Piazza Fontana, 50 anni dopo

Manca un giorno all’anniversario della strage.

Sono le 16,37 del 12 dicembre 1969.

Una bomba ad alto potenziale esplode al centro del salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana, a pochissimi metri da piazza Duomo.

Mentre le altre banche a quell’ora sono già chiuse, la banca di piazza Fontana rimane aperta per consentire le ultime operazioni bancarie agli allevatori provenienti da molte parti della Lombardia.

L’esplosione uccide sul colpo 13 persone ferendone poco meno di un centinaio. Altre quattro persone moriranno successivamente.

Nell’arco di un’ora altre tre bombe esplodono a Roma ferendo 16 persone: una all’Altare della Patria, una al Museo del Risorgimento di piazza Venezia e una alla Banca Nazionale del Lavoro di via San Basilio.

Una quinta bomba viene ritrovata alla Banca Commerciale Italiana di piazza della Scala e con una sciagurata decisione degli investigatori fatta brillare in serata distruggendo importanti elementi d’indagine come timer, esplosivo e contenitore dell’ordigno.

Cinque bombe in meno di un’ora. Elemento significativo di un alto livello organizzativo.

Le prime, confuse notizie parlano dell’esplosione di una caldaia. Ma ben presto si capisce che il massacro è stato causato da una bomba.

Nel giro di pochissime ore la Questura di Milano allora guidata da Marcello Guida (ex-fascista) ferma circa un centinaio di persone. Quasi tutte di sinistra. A guidare le indagini l’Ufficio Politico (attuale Digos) gestito da Antonino Allegra e che, tra i suoi uomini di punta aveva il Commissario Calabresi.

Viene immediatamente imboccata la pista anarchica.

Del resto, la Questura di Milano aveva già messo in prigione dei militanti anarchici per le bombe esplose il 25 aprile dello stesso anno alla Fiera Campionaria e all’Ufficio Cambi della Stazione Centrale. Una vera e propria montatura giudiziaria costruita su confessioni estorte e una teste mitomane che crollerà fragorosamente nel 1971.

Creare il mostro anarchico! Questa sembra la parola d’ordine delle autorità. E del resto, a quanto sembra, in quelle ore, in Questura, giravano personaggi di alto livello del famigerato Ufficio Affari Riservati (il servizio segreto della Polizia) guidato da una figura sinistra come Federico Umberto D’Amato e che avrà un ruolo determinate in quella che verrà definita la Strategia della Tensione.

La notte del 15 dicembre, Giuseppe Pinelli, militante anarchico precipita dal quarto piano della Questura di Milano e più precisamente dall’ufficio del Commissario Calabresi, dove era trattenuto illegalmente da più di tre giorni. La Questura mette subito in piedi una vergognosa conferenza stampa dichiarando che Pinelli si era suicidato vedendosi scoperto come uno dei responsabili delle bombe. Giova ricordare che tutto ciò si rivelerà totalmente falso. Nonostante il clima di caccia alle streghe antianarchica, ai funerali di Pinelli partecipano più di 3.000 persone.

Nelle stesse ore viene arrestato l’anarchico Pietro Valpreda che diventerà il vero e proprio capro espiatorio della strage e che passerà moltissimo tempo in carcere risultando alla fine completamente innocente. Giusto per ricordare la vergogna di cui si ricoprirono alcuni personaggi che ancora ricoprono un ruolo importante nella società italiana va ricordato l’annuncio di un giovane Bruno Vespa: “Pietro Valpreda è un colpevole”.

Prima di ricostruire come si arrivò alla responsabilità fascista per la strage ricordiamo che fermenti muovevano la società italiana in quei giorni dell’autunno ’69.

Il primo elemento da ricordare è che l’Italia, in quella fase storica, era circondata, nell’Europa del Sud, da regimi autoritari e fascisti come Portogallo, Spagna e Grecia e da una democrazia presidenziale come quella francese in mano al generale De Gaulle.

Il secondo è che si era in piena Guerra Fredda con una contrapposizione dura tra blocco occidentale e blocco sovietico.

Innegabile che entrambe queste dimensioni abbiano potuto giocare un ruolo nella Strategia della Tensione.

Va inoltre aggiunto che la società italiana, nell’autunno ’69 era stata attraversata da una gigantesca ondata di lotte sui posti di lavoro, il famoso Autunno Caldo, che a un solo anno dal ’68 studentesco avevano riproposto i temi di maggiori diritti, maggiore uguaglianza e maggiore democrazia. Come se non bastasse, in Italia c’era il più grande partito comunista dell’Europa occidentale.

