione e gli esiti, e debbano quindi essere sin dall’origine condivise da tutti i soggetti, in modo paritario.

Non per normalizzare verso il già esistente, ma per esplorare nuove possibilità del diritto alla città; non per affermare una legalità fine a se stessa, ma per ripensare un diritto in grado di riconoscere pratiche di auto organizzazione; non per barattare il nostro silenzio, ma per dare più voce e più parole alle esperienze ed alle pratiche di lotta. Non per addomesticarci a vicenda, ma per allargare le possibilità di tutte/i.

http://www.macaomilano.org/articoli/24310/per-aprire-il-discorso-spazi-pratiche-citta

OFF TOPIC

Toc toc… che fate uscite? No, occupato.

Dinamica pubblica, apertura a tutti i soggetti della galassia dell’autogestione e moratoria sugli sgomberi pendenti sugli spazi occupati della città. Con questo indirizzo abbiamo risposto all’anomala convocazione dell’amministrazione comunale per sondare la serietà del tavolo aperto sul tema degli spazi sociali a Milano. Una convocazione, a cui crediamo non sia estranea la preoccupazione delle istituzioni di arrivare a una normalizzazione sociale e “territoriale” in vista di Expo 2015. Perché a pensar male – come diceva qualcuno che di queste cose se ne intendeva – spesso ci si azzecca.

Non a caso, nei giorni successivi diversi esponenti della giunta si sono espressi a mezzo stampa fondando invece il dialogo sullo stop a nuove occupazioni, sul rispetto delle regole, sull’impossibilità di garantire una tregua delle operazioni repressive. Alla luce di queste precisazioni, dello stato di ricatto in cui arriva la proposta e della complessiva confusione sull’oggetto d’interesse del nascituro tavolo non riteniamo possibile partecipare a un’interlocuzione che rischia di generare più problemi e divisioni che soluzioni. In particolare:

Il nostro spazio è un laboratorio comune di lotte e percorsi culturali. Nel vuoto di politiche pubbliche che rispondano alle esigenze di locazione sostenibile, aggregazione, cultura e sport le pratiche di occupazione e autorganizzazione non possono che proseguire con determinazione nel tentativo di dare spazio a queste urgenze. Dialogare sotto ricatto provoca fastidiosi mal di pancia. Abbiamo l’impressione che alla domanda di una moratoria sugli sgomberi come premessa per un dialogo equilibrato tra le parti, il comune abbia ribattuto negando questa istanza ed esigendo come conditio sine qua non lo stop a nuove occupazioni: richiesta utile a creare solo divisioni (ricordate il principio del “divide et impera”?) e a giustificare operazioni di normalizzazione, già sperimentate nella gestione delle occupazioni abitative. É una responsabilità che non intendiamo assumerci.

L’apertura di spazi pubblici, troppo spesso chiusi e abbandonati quando non svenduti, è una cosa sempre positiva, su questo non ci nascondiamo. Tuttavia l’imposizione unilaterale dello strumento bando (su cui peraltro scontiamo un’ingiustificabile assenza di dati pubblici su quanto fatto sinora) come unica risposta all’esigenza di spazi non ci convince e non ci interessa. La matassa di soggetti imbastita per parlare di città pubblica, uso e riuso di spazi e centri sociali ci pare aggiunga confusione a confusione e ponga le basi per il fallimento del percorso ipotizzato. Ancora una volta per determinare l’assegnazione di spazi vediamo in campo i “player embedded” della giunta ed esclusi tutti i giovani, collettivi, artisti e associazioni che da anni attendono invano di capire come accedere agli spazi… e proprio in quest’assenza di risposte matura talvolta l’opzione dell’autorganizzazione.

Ci poniamo sul margine esterno della legalità per aprire nuovi spazi di libertà, espressione e lotta che crediamo siano socialmente e politicamente legittimi. Abbiamo interesse a sedimentare gli spazi che ci conquistiamo giorno dopo giorno e a sostenere forme inedite di apertura di spazi pubblici, ma non siamo disponibili a rinunciare alla vocazione politica dell’autogestione, una parola che fa tanto paura da essere accuratamente evitata da chi pensa che dialettica significhi libertà di dire la propria…con la mano della questura poggiata sulla spalla.

