La pace dei Gangster

Viktor Orban non è propriamente un intellettuale, ma una sua frase merita di essere ricordata. È una frase eloquente, che risale al febbraio scorso, quando Volodymyr Zelens’kyj si è recato alla Casa Bianca e ha subìto quella che in molti hanno descritto come una vera e propria aggressione da parte dell’amministrazione USA. Orban ha così commentato: “Gli uomini forti fanno la pace, mentre gli uomini deboli fanno la guerra”.

Questa frase ci costringe subito a interrogarci su cosa sia la pace. Se cioè essa sia una dimensione di equilibrio e benessere, o se invece non sia un assetto che esprime la volontà dell’uomo forte e che per converso legittima il potere dell’uomo forte a cui arrendersi. Se, in altri termini, la pace sia una condizione di giustizia entro cui individui e comunità possano fiorire o se sia una gerarchia di interessi imposta da una volontà superiore e conservata con la forza. E, se non vogliamo usare la parola “giustizia”, la cui difficile definizione sposta il problema anziché risolverlo, possiamo chiederci se il diritto che definisce la nostra vita in comune debba necessariamente essere il prodotto di una violenza che lo pone e di una violenza che lo conserva, per citare Benjamin.

Di fatto, qualche mese dopo la visita di Zelens’kyj alla Casa Bianca, abbiamo avuto una risposta piuttosto chiara su che cosa venga oggi definito pace. In Medioriente i progetti di pace che ci sono stati sventolati di fronte per lungo tempo erano fondati sullo smantellamento di ogni residuo di diritto internazionale e sulla sua sostituzione con la pura negoziazione economica e con consigli di amministrazione per investimenti logistici e immobiliari. Una pace, poi, è stata in effetti firmata, ma si è presto rivelata una formula magica attraverso cui quella regione del mondo è stata definitivamente tolta dalla nostra attenzione.

Ragionando su guerra e pace, probabilmente nessuno accetterebbe l’idea futurista della guerra come sola igiene del mondo. Dopo un Novecento in cui abbiamo fin troppo provato quella strada, nessuno gioirebbe come Papini per l’arrivo dei giorni dell’ira e per il “caldo bagno di sangue nero”. (Lo stesso Papini, per altro, si sarebbe presto pentito di quelle parole, di fronte alla realtà che quelle belle immagini evocavano). Se Thomas Mann scriveva di sentirsi nauseato dalla pace, oggi l’obiettivo sembra la pace. Oggi siamo tutti a chiederci cosa significhi convivere in pace, ma siamo discordi sui modi in cui ciò possa realizzarsi e su cosa sia davvero la pace. Da questa discordia dipendono le risposte che potremo dare alla serie precedente di quesiti su pace, giustizia, diritto; e a sua volta questa discordia dipende da una nostra autocomprensione, quella per cui, ricercando la pace, ci spinge a riarmarci o a predisporre itinerari pacifici.

Ma non è certo un qualche essenzialismo antropologico a risolvere il problema. Non è interrogando una presunta natura umana che le questioni si chiariscono. Anzi, il rischio che si corre è quello di appiattire la storia su un suo presunto significato univoco, e perfino di condannare il presente e il futuro a un destino inesorabile, quando invece il nostro obiettivo dovrebbe essere interrogare i fenomeni di dominio, di ingiustizia, di sopruso nella loro specificità e osservare gli eventi nella loro singolarità. La storia e le sue trame strategiche.

Si tratta di questioni quanto mai pressanti oggi. La guerra c’è, e questo è il nostro dato di fatto.

Spesso, in questi anni recenti, si è ripetuto che dopo ottant’anni di pace la guerra è tornata in Europa (un’affermazione almeno problematica, visto che qualche decennio fa i Balcani erano infiammati da guerra civile, pulizia etnica, genocidio). Per interrogare la condizione attuale si deve almeno riconoscere che, oltre i confini del “mondo che conta”, in questi decenni, di guerre ce ne sono state, e che quella che negli ultimi quarant’anni abbiamo chiamato “pace” era per lo più l’effetto di un controllo poliziesco sul mondo da parte della grande potenza, uscita egemone da una precedente situazione di stallo armato. Dopo decenni di guerra fredda, in cui, come è stato detto, “la pace era impossibile ma la guerra improbabile” solo per la reciproca deterrenza, abbiamo avuto un tempo in cui i conflitti erano limitati all’azione di polizia di una forza egemone.

Difficile allora ritrovare pace nel recente passato, quanto è difficile trovarla ora. Specie se non ci accontentiamo di definire la pace come semplice assenza di scontro armato. Se oggi si parla di “regime di guerra” non è per denunciare l’effettiva presenza di combattimenti, sebbene questi non manchino, ma per descrivere una storia in cui il controllo egemone precedente si sta appannando, e la ri-articolazione tra gli spazi politici e gli spazi dell’accumulazione capitalistica avviene attraverso una onnipresente militarizzazione della nostra vita, sia a livello interno (con politiche sicuritarie) che a livello internazionale (come dimostrano, oltre i progetti di pace in Medioriente e Ucraina, le operazioni trumpiane in Nigeria e in Venezuela). La politica, che in termini teorici continuiamo a descrivere come produzione di condizioni di vita pacifica o addomesticamento dell’aggressività, ha scatenato una gestione gangsteristica della forza nell’inseguimento cieco dei poteri selvaggi.