Ma non è finita. Se la società italiana viveva una fase conflittuale è altrettanto vero che c’era una parte consistente del paese (la stessa, in fondo, che sostenne l’avvento del fascismo negli anni Venti) che vedeva come fumo negli occhi scioperi e manifestazioni e per cui la paura del comunismo e dei rossi in tutte le declinazioni era un collante potentissimo. Questa parte non minoritaria di italiani si divideva tra l”appoggio al Movimento Sociale Italiano, l’erede esplicito del Ventennio e la Democrazia Cristiana, strumentalmente utilizzata da molti come baluardo all’avanzata comunista.

A questo vanno poi aggiunte le spinte reazionarie che dilagavano sia negli apparati repressivi che nelle forze armate.

Una miscela esplosiva in cui ognuna delle correnti che rappresentava le parti più conservatrici del paese poteva muovere le sue pedine per una propria strategia: c’era chi voleva fermare le lotte sociali e bloccare l’avanzata delle sinistre, c’era chi puntava a un governo presidenziale in stile francese, c’era chi sognava il Colpo di Stato militare e c’era chi mandava messaggi di moderazione al PCI.

Coloro che sognavano la svolta autoritaria furono però delusi. Un primo argine venne dalla gigantesca partecipazione popolare ai funerali delle vittime della strage. Una partecipazione che evidenziò un sentimento ancora confuso, ma abbastanza univoco nel vedere nelle bombe una strategia contro le lotte dei lavoratori degli ultimi mesi.

Il secondo argine alle menzogne delle autorità venne costruito da quella che all’epoca verrà chiamata la controinformazione.

Se il giornalismo italiano ne uscì abbastanza impietosamente va però ricordato che alcuni giornali misero subito in dubbio le verità ufficiali costruendo una contronarrazione capace di rompere il muro delle menzogne di regime e avere sempre più seguito e credito nella società italiana. Oltre ai giornali però un ruolo determinante in questa dinamica fu svolto dalla raccolta di informazioni e dalla loro diffusione dai canali del movimento.

Il terzo argine, fino ad oggi molto sottovalutato, ma secondo noi a sua volta importante, fu quello degli studenti milanesi. Nel gennaio 1970, in un clima plumbeo e spaventoso, il Movimento Studentesco, sfidando gli apparati repressivi, convocò due grandi manifestazioni. La prima, il 21 gennaio, con 10.000 partecipanti, fu ferocemente repressa dalle Forze dell’Ordine. La repressione fu però un boomerang perché molte forze della sinistra istituzionale e del mondo moderato presero posizione a favore degli studenti. La manifestazione del 31 gennaio vide la partecipazione di 50.000 persone e rese nuovamente praticabile la piazza milanese.

Tornando alle inchieste il 1971 è un anno decisivo per avviarsi sulla strada della verità per la strage.

Mentre, come dicevamo, crolla la montatura poliziesca contro gli anarchici per le bombe dell’aprile ’69 la magistratura veneta getta le prime luci sul ruolo decisivo delle strutture del gruppo fascista di Ordine Nuovo nel massacro del 12 dicembre (e nelle bombe sui treni dell”agosto precedente) arrestando per la prima volta Franco Freda e Giovanni Ventura.

La via giudiziaria è stata un vero e proprio sentiero di guerra con l’intervento consistente degli apparati dello Stato per coprire, insabbiare e “garantire” gli imputati fascisti.

Nel 1987 la Cassazione assolve in via definitiva Freda e Ventura dall’accusa di strage, ma li condanna per le bombe sui treni che furono il vero e proprio “antipasto” di piazza Fontana.

Negli anni Novanta una nuova indagine del magistrato milanese Guido Salvini porta nuova luce sui fatti coinvolgendo nuovi personaggi facenti parti dello stesso ambiente neofascista veneto e della stessa organizzazione politica ovvero Ordine Nuovo. Tra loro spicca la figura di Delfo Zorzi.

Nel 2005, dopo sentenze alternanti, la Cassazione assolve in via definitiva Zorzi come autore materiale del massacro, affermando però che la strage di piazza Fontana fu realizzata da Ordine Nuovo con la responsabilità diretta di Franco Freda e Giovanni Ventura, non più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987.

Per stessa ammissione del giudice Salvini, se la mole di informazioni delle varie inchieste venisse messa insieme in modo organico e strutturato, la verità sull’esecuzione della strage di piazza Fontana sarebbe evidente.

E’ importante ricordare che l’indagine sulla strage del 12 dicembre ha dato un contributo fondamentale a un’altra indagine della Procura di Brescia su un’altra strage, quella di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 che, non a caso, nel 2017 si è conclusa con le condanne definitive dei due ordinovisti veneti Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. Stessi personaggi, stesso milieu eversivo.

Resta decisivo quindi ricordare gli episodi di 50 anni fa.

Episodi che hanno condizionato profondamente la società italiana e quello che siamo diventati.

Piazza Fontana NON è un episodio misterioso. Anzi. E’ quasi tutto molto chiaro.

Non è un caso se il 9 dicembre di quest’anno, nella piazza dell’eccidio sia stata posata una lapide molto esplicita…

 

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