Il grande inganno del memorandum di Versailles
Trump firma la resa e abbandona il popolo iraniano ai suoi carnefici.
La firma del memorandum tra Stati Uniti e Iran è stata celebrata come un atto di pace. Ma la storia, quella che si scrive nelle carceri di Evin e nelle piazze soffocate delle città iraniane, racconta una verità diametralmente opposta. Quello che abbiamo davanti non è un trattato, ma la resa più umiliante dell’Occidente. Un documento che consegna al regime degli ayatollah una vittoria politica ed economica totale, mentre il popolo iraniano, che avrebbe dovuto essere il “beneficiario” di questa guerra, viene gettato in pasto ai suoi carnefici. Una mossa cinica che trasforma la “diplomazia” in uno strumento di tradimento, legittimando un regime che ha intensificato la sua macchina di morte. Approfittando della guerra il regime ha moltiplicato le esecuzioni capitali, intensificato le campagne di arresti di massa, soffocato ogni residuo di dissenso interno con una ferocia che non si vedeva dagli anni della guerra con l’Iraq.
Per comprendere la portata del disastro, è necessario però scendere nel dettaglio dei punti. Perché non si tratta di un negoziato equilibrato, ma di un documento che dà a Teheran tutto ciò che chiedeva – e che avrebbe potuto ottenere senza una guerra che ha causato decine di migliaia di vittime.
Punto 1 – Fine delle ostilità: il regime ottiene tregua e legittimazione
Il primo punto dichiara la “cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano”. L’Iran si impegna a “non intraprendere alcuna azione ostile” e ad “astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza reciproca”. Sembra un passo verso la pace. Ma è anche una clausola che legittima il regime come attore razionale e affidabile, cancellando l’immagine di “Stato canaglia” che aveva giustificato l’intervento militare voluto da Trump.
Punto 2 – Rispetto della sovranità: il bavaglio all’opposizione iraniana
Il secondo punto è forse il più cinico dell’intero accordo: “Iran e Stati Uniti si impegnano a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’altro e ad astenersi dall’interferire negli affari interni dell’altro”.
Tradotto: l’Occidente si impegna a non sostenere più le proteste popolari in Iran. Il regime ha ottenuto l’immunità internazionale per la sua repressione interna. Quel popolo che Trump aveva esortato a “rovesciare il governo” e che era stato usato come bandiera per giustificare la guerra viene abbandonato.
Punto 3 – Accordo finale entro 60 giorni: una scadenza che favorisce il regime
Le due parti hanno 60 giorni, prorogabili, per negoziare un “accordo finale”. Una scadenza che mette pressione solo su Washington, desiderosa di chiudere la vicenda, mentre Teheran può giocare sul tempo e ottenere ulteriori concessioni. Il regime ha imparato, decenni di negoziati lo insegnano, che l’Occidente si stanca prima.
Punto 4 – Blocco navale e ritiro delle forze: l’Iran si libera dell’assedio
Gli Stati Uniti si impegnano a iniziare immediatamente la rimozione del blocco navale e a completarla entro 30 giorni. Inoltre, si impegnano a ritirare le proprie forze dalle vicinanze dell’Iran entro 30 giorni dalla firma dell’accordo finale.
L’Iran ottiene ciò che non era riuscito a ottenere con le minacce militari: la fine dell’assedio.
Punto 5 – Stretto di Hormuz: il regime diventa il guardiano del Golfo
La Repubblica Islamica si impegna a “garantire il transito sicuro e gratuito delle navi commerciali” e ad avviare un dialogo con l’Oman e gli altri Stati rivieraschi per la “futura amministrazione” dello Stretto di Hormuz.
In pratica, l’Iran viene riconosciuto come il custode di una delle vie d’acqua più strategiche del mondo. Dopo aver minacciato per anni di chiuderlo, oggi il regime ottiene un ruolo istituzionale nella sua gestione.
Punto 6 – Ricostruzione da 300 miliardi di dollari: il premio alla repressione
Questo è il punto più scandaloso dell’intero memorandum: “Gli Stati Uniti d’America si impegnano, insieme ai partner regionali, a elaborare un piano definitivo e concordato di comune accordo, con uno stanziamento di almeno 300 miliardi di dollari, per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran”.
