Eroina, la strage silenziosa

Mentre Salvini lancia le crociate contro la cannabis l’eroina continua a fare morti.

La “gnugna”, la “roba”, la “scioppa”, la “marrone”, l'”ero” e così via…questi sono solo alcuni dei soprannomi dell’eroina in Italia.

E che l’eroina sia tornata ce lo si dice ormai da qualche anno, complice la guerra in Afghanistan scoppiata nel 2001 in conseguenza dell’attacco alle Torri Gemelle di New York, che ha portato a una nuova esplosione della coltivazione di oppio (precedentemente repressa dal regime integralista dei talebani) e a una diminuzione del prezzo delle “materie prime”.

Quello di cui non si parla, o meglio, alcuni parlano nel disinteresse collettivo, è che il numero di morti da eroina ha ripreso ad aumentare da tre anni a questa parte.

“Nel 2016, su 268 morti (per droga, ndr), 99 sono da eroina, pari al 37 per cento; l’anno dopo, l’ultimo su cui si hanno dati disponibili e certificati, su 294 vittime, 148 sono per eroina: un aumento del 50 per cento” riferisce un documentato articolo di Milena Gabanelli sul Corriere, il 21 maggio di quest’anno.

La storia dell’arrivo dell’eroina in Italia negli anni ’70 è abbastanza nota ed è stata raccontata efficacemente da varie serie televisive, non ultima “Romanzo Criminale”.

Altrettanto nota è l’esplosione del suo consumo nella seconda metà degli anni ’70, così come il contributo che diede alla devastazione delle soggettività militanti e rivoluzionarie dopo il 1977. Di solito, quando si parla di fine anni ’70 e dei primi anni ’80, nei movimenti si riflette sempre sul terzetto: riflusso, lotta armata ed eroina. I tre elementi che hanno caratterizzato quel periodo tragico. Del resto, i morti di overdose passano dai 28 del 1975 ai 210 del 1980 per aumentare con i 247 del 1985 e arrivate, nel 1990, alla drammatica cifra di 1.161.

Del resto, se si parla con i militanti che hanno vissuto le lotte degli anni ’70, molti concordano sul fatto che per 1 che scelse la lotta armata, almeno 10 scelsero l’eroina e, come diceva un vecchio militante di Autonomia: “Quando crollano la gioia e il benessere generato dal lottare insieme e dal sentirsi un NOI dilagano le droghe”.

Il libro bianco sull’eroina prodotto dai Collettivi Comunisti Autonomi nel 1978 e su cui lavorarono anche Fausto e Iaio assassinati in via Mancinelli il 18 marzo 1978

Una celebre foto di Milano fine anni ’70 – Dario Rizzi, sedicenne morto di overdose in Bovisa nel 1979

Un manifesto per le comunali del 1980 che invita a votare CAF – Comitato Antifascista San Siro contro l’eroina

Nella narrazione vincente, gli anni ’80 ci vengono raccontati come anni di benessere, edonismo e spensieratezza.

Del resto, sono gli anni dell’affermarsi delle televisioni commerciali che affermeranno il predominio di Silvio Berlusconi sulla comunicazione e poi sulla politica, così come gli anni del rampantismo della “Milano da bere” che trova nel Partito Socialista di Craxi il proprio referente politico.

Ma è un racconto bugiardo o quantomeno assai parziale.

“Milano da pere”, aveva sancito il movimento Punk per deridere gli slogan ottimisti e ipocriti di quel periodo. E che interi quartieri popolari fossero sommersi dall’eroina sono in molti a raccontarlo, con le latterie, i bar e i parchi trasformati da luoghi di socialità in luoghi di spaccio.

Tappeti di siringhe, giovani brancolanti ridotti a zombie, notizie quotidiane di scippi e morti di overdose, file davanti alle farmacie…

Questo lo scenario non proprio edificante che può ricordare la generazione nata tra la metà degli anni ’70 e la metà degli ’80 e che ha vissuto la propria infanzia in quel decennio.

