Non succede più niente

Questo articolo nasce dalle riflessioni stimolate da due eventi molto diversi, eppure in qualche modo collegati.

Il primo è la pubblicazione del libro di Davide Steccanella “Milano e la violenza politica 1962-1986” (Milieu). Un testo che, sin dall’inizio, ha avuto un ottimo riscontro di vendite, soprattutto nella nostra metropoli.

Il secondo è la morte misteriosa del dottor Stefano Ansaldi, trovato agonizzante in zona Stazione Centrale la sera del 19 dicembre. Un caso oscuro e complicato, non ancora risolto, ma su cui la destra cittadina si è immediatamente lanciata a bomba per alimentare l’abituale campagna mediatica su “Milano città insicura”.

C’è poi un rumore di fondo ricorrente e che ha la monotonia del disco rotto. Si tratta degli abituali commenti di una parte degli utenti social su qualsiasi profilo dedicato alla città di Milano (primo fra tutti MilanoToday, ma anche “Milano sparita e da ricordare”) il cui assunto (ma sarebbe meglio dire “dogma”) è “che belli che erano i tempi passati. Non come adesso, in questa città insicura e in mano alla delinquenza!”. Ed è proprio da questa frase così banale, monotona e scontata (oltreché falsa) che bisogna partire.

È evidente che, al di là degli slogan martellanti con i quali la destra italiana fa la sua fortuna da circa 25 anni, in questa situazione entrano in gioco due potenti meccanismi psicologici difficili da contrastare con la razionalità. Il primo si fonda sul fatto che per un individuo la percezione è sempre realtà. Non importa quanto quella percezione possa essere distorta e filtrata. Il secondo è la potenza della memoria selettiva: si cerca nel passato una magica Eldorado, rimuovendo tutti i suoi aspetti negativi. Questo meccanismo è ancora più potente se l’epoca presa in considerazione corrisponde con la gioventù dell’osservatore. Ma, andando oltre a questa psicologia da supermercato, appare comunque ovvio che di fronte a una percezione profonda e sedimentata in una parte della cittadinanza neanche le statistiche e i dati empirici riescono a smuovere le più solide convinzioni.

Allora abbiamo cercato di operare in un modo più coinvolgente. Abbiamo scelto un decennio particolare, quello 1975-1985, e siamo andati a spulciare l’incredibile archivio online dell'”Unità”, vera e propria miniera di preziose gemme giornalistiche. Certo, non sempre quello che scrivono i giornali corrisponde alla verità, ma le vicende narrate sono realmente accadute e ritraggono bene il clima di un’epoca. Siamo riusciti a ricostruire (nel limite del possibile) i passaggi di un decennio che potremmo definire “criminale” e abbiamo volutamente deciso di non inserire gli episodi legati a quella che un tempo veniva definita la “criminalità politica”, consci che il decennio lungo dei Settanta è stato in qualche modo un’eccezione nel normale andamento della storia del Paese.

Non troverete quindi titoli o articoli relativi ad attentati e simili, o a scontri di piazza che, per circa 15 anni, come documenta il libro di Steccanella hanno fatto a Milano un notevole numero di morti. Questo perché quelle vicende hanno fatto parte di una storia molto particolare di insorgenza politica generalizzata, con cui non si è mai fatto i conti veramente, sia a livello politico, che narrativo e giudiziario. Ci siamo quindi concentrati sugli episodi della cosiddetta “criminalità comune”.

Qualcuno potrebbe obiettare che la scelta di questo decennio sia stata una piccola furbata, perché sappiamo bene che si è trattato di un periodo particolarmente caldo. Non è così. Se si considerasse criminalmente il decennio successivo, la situazione rimarrebbe pressoché invariata.

La prima cosa da dire è che c’è un tale imbarazzo nella scelta degli episodi criminali da analizzare da non sapere neppure da dove partire. Forse allora, la scelta più sensata è far parlare i numeri.