CS CANTIERE

Non è tempo di stare seduti

Abbiamo non casualmente deciso di disertare l’incontro/tavolino tra Comune e spazi sociali.
Non intendiamo dilungarci sulle modalità di convocazione, che pure potevano essere strutturate su un piano pubblico, cittadino e trasparente, per il semplice fatto che sarebbe come guardare il dito fingendo di non vedere la luna.
Non vediamo quali siano le mutate, nuove condizioni che dovrebbero rendere sensato per noi il mettersi a parlare col Comune.
Per mutate condizioni intendiamo la volontà, la capacità e il coraggio di porre politiche forti e innovative, esperimenti utili a rendere più vivibile questa città, soprattutto in tempi di crisi.
Le chiacchiere stanno a zero: questa giunta si è posta sullo scenario politico locale e nazionale come un esperimento di innovazione e partecipazione, ma (come è sotto gli occhi dei cittadini di Milano) quasi tutto è  rimasto solo parole.
Forse il “laboratorio Milano” è ancora merce spendibile sullo scenario nazionale, le operazioni in proposito si sprecano fin dal giorno della vittoria arancione.
Altro che alternativa, qui procede tutto uguale, verso una semplice alternanza al timone dell’affaire Expo’ e di altre opere utili solo ai poteri forti.
Cemento, precarietà, prezzi insostenibili, pm10 e una pandemia di malattie gravi dovute allo smog diffuse in tutte le famiglie, peraltro senza che nulla venga turbato dagli “scandali” mafiosi sugli interessi e sugli appalti delle grandi opere ovviamente incomplete.
In tutta Italia con la vittoria di un Partito Democratico che di fatto incarna un modello di governo all’insegna dell’unità nazionale, l’unico scenario possibile delineato dall’arroganza del potere è quello del “dentro–o-fuori”: o sei parte di questo sistema di gestione della società o non sei nulla e sarai spazzato via.
Se a Roma si annunciano oltre 60 sgomberi di occupazioni abitative, a Milano una realtà quarantennale come quella degli spazi sociali e di alternativa culturale viene definita un’emergenza da risolvere in breve tempo.
In questo contesto Sel prova a salvare i quattro voti su cui poteva contare lanciando in mare un salvagente a cui aggrapparsi.
Chiacchiere a parte contano i fatti, e le priorità non sono quelle di un tavolino/trattativa inutile ed impossibile, ennesimo specchio per allodole, antipasto della campagna elettorale prossima ventura.
In primis c’è bisogno di dare risposta alle grandi urgenze della città, a partire dal diritto alla casa per tutti oltre che ovviamente per quanti sono in grave stato di necessità.‎
Neanche su questo fino ad ora sono giunte politiche nuove e vere risposte, si perde infatti la memoria dei tavoli indetti ed anche degli assessori avvicendati.
Eppure ci sono 8mila alloggi popolari sfitti, pronti riscaldati e non assegnati.
Eppure sono più di 640 le famiglie per strada con l’assegnazione su carta in mano alle quali però non viene consegnato effettivamente l’alloggio, in un eterno teatrino di rimpallo delle responsabilità.
Eppure ogni scusa è buona per non cambiare nulla.
Consegnano addirittura a Lupi e Salvini l’opportunità di non fare in ogni caso peggio di così e quindi riprendersi il timone dopo avere fatto gestire ai più realisti del re la patata bollente dell’Expò.
Contrastate davvero la precarietà, assegnate le case sfitte, requisite i vuoti privati dei palazzinari e delle banche, proponete qualche politica nuova sull’abitare (non rivoluzionaria ma almeno europea/nord-europea!), trovate il modo di abbattere i prezzi stellari degli affitti, smettetela di cementificare e promuovete riuso e autorecupero. E poi anche ponetevi l’urgenza di politiche serie volte a fronteggiare le malattie che affliggono praticamente ogni nucleo familiare di Milano e dintorni, una vera pandemia sociale che si tace per normalizzazione e per dolore, ma di cui praticamente fuori dal campo medico non si parla. E poi i bambini e le scuole, e le civiche: non se ne può fare baluardo solo in campagna elettorale.
Pare un paradosso quello dell’istituzione che vuol normare le pratiche sociali e di risposta alla crisi che nascono dal basso, mentre elude le responsabilità e le possibilità delle politiche urgenti che si possono e si devono mettere in campo.
Per quanto riguarda gli spazi sociali e di alternativa culturale, la nostra idea è che non possiate far nulla, se non addirittura far danno.
Aprire tavoli tecnici per legalizzare gli spazi sociali, ma negare ogni possibilità di soluzione per gli occupanti di case per necessità è un ottimo modo per depotenziare contemporaneamente sia l’occupazione come pratica offensiva sia l’abitare come diritto.
E’ un’operazione ideologica per risolvere un pezzo del problema del dissenso e allo stesso tempo continuare ad affrontare un’emergenza (quella sì) sociale come un problema di ordine pubblico, scambiando molto coscientemente i piani. Secondo questa logica, per assurdo, uno spazio sociale può diventare “occupante buono” e una famiglia che muore di freddo rimanere “occupante cattivo”.

