Mangiamoci Expo – Il primo: intervista a Luca Abbà (anche video)

49153“Le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro. E le imprese e le banche stavano scavandosi la fossa con le loro stesse mani, ma non se ne rendevano conto. I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. I granai erano pieni, e i figli dei poveri crescevano rachitici, con il corpo cosparso di pustole di pellagra. Le grosse imprese non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E la rabbia cominciò a fermentare.”  

(John Ernst Steinbeck, Furore)

Secondo ospite di Mangiamoci Expo è Luca Abbà, agricoltore valsusino e noto volto del movimento NoTav, che MilanoInMovimento ha intervistato in occasione dell’edizione 2014 de “La Terra Trema”. Di seguito pubblichiamo il video completo dell’intervista e la trascrizione di alcuni estratti chiave in cui Luca racconta, attraverso la sua esperienza diretta, il significato politico che oggi assumono le micro-economie locali, oggi più che mai espressione di resistenza, opposizione e alternativa alla distruttività di grandi opere e grandi eventi.

Ciao Luca, raccontaci prima di tutto della tua attività di agricoltore.

«La mia esperienza dura da circa 15 anni, quando, nel 2000, ho cercato piano piano di costruire un’attività che adesso mi permette di mantenermi e di vivere del lavoro della terra. È una piccola attività agricola di montagna a conduzione famigliare, diciamo che principalmente sono io che ci lavoro, ma in alcuni momenti anche amici e parenti mi danno una mano, soprattutto nel momento dei raccolti. Questa attività è nata pezzo dopo pezzo, attraverso piccoli tentativi esperimenti, grazie soprattutto alla curiosità di provare capire come si può vivere coltivando della terra in montagna. Non era scontato, ma in questo momento posso dire che ci sono riuscito ed è pure divertente. È un’esperienza in cui è difficile separare la vita dal lavoro, perché non ha appunto un’interruzione tra le ore di lavoro e quelle di vita, ma ho cercato di ridurre il più possibile il livello di alienazione. E posso dire che è una cosa che mi appaga e che ha dietro anche un discorso sociale e politico».

Anche perché la tua attività si svolge in un luogo molto particolare.

«Sì, io sto in una frazione di Exilles in Val di Susa, non distante da Chiomonte. Sono NoTav da sempre, da quando ero adolescente, ed è da 15 anni che sono in prima fila. Partecipare alla lotta NoTav è in continuazione con quello che è il mio progetto di vita in montagna come coltivatore, erede di quella cultura alpina rurale che sta scomparendo o si sta evolvendo in questi decenni in un qualcosa che ancora tutto in divenire. Perché la generazione rurale dei nostri nonni sta scomparendo e c’è una voglia di protagonismo da parte di giovani che stenta a decollare, ma che comunque si sta facendo spazio. La valle di Susa è un territorio privilegiato perché la lotta No Tav ha aperto un sacco di spazi politici culturali sociali nuovi. Quindi lì si stanno mettendo in pratica una serie di esperimenti interessanti. La mia storia agricola, parallela al movimento No Tav è una di queste. Ci sono tanti tentavi ed esperienze anche agricole o di economia locale. È nata in questi anni in tanti Valsusini la voglia di provare ad immaginare un mondo diverso, quello che tanto predichiamo a parole. L’abbiamo vissuto nei momenti di rottura degli scontri delle barricate dei presidi delle libere repubbliche abbiamo praticato degli sprazzi di autogestione di libertà assaporando quello che vuole dire e quindi si è provato a immaginare una continuità di questi momenti nella vita di tutti i giorni. Non è facile. Perché ci sono ostacoli pratici formali e anche culturali perché poi siamo tutti colonizzati dall’immaginario capital consumista e non riusciamo tanto facilmente ad uscirne, ma la Val di Susa è un territorio privilegiato perché la comunità che si è legata intorno al movimento NoTav ha permesso la messa in pratica di nuove idee a livello di economia di valle produzione agricola, ospitalità. È un processo in divenire, per cui vediamo gli albori di questa possibilità. Paradossalmente, più la lotta NoTav continua, più c’è questa possibilità, senza celebrarla troppo».

Nella pratica, ci racconti in quali e quanti modi i cantieri impattano sull’attività agricola?