Trecento miliardi di dollari. Non è un piano di sviluppo, è un risarcimento al regime per i danni subiti durante una guerra che Trump stesso ha contribuito a scatenare. Questi soldi non andranno al popolo iraniano. Andranno ai pasdaran, all’apparato di sicurezza, ai tribunali che emettono condanne a morte, alle prigioni che torturano i dissidenti. È un finanziamento alla repressione.
Punto 7 – Fine di tutte le sanzioni: il regime incassa la vittoria più attesa
“Gli Stati Uniti d’America si impegnano a porre fine a tutte le sanzioni contro la Repubblica Islamica dell’Iran, comprese le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le risoluzioni del Consiglio dei Governatori dell’Aiea e tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, primarie e secondarie”. Questa è la resa totale. L’Iran ottiene la fine di tutte le sanzioni senza aver fatto alcuna concessione sostanziale sul nucleare.
Punto 8 – Questione nucleare: l’Iran mantiene tutto, promette solo di discutere
“La Repubblica Islamica dell’Iran ribadisce che non si procurerà né svilupperà armi nucleari. Le due parti hanno inoltre concordato di discutere la questione dell’arricchimento e altre questioni di comune accordo relative alle esigenze nucleari della Repubblica Islamica dell’Iran, sulla base di un quadro soddisfacente che sarà concordato nell’accordo finale”.
La formula è volutamente vaga. L’Iran mantiene la sua capacità di arricchimento, mantiene il materiale già arricchito (che verrà solo “diluito in loco”), e si limita a promettere di “discutere” il futuro del suo programma.
Punto 9 – Status quo: il regime congela la sua posizione di vantaggio
“In attesa dell’accordo finale, l’Iran manterrà lo status quo attuale del suo programma nucleare e gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni né dispiegheranno ulteriori forze nella regione”. Questo punto cristallizza lo squilibrio di forze: l’Iran può mantenere tutto ciò che ha, gli Stati Uniti si impegnano a non fare nulla. Lo status quo è favorevole al regime, che ha raggiunto livelli di arricchimento mai visti prima.
Punto 10 – Esportazione di petrolio: il petrolio iraniano torna sul mercato
“Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti rilascerà deroghe che autorizzeranno l’esportazione di petrolio greggio iraniano, prodotti petroliferi, derivati e tutti i servizi correlati (inclusi servizi bancari, assicurativi e di trasporto)”.
Il petrolio iraniano torna a scorrere. Il regime, che era stato strozzato dalle sanzioni, può ora rimpinguare le sue casse e finanziare il suo apparato militare e repressivo. I proventi del petrolio, si sa, non vanno al popolo, ma alla Guardia Rivoluzionaria e al circuito della corruzione che tiene in piedi il regime.
Punto 11 – Fondi congelati
“Gli Stati Uniti d’America si impegnano a rendere pienamente disponibili i fondi e i beni congelati o vincolati della Repubblica Islamica dell’Iran”.
È la seconda grande vittoria economica del regime. Centinaia di miliardi di dollari, bloccati per anni, vengono immediatamente sbloccati.
Punto 12 – Meccanismo di monitoraggio: un organismo senza poteri
“Iran e Stati Uniti concordano sulla creazione di un meccanismo di attuazione per sovrintendere alla corretta implementazione e al futuro rispetto dell’accordo finale”.
Un organismo di controllo, certo. Ma senza la possibilità di intervenire automaticamente in caso di violazioni. Un’altra vittoria del regime, che ha sempre saputo eludere i meccanismi di monitoraggio internazionali.
Punto 13 – Tempistiche delle negoziazioni: tutto rinviato
“Le parti avvieranno le negoziazioni sugli elementi rimanenti dell’accordo finale” dopo la firma del memorandum. Tutto è rimandato. Le questioni più delicate – il nucleare, le sanzioni, i fondi – verranno discusse nei prossimi 60 giorni. Ma il regime ha già ottenuto ciò che conta: la fine immediata delle ostilità, lo sblocco del petrolio, l’avvio della rimozione del blocco navale. Le concessioni sono già state fatte. I negoziati futuri saranno solo una formalità per ratificare la vittoria di Teheran.
Punto 14 – Approvazione ONU: l’ultimo sigillo alla resa
“L’accordo finale dovrà essere ratificato da una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.