E d’altra parte, se sul campo ci sono questioni davvero esistenziali, è perfino ovvio che lo stesso dibattito pubblico si polarizzi in una opposizione che sembra incomponibile. Si tende alla formazione di fronti compatti e omogenei, e all’eliminazione ideologica e materiale di tutto ciò che eccede i fronti di guerra. Se lungo i confini, l’opposizione è con il nemico, dentro i confini il nemico è identificato in chi si sottrae a queste bipolarità secche, senza resti, spesso semplicistiche, altrettanto spesso strategiche per scaricare verso l’esterno l’energia politica del conflitto sociale.

In tutto questo, non si smette di parlare di pace. Ma quale pace? La violenza è il segno distintivo di una storia che punta a un allineamento delle forme di vita, delle modalità di espressione, delle forme di cooperazione, cancellando gli spazi di dissenso, libertà e uguaglianza.

In molti, in questi due anni e mezzo, hanno affermato che il Medioriente era lo specchio del mondo. Lì osserviamo una società completamente militarizzata in uno Stato che è riuscito a estroflettere ogni energia politica, nella distruzione di un nemico, mai completa pena la perdita della propria condizione d’esistenza. Osserviamo lì la normalizzazione della violenza, la stessa che reprime su base razziale per mano dell’ICE e che punta a proclamare lo stato di insurrezione, la stessa mediante cui si pensa di comprare territori oppure occuparli militarmente, la stessa che chiama pace il dominio sulle comunità o il loro sterminio, la stessa che impone quella “pace” e la conserva con la minaccia dei bombardamenti.

Ma c’è di più: la produzione di una pace di morte. Oggi si progetta l’istituzione di un “Board of Peace”, a cui l’Italia già si pregia di essere invitata. Questo consiglio è istituito per “risolvere” la questione mediorientale, ma rappresenta un modello a sostituzione definitiva dell’ONU. C’è chi l’ha descritto come un modello monarchico assolutistico. Esso è piuttosto l’imposizione di comitati d’affari, consigli di amministrazione, negoziazione mercantile, e la cancellazione del principio (repubblicano? democratico? forse solo civile?) dell’autodeterminazione dei popoli su cui nascevano, non senza criticità, la SDN e poi l’ONU. Il Board of Peace nasce per risolvere il caso mediorientale, ma possiamo considerare la Palestina come l’esperimento pilota, di un modello che già si proclama ufficialmente “più snello” rispetto all’autodeterminazione dei popoli, che già si pensa di imporre in Venezuela e in Iran, e che produce un mondo a misura di businessmen, oppure bombe (e spesso le bombe e le tecnologie di guerra sono proprio il business di quei men).

Proprio in Iran, i manifestanti ci stanno comunicando con chiarezza le loro intenzioni: né gli ayatollah né lo scià. I loro nonni e i loro genitori sono morti nelle “rivolte a mani nude” dal ‘78, contro la tossica occidentalizzazione promossa dallo scià. Durante una manifestazione in Italia, qualche giorno fa, un attivista iraniano ha chiaramente affermato che lo spettro di Pahlavi e di ciò che rappresenta è una strategia degli ayatollah per scoraggiare le manifestazioni. Gli USA, nella persona di Witkoff, stanno progettando proprio un ritorno di Pahlavi; e in un dibattito pubblico intrappolato tra pulsioni coloniali estranee all’autodeterminazione, non ci facciamo mancare parate monarchiche pro-Pahlavi..

Si deve accettare lo stretto legame, non nuovo in verità, tra l’ossimorica imposizione di una libertà (il dominio del mercato, la costruzione di hub commerciali anziché di ambienti di vita, l’accoglienza di regimi autoritari purché ben disposti al commercio) e la guerra. La pace è strumento di guerra, e la guerra è lo strumento di imposizione e conservazione di una pace così definita: internamente, un quadro morale omogeneo – su base di razza, genere, classe, ecc. – entro cui ogni conflitto sociale sia disattivato per la produzione di soggettività competitive; esternamente, un assetto geoeconomico di estrazione e sfruttamento di risorse materiali e umane.

In termini giuridici, ora. Il diritto interno sembra al servizio della volontà di nuovi autocrati, se non proprio annientato dal loro arbitrio. E il diritto internazionale è sempre difeso quando giustifica i propri interessi e le proprie scelte di campo, e dimenticato quando le proprie scelte sono ostacolate da quel sistema di regole. Ci stiamo chiedendo allora se l’esperienza giuridica in generale non sia solo un velo di ipocrisia, se non sia ora di riscoprire la nostra vera natura, fare i conti con la realtà dei rapporti di forza, oppure se non sia proprio ora il momento di insistere e potenziare quel pezzo di realtà che sono le regole condivise, e come farlo davvero. Vien da chiedersi se sia possibile una critica al diritto che non se ne sbarazzi, consapevoli che in esso si sono stratificati rapporti di forza, ma che è esso stesso parte della realtà umana con cui addomestichiamo i rapporti di forza.

di Carlo Crosato

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