Io in particolare rispetto ai cantieri sono al di fuori dall’impatto diretto. Ma l’opera ha toccato, tocca e toccherà tantissime attività agricole. Pensiamo agli effetti delle polveri sulle vigne di Chiomonte e a tutto il territorio circostante. Ma gli effetti della grande opera io li ho subiti decine di anni fa con la costruzione dell’autostrada, la cui galleria passa proprio sotto la mia borgata. La galleria ha interrotto la falda acquifera e ha prosciugato la sorgente che ci dava acqua sia potabile, sia irrigua. Per cui sono state fatte delle tubature alternative e adesso beviamo acqua portata dai tubi di plastica. Questa esperienza ha insegnato molto agli abitanti della borgata, che adesso detestano quell’autostrada, ma che però a suo tempo ci aveva colto impreparati. Altre borgate hanno visto le sorgenti di acqua prosciugate per la costruzione di una gallerie legata a un centrale elettrica semi-funzionante a Venaus. Quindi, diciamo che i danni di questo modello di sviluppo qui in Val di Susa li stiamo toccando tutti con mano».

L’attività agricola può rappresentare un modello alternativo?

Oggi è evidente a tutti il limite, anche economico, di questo modello basato sulle ditte di escavazione o sull’edilizia selvaggia. In valle tanti sono impiegati nel movimento terra. Ma le ditte stanno chiudendo o fallendo. Perché non si può pensare di spostare terra e scavare montagne in eterno. La coltivazione, come tutta una serie di economie alternative, può durare nel tempo, dare una sussistenza, magari meno lussuosa, perché sul movimento terra si può lucrare parecchio. Negli anni buoni chi ha dovuto fare i soldi li ha fatti, chi ha lavorato per poco ha lavorato per poco, però adesso il giochino è finito e subentrano queste possibilità nuove, che si sono fatte strada a colpi anche di sofferenza e di lotta. Oggi gente inizia a pensare che la strada stia in progetti come il mio. Che possano funzionare di più che non nell’essere assunti in una cava. E quindi vediamo sempre di più una riscoperta e riscossa di questi settori anche economici a discapito di un mondo che sta fallendo. Anche se continua a menare i suoi colpi di coda e a provare a insistere perché è veramente bene inserito nei poteri pubblici dominanti. I finanziamenti sono dirottati verso queste grandi opera infrastrutturali e di urbanizzazione invece che verso le microeconomie del territorio. Questo è il tema che si dibatte anche qui rispetto ad Expo e a tutto quello che si vivrà a Milano. Sapete meglio di me quello che cosa sono i movimenti del capitale e che direzione prendono.

Che rapporto c’è in Val di Susa tra micro-economie locali, movimento e repressione?

Dalla nostra abbiamo un territorio che si è fatto comunità che ha una garanzia di fondo: una struttura di persone e di spazio che si vorrebbero gestire diversamente. Teniamo conto che il livello di repressione che si è aperto negli ultimi due o tre anni è arrivato su un territorio dove c’è il radicamento di un movimento decennale. La lotta No Tav ha venti anni, ma si è fatta movimento negli ultimi 10 anni dopo una semina e crescita graduale sul territorio. Da dieci anni c’è un movimento forte di popolo, di massa, che viaggia su un percorso fondamentalmente di resistenza. E quando arriva la repressione è una mazzata, perché ci sono arresti e processi per tanta gente che non aveva mai avuto a che fare con tutto questo o che considerava la giustizia e la magistratura come baluardo di difesa dell’onestà e dei diritti. Sappiamo che la giustizia italiana non funziona così e questo ribaltamento tanti non l’hanno vissuto così bene umanamente o interiormente, per cui c’è stato un passaggio di sofferenza, prima di svelare quello che è il vero significato del potere giudiziario. Però, passate queste fasi, adesso abbiamo una solidarietà diffusa verso coloro che sono colpiti della repressione e intorno a queste vicende è cresciuta una forte consapevolezza. Questo è stato possibile per via dei comportamenti incredibili che la Val di Susa ha dovuto subire da parte dello stato italiano, dalla polizia, ai politici, alla magistratura. Paradossalmente tutto questo ha aiutato nella crescita di una consapevolezza. Con il risultato che, pur nella sofferenza si è arrivati a capire. Questo rimane e oggi è difficile prendere in giro i Valsusini su certi temi.

Leggi le puntate precedenti

L’intervista a Domenico Finguerra: https://milanoinmovimento.com/territori/mangiamoci-expo-un-antipasto

La prima puntata la della rubrica: http://milanoinmovimento.com/territori/mangiamoci-expo

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