La casa è un diritto. Le aree pubbliche sono un diritto. Gli spazi sociali sono un’opzione comune di lotta e libertà che siamo disposti a guadagnarci e a difendere giorno dopo giorno. Gli spazi sociali e di alternativa culturale sono quelli che riportano in vita palazzine abbandonate alla speculazione e al degrado, quelli che si sporcano le mani per riqualificarli e creare strutture di mutuo soccorso e alternative reali ai diktat neoliberisti. Altre centinaia di stabili sono tuttora alla mercè di polvere e ragnatele: se il problema degli spazi per giovani e meno giovani vi sta tanto a cuore preoccupatevi di quelli, anziché pensare a legalizzare o sgomberare quelli pieni di progetti e relazioni, diventati giorno dopo giorno punto di riferimento e baluardo nei quartieri abbandonati a loro stessi e alle derive razziste e neofasciste che nei vuoti e nella miseria trovano terreno fertile. Se riscontriamo così tanta ostinazione nel lasciare le case vuote e migliaia e migliaia di appartamenti privati sfitti, se il governo Renzi resta ben determinato a portare avanti la sua crociata contro i poveri e ad assicurare i profitti dei palazzinari come fa con il piano casa, ci è facile capire perchè i governanti non si preoccupino minimamente di aprire tavoli sull’abitare: l’occupazione abitativa è qualcosa che va ben oltre il tappare i buchi lasciati da un welfare sempre più inesistente, mina gli interessi di un sistema speculatore e criminale. A Milano il clima di unità nazionale si rispecchia perfettamente nelle dichiarazioni di Pisapia sulla ricerca necessaria di una pacificazione sociale nella metropoli. Nella città che si prepara ad ospitare Expò (non solo evento, ma dispositivo e vetrina per un modello di gestione sociale) non può esserci spazio per l'”altro”, per il dissenso.

In pratica la linea del buongoverno cittadino è questa: se è possibile risolvere tutto in silenzio, “pacificarsi”, bene; se no pacifichiamo il pacificabile e per il resto rimangono sempre i dispositivi più brutali, quelli delle forze dell’ordine e della criminalizzazione Si impegnasse questa giunta per la produzione di quel laboratorio mancato a livello locale, piuttosto che a pensare all’usare Milano come semplice trampolino per la politica nazionale.
Si mettessero a lavorare e lasciassero lavorare noi che ci proviamo ogni giorno, assumendoci la responsabilità delle nostre pratiche nel vuoto della loro “politica”, insieme a tutti quelli che si impegnano per costruire risposte, territori e condividere beni comuni dal basso nel deserto della crisi economica e sociale.

http://www.cantiere.org/art-04448/non-e-tempo-di-stare-seduti.html

LATTERIA OCCUPATA

Un mondo su cui ballare. Note sulle occupazioni e il loro divenire rivoluzionario. 