“… 204mila furti, 1979 rapine, 53 sequestri e 93 omicidi”. Questi i freddi dati statistici riportati da un articolo dell'”Unità” del novembre 1981, a seguito dell’ennesimo ammazzamento di gruppo avvenuto al Lorenteggio e in riferimento ai reati registrati a Milano nel corso di quell’anno.

La narrazione diffusa ci viene qui in aiuto, portandoci a scegliere il primo tema. Gli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo sono gli “anni d’oro” del gangsterismo meneghino, del quale ogni milanese che si rispetti conosce i tre nomi principali: Vallanzasca, Turatello ed Epaminonda.

Va detto che, come per la criminalità politica, la fase del gangsterismo è una fase limitata nel tempo e molto legata a una certa generazione criminale. Mentre le diverse batterie in guerra tra loro riempivano le prime pagine dei giornali, sotterraneamente ma neanche troppo, mafia e soprattutto ‘ndrangheta allargavano i loro traffici e affari estendendo i loro tentacoli su una fetta dell’economia milanese. Anche loro facevano molti morti. Ma erano morti che, per diversi motivi, facevano parlare meno i giornali e le televisioni. Che ci fosse una vera e propria emergenza criminalità organizzata a Milano risulterà palese negli anni successivi.

Riportiamo qui una prima carrellata legata alla guerra tra i gangster milanesi. I fatti parlano da soli.

Una delle grandi “mode” della Milano criminale di quel decennio erano le rapine in banca. Del resto, qualche decennio fa, il livello di controllo sociale era molto minore e “saltare il bancone” era molto più semplice di ora. Di fatto, bastava (si fa per dire) spalancare la porta dell’istituto di credito prescelto e urlare la solita frase che tanti, da bambini, abbiamo imparato a conoscere. Ciò non toglie che spesso le rapine non andassero per il verso giusto e terminassero o con presa di ostaggi e assedi, o con ferocissimi conflitti a fuoco con le Forze dell’Ordine.

Qui una piccola galleria che, partendo dalla celebre rapina con ostaggi in piazza Insubria del ’75 e passando per il far west all’esattoria civica del 1976, finisce, a seguito di ore di assedio, con la strage alla “Purina” di via Santa Sofia del 1980, opera di uno squilibrato.

Altro grande rimosso di quel periodo è quello dei sequestri di persona. Un’attività criminale arrivata fino agli anni Novanta, ma che in quel periodo era diventata anch’essa una sorta di “moda”. Dopo il via dato dalla mafia siciliana, velocemente ci si erano messi un po’ tutti: dai gangster come Vallanzasca alle famiglie calabresi, passando per i sardi.

Un’attività criminale che il primo grande pentito della ‘ndrangheta a Milano, Saverio Morabito, nel libro “Manager calibro 9” di Colaprico e Fazzo e da cui Netflix ha tratto il film “Lo spietato” definiva dispendiosa e rischiosa, ma che all’epoca aveva assunto dimensioni da produzione industriale. Alcuni sequestri come quello di Emanuela Trapani sono rimasti nella memoria popolare, altri sono stati rapidamente dimenticati. Ma erano decine ogni anno. E tanti sequestrati non fecero mai ritorno a casa.

Le carceri, si sa, sono uno dei grandi rimossi della nostra società. Solo le sanguinose rivolte del mese di marzo di quest’anno hanno riportato all’attenzione dell’opinione pubblica le vergognose condizioni di detenzione nelle prigioni italiane. Ma la memoria, si sa, non dura molto e dopo qualche giorno, sull’intera questione, è tornato il silenzio.

