Hic manebimus optime – Qui staremo benissimo!
Sei mesi fa veniva sgomberato il Leoncavallo.
Sei mesi dopo, via Watteau è vuota, triste, grigia. Vicine e vicini rimpiangono i colori e la vita che uscivano dal Leoncavallo.
In questi sei mesi abbiamo visto radicalizzarsi il progetto post-fascista del governo Meloni, con lo sgombero di Askatasuna e l’attacco a tutti i centri sociali. Abbiamo visto il Comune di Milano vendere anche San Siro, oltre che gran parte del patrimonio pubblico cittadino, agevolando, ancora una volta, la privatizzazione della città. Sono iniziate le Olimpiadi raccontate come “le più sostenibili di sempre”, e che hanno significato — nuovamente — cemento, speculazione e arricchimento per poche e pochi. Non solo a Milano e Cortina.
Milano è peggiorata ancora un po’, l’Italia anche, il mondo che corre verso la guerra totale anche di più. Trump accelera nella sua postura neo-coloniale e i governi progressisti di mezzo mondo lo seguono, incapaci di dare una risposta necessaria alla sua violenta arroganza.
In questo scenario vengono introdotti nuovi dispositivi repressivi e, con un referendum popolare sulla riforma del sistema giudiziario, Meloni cala la carta della prova di forza definitiva.
Lo Spazio Pubblico Autogestito Leoncavallo è stato e sarà una riserva di alternative creative e politiche: uno spazio libero, un luogo dove potere, privilegio e gli “ismi” insiti nel capitalismo sono stati messi a critica, combattuti, ripensati. Non sempre forse nella maniera giusta, non sempre con il piglio necessario, ma sempre con la stessa ostinazione nel volere un mondo diverso, che oggi non solo è possibile, ma anche necessario.
L’avevamo detto subito: lo sgombero del Leoncavallo inaugurava una stagione di violenza e attacco molto più vasta e ampia, che andava ben oltre le mura di via Watteau 7. Ed è per questo che la nostra direzione è quella di rientrare in quello spazio: farlo in un modo diverso rispetto all’occupazione. Non perché siamo ostili a quello strumento di lotta, che per noi resta attuale e necessario, ma perché pensiamo serva provare a costruire un contenitore che esca dalla dimensione della precarietà e dalla logica del rapporto di forza.
Pensiamo serva qualcosa che possa darsi nel tempo e fungere da porto sicuro anche nei momenti di bassa marea. Uno spazio che possa anche provare ad affrontare, come più volte abbiamo fatto, il tema del lavoro e del reddito e, per questo, un luogo che possa pensare di resistere ed esistere per almeno altri 50 anni.
Sei mesi fa abbiamo trovato la forza per rispondere allo sgombero con una grande manifestazione, impreziosita da un pre-concentramento, organizzato dai centri sociali milanesi, capace di aggiungere, con intelligenza ed equilibrio, azione e radicalità a una piazza moltitudinaria che ha sfilato per la città, riuscendo ad entrare in Piazza Duomo.
Sei mesi dopo abbiamo un sogno — che stiamo costruendo con materialità e precisione —: riaprire il portone di via Watteau 7. La stanchezza c’è, e l’ostinazione anche. E siamo sicuri che Milano — la parte di Milano che non vuole regalare la città a re, regine, padroni e speculatori — sa che il Leoncavallo, i centri sociali e gli spazi pubblici di aggregazione e cultura sono necessari, fondamentali, e una fonte di ricchezza sociale inestimabile.
10, 100, 1000 spazi di libertà in ogni città!
Il Leoncavallo tornerà!
Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito
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