Se potessimo salire su una mongolfiera e dare uno sguardo d’insieme al nostro paese, che meraviglia sarebbe. A Milano, a Bergamo, a Torino, a Bologna, a Parma, a Genova, a Venezia, a Pisa, a Firenze, a Roma, a Napoli, a Lecce, a Palermo. E in moltissimi altri luoghi. Case e palazzi sfitti che improvvisamente prendono vita,  a migliaia in tutta l’Italia. Forse decine di migliaia. Spazi abitativi, sociali, creativi, culturali, politici strappati alla speculazione nascono e crescono ovunque. Tra molte differenze un grande comune denominatore: prendersi collettivamente quello di cui si ha bisogno, farsi attraversare, aprire squarci di sole nel grigio regno del cemento.

Essere sabbia nei meccanismi di governo e di pacificazione. Farsi via di fuga, linea di diserzione dall’isolamento, dalla solitudine, dalla miseria. Aprire nuove incredibili possibilità tutte da costruire.

A volte quartieri interi vengono barricati per difendere le case sotto sfratto dagli attacchi di ufficiali giudiziari e polizia. Ondate di occupazioni multiple, inarrestabili, rendono cristallina la potenza del fenomeno.

Librerie universitarie divengono vivai di sovversione culturale dentro il piattume delle facoltà. Teatri, officine, sedi, piscine, studentati, spiagge, orti. Spazi autonomi sperimentano forme di vita conflittuali e comuni in un mondo che ci vuole soli e divisi. Vite irrimediabilmente illegali, gioiose, irruente. Un’ eco di gesti e parole che rimbalzano senza sosta in tanti quartieri di questa Italia imbastardita dall’ignavia.

Queste occupazioni mettono in crisi la governabilità del territorio, i piani multimilionari, le speculazioni mafiose e certamente violano, profanano, oltraggiano il più sacro fondamento costituente dello stato di cose presenti: l’incontestabile legittimità della proprietà privata.

L’occupazione diviene così sempre di più una micro-prassi rivoluzionaria di massa. Da una parte un mezzo materiale per dare forza alle lotte e dall’altra un  luogo e un metodo politico per incontrarci e per sperimentare il comunismo della vita quotidiana.

Questo perché la sua essenza sono i corpi e le idee che lo attraversano, i progetti e i desideri che fanno nascere dei possibili tra le macerie dell’abbandono.  Dove si costituiscono nuove forme di vita, di relazione e di organizzazione, si destituiscono anche i dispositivi di controllo e di rappresentanza.

Un gesto semplice, chiaro, riappropriabile da chiunque, riproducibile ovunque. Un gesto rivoluzionario perché mette praticamente in discussione il mondo dei proprietari e dei consumatori; attacca e supera sbeffeggiandolo l’ordine del denaro e si scontra con la gestione, il governo delle vite e dei territori. Il governo dei corpi e delle menti, delle pulsioni e dei comportamenti ha sempre una sola natura: quella della tecnica di polizia.

Ecco perché giunte e amministrazioni di sinistra agiscono in soluzione di continuità con quelle di destra. E ci si rende conto, se ancora non fosse chiaro, che entrambe sono costituite dallo stesso tessuto etico, della stessa materia politica. Di fatto sgomberi e sfratti sono aumentati. E immancabilmente , inevitabilmente, la Santa Polizia come unica cura per tutti i mali, l’ordine pubblico come risposta ad ogni emergenza o problema, la legalità democratica come tendina per coprire ogni infamia, ogni abuso, ogni ingiustizia palese.

In questo scenario non ci deve sorprendere vedere sgomitare la sinistra di governo e di compartecipazione. Più subdola della destra “ordine e disciplina” e meno roboante, sostanzialmente identica: la prima agisce di pennello dove la seconda passa il rullo. Ecco cosa sono i bandi, ecco cos’è la partecipazione, ecco cos’è il dialogo. Ecco come si giustifica la versione di sinistra di uno sgombero, di una carica, di un arresto.

Nessun discorso ideologico, non è un attacco a chi decide in modo lungimirante di prendere un posto in affitto o farsi assegnare uno spazio per fortificare l’intervento e l’attacco all’esistente. Il problema emerge quando bandi, tavoli di trattative e richieste di legalizzazione agiscono come dispositivi di trasformazione del territorio e di normalizzazione delle vite e dei corpi. Quando questi dispositivi, con tutto il peso della legge che li sostiene, vogliono annientare la pratica dell’occupazione neutralizzandola. L’occupazione è uno dei gesti possibili per abitare in senso rivoluzionario la metropoli, una delle possibilità per aggredirla.

