Comunità in rivolta. Qualche parola sulle Utopiadi
Lotta, autogestione e radicalità hanno sfregiato la maschera luccicante che provava a celare l’insostenibilità di queste Olimpiadi: dallo sventramento speculativo dello spazio pubblico alla devastazione e militarizzazione dei nostri territori, rendendo assordante lo stridio contraddittorio di questo Grande Gioco. Se non si può sanare l’infezione, vi renderemo impossibile non vedere la cancrena. Se proverete a toglierci tutto, continueremo a prendere. Lunga vita alle TAZ, allo sport dal basso e ai quartieri popolari.
Liberare luoghi abbandonati, anche per pochi giorni, porta a boccate d’aria fresca nell’attuale guerra alle occupazioni: continuare a moltiplicare le esperienze di questo tipo è una spinta in avanti in una situazione dove gli spazi di libertà vivono un costante e multidirezionale logoramento. Accorcia la distanza del gesto, lo rende possibile e lo materializza in sempre più soggettività e contesti diversi. L’effetto è doppio se con questa pratica si sfigura anche la narrazione mistificata della controparte.
Con la ripresa del Palasharp, storico palazzetto meneghino dimenticato da 15 anni, abbiamo reso impossibile ignorare la miopia degli interessi che avvelenano la nostra città. Come l’Agorà del Ghiaccio, entrambe le strutture sono state abbandonate come maestose carcasse di fasti passati. Valutate e scartate anche come arene olimpiche, sono solo due degli innumerevoli esempi del marcio che intossica questa città. Sfruttando la loro stessa imponenza, dimenticata pur di dare spazio a nuove succulente mangiatoie di fondi e cemento, in queste giornate ancora più di un anno fa abbiamo reso spettacolare la semplice potenza dello sport popolare.
Vincere l’esclusività con l’aggregazione, la mercificazione con l’organizzazione dal basso, la strumentalizzazione ideologica con il netto posizionamento politico: ¡qué viva lo sport popolare! Una risposta tanto immediata quanto azzeccata che sempre più persone si stanno dando, una dimostrazione evidente e un prefetto laboratorio della necessità di organizzarsi contro e al di fuori delle strutture sistemiche. Come lo sport dei potenti vive di reti internazionali, grandi raduni e capillarità territoriale, noi dobbiamo continuare ad alimentare in maniera parallela ma in direzione opposta la convergenza dal basso e inclusiva dello sport popolare.

Combatti la paura, riconosci il tuo nemico
Continuare ad avanzare insieme, a radicalizzare e innovare pratiche e strumenti, a rendere possibili e diffondere momenti di conflitto. Alimentare l’attacco alla controparte e abituarsi a reggerne le conseguenze, a proteggerci a vicenda, a essere sempre più preparati restando fianco a fianco e non lasciando nessuno indietro o avanti. Farlo smontando sia le strumentalizzazioni di media e governo che le narrazioni divisorie dei sedicenti amici istituzionali, unici veri infiltrati. Farlo senza creare fratture ma tessendo un filo rosso che colleghi una coreografia teatrale, un sanzionamento e un sanpietrino lanciato. Farlo con chi si rivendica la piazza e la attraversa, con chi sta a 200 metri ma continua a cantare, con chi sta in terza fila e rilancia i lacrimogeni al mittente. Farlo capendo di volta in volta quando raccogliere la piena, quando saggiare l’argine e quando invece esondarlo. Tutti questi sono momenti cruciali di costruzione di comunità resistenti.

“We don’t need the ket, we’ll break in”
In una stagione politica che si è aperta con lo sgombero del Leoncavallo, la svendita di San Siro e l’esplosione dello scandalo urbanistico, questo inizio d’anno mostra un chiaro segnale di ripresa e rifiuto da parte di un certo pezzo di città. C’è un altra Milano che alza sempre di più la testa, che non accetta il saccheggio dei quartieri popolari e la desertificazione degli spazi pubblici, che rifiuta l’inganno dei bandi e rivendica e lotta per il suo diritto alla città. Che anima, attraversa e difende le periferie e chi le avita, che sarà sempre in prima linea, dalla cura all’offesa, per quell’insieme di soggetti di svariate forme e identità che ci piace chiamare comunità.
Le nostre comunità sono eterogenee, diverse l’una dall’altra, con anime e pratiche differenti, ma tutte legate dallo spirito di cambiare l’esistente: alcune si dedicano allo sport popolare, dall’arrampicata alla boxe passando per la pole dance altre a creare saperi dal basso o condividere saperi solitamente rinchiusi nell’accademia, come il progetto di Università popolare, altre ancora sono creati da insegnanti e studenti della scuola d’italiano, che non solo insegnano la lingua, ma creano momenti di gioia, festa e socialità lottando contro il razzismo sistemico e istituzionale.
Questo è un passaggio centrale nel ribattere fermamente al tentativo mistificatore e discriminante del nemico. La narrazione del potere sul conflitto di piazza cerca in tutti i modi di separare e specificate questo ambito da tutti quelli citati sopra, con l’obiettivo di creare distanza fra le soggettività che adottano delle pratiche di lotta radicali nelle piazze dal costante e quotidiano lavoro di mutualismo e costruzione di comunità. L’errore fondamentale (e in parte anche banale) che si commette sta nel non vedere che questa distanza non solo non esiste, ma non può esistere: le soggettività che agiscono il conflitto in piazza sono le stesse che danno vita a un approccio comunitario reale e resistente nell’azione politica e sociale ogni giorno. Il conflitto reale che si agisce nella costruzione di comunità resistenti è lo stesso che dà forza e potenziale rivoluzionario ora all’una ora all’altra azione e pratica di lotta.
Alimentare queste convergenze, sinergie ampie che confederano diverse realtà e pratiche, senza velleità di gerarchizzazione o inquadramento strutturale, ma con una postura di complicità e reciproca amplificazione, avanzando come un fronte unico e variegato, dagli svariati obiettivi e metodi specifici, ma accomunato da una direzione collettiva di slancio in avanti, per aumentare sempre di più le ormai evidente fratture nel potere e nella sua narrazione e portare un ventaglio sempre più ampio di alternative a esso e modi di attaccarlo. Lasciare le sbrodolature istituzionali di opposizioni e partiti nella loro insignificanza e inadeguatezza, rendere i movimenti dal basso la reale alternativa in cui la gente che non ci sta può ritrovarsi e tornare a credere.
CON TUTTA LA COMPLICITA’, VICINANZA E SOLIDARIETA’ A CHI HA SUBITO O SUBIRA’ LA REPRESSIONE. NESSUNO RESTA INDIETRO SE CONTINUIAMO AD AVANZARE.
ZAM – Zona Autonoma Milano
* foto di Giulia Sciacca
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