La fase storica che trattiamo in questo articolo è stata una fase caratterizzata non solo da un grande ciclo di lotte di massa che puntava al miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti (si otterrà, negli anni Ottanta, la legge Gozzini), ma anche di continue rivolte e evasioni di ogni tipo. San Vittore non fu immune dalle fughe di massa o dai tentativi di evasione. Due entrarono nella storia conquistando le prime pagine dei giornali: quella del maggio ’77 e quello dell’aprile ’80 con, tra gli evasi, nomi “di grido” come Renato Vallanzasca e Corrado Alunni.

Milano, grande capitale della finanza con le sue zone grigie, fu ovviamente il crocevia di tutte le vicende relative al crack del Banco Ambrosiano e a Sindona. Stiamo parlando sia dell’omicidio dell’avvocato Ambrosoli che dell’attentato a Roberto Rosone, il vice di Calvi, in cui perse la vita l’attentatore: Danilo Abbruciati della banda della Magliana, la cui figura ricorre sia nel libro che nel film che nella serie “Romanzo Criminale”.

Fu la Procura di Milano, proprio indagando su Sindona e sui suoi affari, ad arrivare alla lista degli iscritti alla loggia P2 guidata da Licio Gelli.

L’ultimo capitolo è quello dedicato all’eroina. Perché, se è vero che la Milano degli anni Ottanta è passata alla storia come la “Milano da bere”, è altrettanto vero che i punk milanesi avevano perfettamente ragione nel coniare un altro slogan dispregiativo ma veritiero sulla situazione in città. Parlavano infatti di una “Milano da pere”.

Il boom del consumo di eroina in città si ha dalla seconda metà degli anni Settanta. Più declina l’impegno politico di massa, più l’eroina dilaga. Sembra quasi un’equazione matematica. L’esplosione del mercato dell’eroina ha una serie di effetti a catena sia sul mondo criminale che sulla società.

Il mondo criminale, fino a quel momento molto professionale ed elitario, viene travolto dallo tsunami eroina. Saltano tutte le regole. Del resto, se è vero che un tossicodipendente, per una dose, è pronto a vendere i genitori, perché non dovrebbe tradire i suoi colleghi nella criminalità? I facili guadagni prodotti dagli oppiacei hanno due altri effetti. Innanzitutto, fanno esplodere guerre feroci per il controllo del mercato e delle piazze. Per spacciare eroina, poi, non è necessario essere banditi coraggiosi, basta essere buoni commercianti. Da qui il tracollo di quella che molti definiscono “l’etica criminale” degli anni Settanta.

Le conseguenze sulla società sono ancora più terribili e a Milano, una delle piazze più importanti dello smercio di sostanze in Europa, si vedono con evidenza. L’eroina falcidia intere generazioni. Quello che adesso si vede in una piccola zona territorialmente limitata, ovvero il bosco dell’eroina di Rogoredo, tra la fine dei ’70 e gli ’80 è una costante dei parchi e delle piazze milanesi. I tossicodipendenti muoiono come mosche e chi scrive ha vivida l’immagine delle loro code fuori dalle farmacie in attesa di comprare il necessario per il buco.

L’eroina ha un costo, e i “tossici” fanno di tutto per procurarsela. Da qui l’aumento vertiginoso dei piccoli reati di cui, negli anni Ottanta, i più diffusi erano: il furto dell’autoradio o lo scippo ai danni di anziani.

Ci avviamo verso la conclusione. Speriamo che questo rapido viaggio in un’epoca neanche troppo remota possa essere servito a sfatare tante delle attuali montature mediatiche. Del resto, oggi, a nessun regista passerebbe per la testa di girare decine di film con titoli come “Milano calibro 9” oppure “Milano odia, la Polizia non può sparare”. Certo, molti volevano imitare l’America dell’Ispettore Callaghan, ma il trionfo delle pellicole poliziottesche proprio in quel periodo la dice lunga sul carattere di un’epoca.

Citando quindi la testimonianza di una vecchia volpe della Squadra Mobile di Milano per il libro ” “Ultima edizione – Storie nere dagli archivi de La Notte”  (sempre Milieu):

“…oggi non succede niente”.

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