Parlando semplicemente di “spazi sociali” si parte già da una prospettiva falsante, rincarare sull’ “emergenza degli spazi sociali” è anche autoreferenziale.  Il moltiplicarsi di occupazioni con composizioni e forme ibride (i già citati palazzi di famiglie, studentati, mense, librerie, quartieri solidali) delinea una geografia sovversiva del tessuto delle città che stringe sempre più connessioni e mette in circolo complicità, contribuendo ad alimentare la sperimentazione di una quotidianità diversa da quella in cui ci vorrebbero costretti.

Basta pensare alla vita che si respira in una palazzina occupata dove viene allestita una cucina comune per mangiare assieme, un asilo per far giocare i figli, una sala cinema per guardarsi gli ultimi film al botteghino. Insomma, quello che nella normalità metropolitana viene pagato caro con mesi di sudati stipendi come uno schermo al plasma o un posto all’asilo nido  diventa facilmente realizzabile. Ciò che in uno degli infiniti quartieri dormitorio delle nostre città sarebbe una vita chiusa nella morsa della precarietà economica e delle quattro mura domestiche si trasforma in qualcosa non solo di più conveniente ma di intensamente più desiderabile.

Milano, alle porte di Expo, assume così un valore paradigmatico che merita una riflessione particolare. Già ai tempi delle elezioni comunali qualcuno aveva ingenuamente creduto che Pisapia avrebbe cancellato con un colpo di spugna tutti i mali degli occupanti, accusando chi si avventurava in nuove occupazioni di fare il gioco della Moratti. Le cose poi, si sa, sono andate diversamente. E’ evidente allora che lamentarsi non serve. Serve prendere atto.

Atto della partita che il capitale si gioca con Expo il cui baricentro sarà Milano nella sua totalità. E le politiche attuali lo dimostrano, con un governo che nonostante gli scandali delle grandi opere, cerca di salvarsi la faccia arrampicandosi sui muri del buon senso e del chi sbaglia paga. Ma a pagare sono le famiglie che occupano per necessità, gli occupanti e le occupazioni in generale. L’articolo 5 del Piano Casa, ne è la dimostrazione. La guerra ai poveri e la pacificazione sociale stendono il tappeto rosso alla città vetrina.

Considerare le nostre vite in modo offensivo e non solo in un contesto di emergenza o bisogno. La moltiplicazione delle occupazioni e la loro difesa attuano una moratoria di fatto, che nulla ha a che fare con richieste di diritti che vengono sempre meno, né a richieste di assegnazioni di case perché  l’evidenza dell’abbandono parla da sé. Partire invece dalla forza accumulata nei quartieri e nelle pratiche di difesa a sgomberi e sfratti, ma anche nella forza costruita dentro le occupazioni.

A chi rivendica più o meno gentilmente che le pratiche autonome e gli spazi occupati o autogestiti vengano legittimati e valorizzati dalla politica di palazzo si potrebbe domandare se per caso non siano miopi e non riescano a vedere l’evidenza delle lotte che sono già su un piano naturalmente lontano da questo. Oppure è proprio l’assenza da ogni conflitto reale che determina questa presa di posizione, e viene da  pensare che ci sia cattiva fede, che si cerchi di cavalcare l’energia dell’autogestione con secondi fini di recupero elettorali, vertenze al ribasso, o altri teatrini che abbiamo visto in passato e non vorremmo vedere più. In una parola: Leoncavallo.

Nel primo caso l’invito è a riflettere, a infilare le lenti del realismo (al di là di ogni ridondanza dogmatica) e di rendersi conto che non ci può essere nessun piano di consistenza comune, nessuna mediazione e nessun dialogo tra chi governa, dispone, sgombera, specula, risponde a interessi di poteri forti e chi si organizza e lotta contro tutto ciò. Oggi meno che mai.

I secondi probabilmente non tarderanno a trovarsi al più presto un posto confortevole. In qualche commissione comunale, magari in qualche sportello per la partecipazione e le relazioni tra la cittadinanza e le istituzioni. E non conosceranno mai la strada delle lotte. Intendiamoci, un ARCI è sicuramente meglio di una sede di partito. Ciò non significa comunque che esprima qualcosa dal punto di vista rivoluzionario.