L’ultimo punto è quasi ironico: un accordo che umilia l’Occidente e premia il regime verrà ratificato dall’ONU, dando alla vittoria iraniana un sigillo di legittimità internazionale. Il Consiglio di Sicurezza, che per anni aveva sanzionato l’Iran, oggi sancirà la sua resurrezione politica ed economica.
Ora c’è un’immagine che dovrebbe accompagnare ogni firma, ogni stretta di mano, ogni dichiarazione trionfale uscita da Versailles: quella delle prigioni iraniane stracolme di attivisti, giornalisti, donne che hanno osato togliere il velo, studenti che hanno alzato la voce.
Per mesi, mentre l’attenzione internazionale era ipnotizzata dal conflitto, il regime di Teheran ha giocato la sua partita più sporca. Approfittando della distrazione occidentale, ha moltiplicato le esecuzioni capitali, intensificato le campagne di arresti di massa, soffocato ogni residuo di dissenso interno con una ferocia che non si vedeva dagli anni della guerra con l’Iraq. I numeri parlano. Mentre i think tank occidentali calcolavano i danni agli impianti nucleari, il regime impiccava attivisti per la libertà. Mentre i diplomatici discutevano di quote di arricchimento dell’uranio, le carceri si riempivano di giovani che avevano solo chiesto il diritto di vivere senza paura. Questa guerra, che doveva servire a indebolire il regime, ha finito per dargli il pretesto e il tempo per rafforzare la sua morsa sull’Iran.
E qui arriva il nodo politico più amaro e più cinico di tutta questa vicenda. Per mesi, Donald Trump e i circoli che lo hanno sostenuto hanno venduto questa guerra come una crociata per la libertà dell’Iran. Hanno parlato di “liberazione”, di “sostegno al popolo iraniano”, di “fine del regime oppressore”. Le immagini delle manifestazioni del 2022, le donne con i capelli scoperti, i giovani che gridavano “Donna, Vita, Libertà”, sono state usate come bandiera per giustificare l’intervento militare.
E oggi, con la firma di Versailles, Trump ha compiuto lo sgambetto più cinico e più crudele che potesse fare a quelle stesse persone. Ha tradito la loro speranza, ha calpestato il loro coraggio, ha svenduto la loro lotta per un accordo che dà tutto al regime e nulla a loro.
La logica che ha guidato questa amministrazione è stata chiara fin dall’inizio: il popolo iraniano era un mezzo, non un fine. Una pedina retorica da usare per giustificare la guerra, da esibire come trofeo morale, ma da gettare via senza alcun rimorso quando è arrivato il momento di fare i conti con la realtà.
Di fronte a questa resa, c’è una domanda politica che non può essere elusa: chi ha sostenuto questa guerra, chi l’ha propagandata, chi ha taciuto di fronte alle sue derive?
I monarchici in esilio che hanno sognato il ritorno a uno scià immaginario. I governi europei che hanno seguito a ruota l’amministrazione americana senza battere ciglio. Tutti loro, oggi, dovrebbero rispondere. Perché hanno spinto per un conflitto che non ha portato né alla caduta del regime né alla libertà del popolo iraniano, ma solo a un accordo che consegna a Teheran tutto ciò che chiedeva.
La loro arroganza, la loro presunzione di sapere cosa fosse meglio per un popolo che non conoscevano, la loro fiducia cieca nella potenza militare, si sono infrante contro la realtà. E il prezzo lo pagano, ancora una volta, le persone iraniane.
Questo memorandum è la prova definitiva che la guerra è stata un errore madornale. Non solo non ha raggiunto gli obiettivi dichiarati, ma ha peggiorato la situazione di chi si diceva di voler difendere. Il regime di Teheran esce da questo conflitto legittimato, finanziato e più forte. La pace di Versailles non è una vittoria. È una resa. È la fotografia di un Occidente che ha perso la bussola politica e morale, che si è fatto abbindolare dall’illusione della guerra e che oggi firma un accordo che umilia i suoi stessi “principi”.
E mentre Trump festeggia con Macron a Versailles, nelle prigioni iraniane si continua a impiccare. Il regime, forte del via libera internazionale, intensificherà la repressione, sapendo che nessuno alzerà la voce.
Questo è il lascito di questa guerra. Questo è il prezzo di questa pace. E la storia, quella vera, giudicherà tutti coloro che hanno reso possibile questo disastro.
di Marina Misaghinejad
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