Aree verdi trasformate in piazze di spaccio aperte 24 ore su 24 come potevano essere il Parco Lambro (nella cui opera di “bonifica” ebbero un ruolo non secondario i movimenti con il Festival del 23-25 giugno 1989 all’insegna dello slogan “Né eroina, né Polizia” e durante il quale si ebbero alcuni “incontri ravvicinati” con gli spacciatori della zona) o il Parco delle Cave. O una Piazza Duca D’Aosta, proprio davanti a Stazione Centrale, in cui i ragazzi andavano a bucarsi e poi magari a morire poco più avanti, sotto i portici allora aperti di via Vittor Pisani, una piazza oggi riqualificata che solo una memoria selettiva e assai poco in buona fede poteva preferire per come era allora rispetto a com’è oggi. Le code continue davanti alle farmacie come quella lunghissima che si formava davanti alla Ambrech, a due passi da Loreto, aperta giorno e notte. E anche tre morti di overdose al giorno

Il Festival del Parco Lambro ’89 che contribuì a rendere nuovamente vivibile il parco

E poi il disastro dell’AIDS.

Chi era bambino in quegli anni è cresciuto con l’incubo dei “tossici” a causa delle vere e proprie campagne di terrorismo mediatico che passavano in televisione. Nota positiva di quelle campagne durissime è il fatto di aver contribuito a salvare dall’eroina (ma non da altre dipendenze) almeno due generazioni di giovani.

 

La pietra miliare della legislazione sulle sostanze in Italia fu la contestatissima Jervolino-Vassalli (dagli allora ministri degli Affari sociali e della Giustizia) del sesto Governo Andreotti costruita con la collaborazione della comunità di San Patrignano e di Muccioli e quindi più focalizzata sulla repressione che sulla prevenzione.

All’epoca duramente (e giustamente) contestata come legge restrittiva, sarebbe impallidita di fronte ai veri e propri mostri giuridici partoriti nei decenni successivi come la tragica Fini-Giovanardi del 2006 che avrebbe abolito la distinzione tra “droghe leggere” e “droghe pesanti” e riempito le carceri di consumatori e piccoli spacciatori, salvo essere poi demolita dalla Corte Costituzionale.

La Jervolino-Vassalli fu in parte modificata a seguito del referendum del 1993 promosso dai Radicali che prevedeva l’abrogazione delle pene per la detenzione per uso personale di droghe in cui, come spesso accadeva, l’opinione pubblica italiana si dimostrò più avanti rispetto alla propria classe politica.

Lentamente, quasi impercettibilmente, durante gli anni ’90 l’eroina “passò di moda”, anche a causa dello stigma che ricadeva sui suoi consumatori, venendo soppiantata da altri tipi di sostanze.

Quello che distingue gli anni ’90 dai giorni nostri è, banalmente, che di certi problemi si parlava. Anche a scuola.

Informazione, formazione e riduzione del danno erano obiettivi che si cercava di perseguire con mille limiti e contraddizioni, ma facendolo. Il dibattito sulle questioni complesse era, per l’appunto, complesso. Non ancora imbastardito dalla retorica da social.

Oggi, sulla questione, è calato un velo di silenzio.

Di alcuni temi in Italia non si parla più: precarietà, diritti e infortuni sul lavoro sono stati banditi dal discorso pubblico.

Lo stesso, più o meno, vale per l’eroina e i disastri da lei provocati.

A Milano se ne parla solo quando succede qualcosa al boschetto di Rogoredo, la più grande piazza di spaccio del Nord Italia in cui eravamo già stati nel 2016. Una piazza che, nonostante gli interventi repressivi e quelli sociali del Comune continua a essere un frequentatissimo luogo di spaccio e utilizzo di eroina con vere e proprie code di clienti.

Non siamo al livello della vera e propria epidemia da oppioidi che ha colpito gli Stati Uniti negli ultimi anni (in tutto e per tutto simile a quella di crack negli anni ’80), ma continuare a far finta di nulla probabilmente non è la soluzione giusta! Forse, anche perché  altrove non se ne parla, proprio dagli ambiti di movimento dovrebbe ripartire una riflessione su questo tema che, ricordiamolo, spesso ammazza la contestazione.

Una campagna sulle sostanze sui mezzi pubblici milanesi 30 anni fa


In 2 anni l’eroina è aumentata del 103% e le morti del 10%. Ma in Italia il problema è la cannabis (The Vision)

Quante sono le morti per eroina in Italia (Vice)

Una storia di provincia e di eroina (Dinamopress)

 

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