Vivere e attraversare le contraddizioni della metropoli, sporcandosi le mani nella costruzione di spazi di conflitto e di terreni di lotta osando oltre le proprie isole felici, perché in un’ottica di allargamento le isole felici non bastano, anzi la scommessa sta nella moltiplicazione di spazi occupati e nella diversità ed eterogeneità di questi. Nello scambio reciproco di esperienze e nella costruzione comune di un presente e un futuro desiderabile anche da altri soggetti che non abbiamo ancora avuto la fortuna di conoscere.

La pratica dell’occupazione va difesa perché è patrimonio delle lotte sociali. Nelle occupazioni si trovano amici e compagni, ci si innamora, si fa sesso, si piange e si gioisce.   Si sale sui tetti o si erigono delle barricate per difendere non solo il proprio posto, ma anche la pratica stessa, la sua potenzialità e il suo divenire.

Tutto ciò deve essere patrimonio anche delle generazioni che verranno, che devono trovare un mondo su cui ballare, non un mondo pacificato. Dei re da sbeffeggiare, non dei re a cui obbedire.

 

RI-MAKE

Su spazi, “tavoli” e diritto alla città. Oggi ci troverete alle 18 in piazza Gae Aulenti per discuterne con tutt* i /le presenti e soprattutto per andare oltre. #Exproprio

Abbiamo seguito con attenzione la discussione in corso a Milano tra i diversi spazi sociali occupati sull’opportunità o meno di aprire un confronto con l’amministrazione comunale. Un’occasione che potesse funzionare, allo stesso tempo, come “sospensione temporale” della politica degli sgomberi che ha caratterizzato anche questa Giunta; e come possibilità di una discussione vera su cosa possa diventare questa città per chi ci vive, ci lavora, ci abita.
A dire il vero, sul secondo terreno, non abbiamo mai nutrito particolari illusioni: la Giunta “arancione” che, semplicemente, ha deciso di mettersi a disposizione dei comitati di affari che governano con profitto (per loro) la metropoli milanese gestendo con zelo la partita dell’Expo2015, e rimanendo, più che indifferente, complice, di fronte alla corruzione sistemica che essa svela, non può essere interlocutrice seria di chi questa città la vuole trasformare dal punto di vista del soddisfacimento dei bisogni sociali delle classi popolari.
Ma sul primo terreno era lecito provare a sfidare questa Amministrazione. Verificare cioè se era disponibile,sul serio, a prendere atto che in questa città vivono conflitti sociali che non chiedono a nessuno- tantomeno alla Giunta “arancione”- di essere riconosciuti o legittimati. Ma non possono essere derubricati a problemi di ordine pubblico,di cui liberarsi dicendo semplicemente “spiacente non è nostra competenza impedire il tale sgombero o il talaltro sfratto esecutivo”.
In altre parole questa Amministrazione poteva scegliere di convivere con il conflitto iniziando il confronto con un atto politico che “liberasse il campo” da equivoci e strumentalità: dichiarare, con i propri termini, magari usando il linguaggio “felpato” delle istituzioni, che avrebbe praticato unilateralmente una moratoria degli sgomberi – a partire da quelli già annunciati e minacciati – fino alla fine del 2015, impegnandosi ad attivarsi su questo terreno nei confronti delle altre istituzioni – leggi Prefettura e Questura.
Impegnativo? Certo, ma possibile. A meno che il “tavolo di confronto” non si riduca ad un espediente per “ricostruire relazioni elettorali” a sinistra nei confronti di un mondo, dall’associazionismo al movimento sindacale a coloro che gli spazi li occupano e li fanno vivere, ormai insofferente e disilluso nei confronti di un’amministrazione che non ha prodotto alcuna rottura vera, alcuno scarto politico significativo rispetto alle precedenti gestione della città, delle politiche sociali ed abitative, dell’esercizio della democrazia partecipativa.
Per questo per ora non abbiamo preso la parola. Il passaggio dell’incontro svoltosi il 3 luglio scorso era utile per “andare a vedere” cosa veniva messo sul tavolo.
E abbiamo visto. Molte parole,dichiarazioni d’intenti fumose e inconsistenti e nessun vero atto politico annunciato.
Il solo che sarebbe servito: dichiarare la moratoria degli sgomberi e rifiutare di considerare i conflitti sociali in questa città – compreso quello agito da chi rivendica il diritto all’abitare – problemi di ordine pubblico. Questo avrebbe permesso, probabilmente, una fase successiva di confronto su come contrastare lo scempio urbanistico nella Milano dell’Expo utilizzando alcuni strumenti che le amministrazioni hanno a disposizione – per esempio la norma contenuta nell’ultimo regolamento edilizio approvato dal Comune che permette l’esproprio di aree proprietà di privati e lasciate all’abbandono per più di cinque anni…-.
Questo atto politico non c’è stato e per noi, a questo punto, il giudizio sul percorso che si propone l’Amministrazione è piuttosto chiaro: non produrrà alcuna dinamica positiva, non garantirà una durevole agibilità agli spazi occupati, non è utile sede di confronto per chi vuole affermare un’altra idea di città rispetto a chi oggi la governa. Quindi scegliamo di sottrarci ad un confronto inquinato da una amministrazione che vorrebbe, forse, riaprire un dialogo a sinistra, ma per le rigidità delle compatibilità politico-economiche che la tengono stretta non è nelle condizioni di farlo sul serio.
Comprendiamo le ragioni degli spazi occupati e dei soggetti di movimento che dicono di continuare a provarci. Ma riteniamo che la discussione vera da fare tra i movimenti sociali, gli spazi occupati, le associazioni che praticano i terreni della cittadinanza attiva, i militanti e i delegati sindacali che si ostinano a pensare ancora che esistono diritti e garanzie da riconquistare, i giovani e i precari che rivendicano reddito, dignità, lavoro, i collettivi di genere che non si accontentano della commercializzazione “creativa” degli spazi urbani e di vita, sia un’altra.
Cioè: come ripartire insieme da questa estate piovosa e umida per ricostruire un movimento di contestazione dell’evento Expo 2015 che indichi anche un altro modello di società e di vita comune per cui valga la pena di battersi. Un movimento capace di conquistarsi un radicamento sociale vero e quindi capace di esercitare pratiche intelligenti ed attrattive rispetto a coloro che vivono all’esterno dei diversi “fortini “della militanza politica e sociale.
Su questo terreno ci siamo e vogliamo parlarne con tutti e tutte, a partire dall’assemblea convocata questa sera in piazza Gae Aulenti, che giudichiamo un sforzo positivo di costruzione di uno spazio pubblico autonomo di confronto e a cui parteciperemo cercando di dire la nostra.

Ci sembra utile citare per finire la conclusione dell’articolo uscito ieri su Il Manifesto e firmato da Sandro Medici a proposito della vicenda del Teatro Valle di Roma rispetto alle intenzioni (preoccupanti) manifestate dal sindaco Marino (anch’esso piuttosto “arancione”), non per amore delle citazioni, ma perché ha qualcosa a che vedere con quanto stiamo discutendo a Milano:

“Qui non si tratta di stabilire se e quanto sia legale occupare uno stabile abbandonato per riconvertirlo ad un uso sociale o culturale. Qui si tratta di schierarsi. O si sta con i bisogni sociali o si sta con gli interessi”.

 

LEONCAVALLO SPAZIO PUBBLICO AUTOGESTITO

Note a margine di un discorso sui centri sociali

Non può mancare la nostra piena solidarietà a tutte le giovani realtà che in questo momento vivono sulla propria pelle la minaccia di uno sgombero imminente e che, pensiamo noi, non potranno trovare soluzione alla propria precarietà se non attraverso il dialogo con le istituzioni della città. Altresì non possiamo che accogliere favorevolmente le recenti dichiarazioni del sindaco Pisapia quando riconosce loro un ruolo importante di aggregazione, di cultura alternativa e di risorsa per la città. Ciò è in linea, finalmente, con quello che auspicavamo durante la campagna elettorale delle ultime elezioni amministrative. Non abbiamo mai dimenticato le promesse di una Milano più internazionale e a fianco di altre metropoli europee quali Amsterdam e Berlino e, dalla data dell’insediamento della giunta, stiamo ancora aspettando soluzioni anche nei nostri confronti!

La nostra storia è però diversa.
Una delle più significative pubblicazioni del Leoncavallo risale al 2003.
Si trattava di continuare e dare respiro a un lavoro, iniziato nel 95, che tentava di sistematizzare e osservare “la provvisoria solidificazione del magma emerso tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta”. Fu così che nacque una ricerca strutturata come un viaggio al nostro interno. Ne uscì un titolo: Leoncavallo SpA – Spazio pubblico Autogestito. Una battuta, sì, ma anche il marcamento di un passaggio in un percorso iniziato da più di trent’anni.
“Spazio pubblico Autogestito” stava a significare un cambiamento di prospettiva: il Centro Sociale diventava uno Spazio pubblico, aperto alla città, un luogo di sperimentazione di welfare dal basso che diventava automaticamente opposizione alla svendita di tutto ciò che è Pubblico o, come in seguito abbiamo cominciato a definire, Bene Comune.
Per noi non era un semplice titolo, ma il nome di un passaggio epocale tra le rivendicazioni verso la città e la consapevolezza di esserne parte a pieno titolo.
Si trattava, allora come adesso, di tracciare un percorso che sta tra il facile incasellamento in regolamenti e strutture codificate e il conflitto fine a se stesso, il no a prescindere, il rifiuto di qualsiasi regola. Un sentiero impervio, che necessitava, allora come adesso, di una manutenzione continua data dal lavoro quotidiano, dalla ricerca, dalla sperimentazione e dalla pratica del “fare quotidiano”.

Non fine ma mezzo.
Non abbiamo mai considerato le occupazioni come fini a se stesse. Per noi sono sempre state un mezzo di contrasto al degrado della città operato da poteri più o meno occulti ma sempre forti, dalle finanziarie,  e  dai colossi dell’edilizia magari agevolati da un politica connivente, e una risposta alla mancanza di luoghi dell’aggregazione (e quindi dell’auto organizzazione). Non una semplice valvola di sfogo a un disagio sociale, sempre più evidente nella sua tragicità, ma piuttosto una spinta propulsiva per rivendicazioni di diritti e proposte per una società migliore, verso un futuro mondo possibile al di là dei semplici slogan. Un mondo possibile, praticabile, tra cooperazione e solidarietà, nel quotidiano, da difendere anche salendo sui tetti, se necessario.

Autogestione e ricerca di regole condivise.
L’autogestione è sempre stata per noi il principale terreno della sperimentazione: siamo sempre stati consapevoli che è insufficiente disobbedire a leggi e scelte politiche ingiuste qualora a questa protesta non corrispondano proposte di fattibilità basate sull’esempio quotidiano del “fare società”. Pensiamo che l’autogestione consista nella condivisione di regole trasparenti e proprio in funzione di questa trasparenza pubblichiamo annualmente un resoconto delle nostre attività. Non pensiamo che la parola “autogestione” possa costituire pretesto e giustificazione per un agire opaco e in assenza di regole, ma piuttosto che sia un modello da contrapporre e da ibridare con altri modelli organizzativi. Con questo obiettivo la nostra ricerca di collaborazione tra le parti più vive e ricettive della città e delle professioni non è mai venuta meno: da architetti che hanno attraversato questi spazi sono nati progetti innovativi; dall’incontro con esperti di cooperazione sono nate possibilità di strutturazioni organizzative innovative; da altri professionisti sono nate reti informatiche, reti elettriche e ambienti in costante cambiamento verso l’adeguamento normativo; avvocati e notai ci hanno aiutato a risolvere problemi legati al quotidiano rapporto con la legislazione e la burocrazia.
Questo per noi significa fare società: dialogo e apertura verso l’esterno, in un circolo virtuoso che coinvolge i settori più progressisti della città, le professioni, le vecchie e le nuove generazioni e, rompendo la barriera tra fruitori e organizzatori, la marginalità che qui trova parziale risposta a una richiesta di servizi cui le amministrazioni, strette tra pareggio di bilancio e carenza di risorse, sempre meno riescono a far fronte.

 

 

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