7 minuti: è tutto, o niente

Un libro, un film, una recensione.

Cosa sono 7 minuti di lavoro, in un’epoca in cui il lavoro è considerato un lusso? E cosa sono 7 minuti in una realtà nella quale ogni secondo dell’esistenza genera valore, che sia produzione di forza lavoro, di dati o di consumi? E che cos’è un’idea, in un mondo in cui ogni tentativo di basare le proprie azioni su un’etica personale e non imposta dall’alto come “giusta” viene punito con il rifiuto sociale e l’annullamento della più profonda forma di dignità umana, vale a dire il diritto a una vita soddisfacente e non di privazioni?

Ecco, in definitiva queste sono le domande poste dalla breve ma profondissima sceneggiatura autografa di Stefano Massini (Einaudi, 2013) che si ispira a una vicenda reale avvenuta a Yssingeaux, Francia e dal film a questa ispirata con la regia di Michele Placido, uscito nelle sale italiane nel 2016. E proprio del film vogliamo parlare, non perché abbia dei meriti superiori al libro – forse il contrario – ma perché l’ambientazione in una storica azienda tessile italiana la cui quota di maggioranza viene venduta dai proprietari a una multinazionale francese ci immerge immediatamente non in un mondo lontano o fantastico, ma nella dura realtà quotidiana del nostro paese.

Protagonista assoluto del film è il Consiglio di fabbrica, composto da undici donne molto diverse tra loro per età, provenienza, sensibilità e storia personale, riunito ad attendere l’esito dell’incontro tra la proprietà, il nuovo socio francese e la loro rappresentante, Bianca, incaricata di presenziare all’incontro per difendere la posizione ed eventualmente negoziare per conto delle lavoratrici dell’azienda. Ovviamente, le aspettative non sono rosee, e si paventa una chiusura e un dislocamento dell’azienda in Francia, o per lo meno un licenziamento di massa.

E invece, la richiesta dell’azienda è una sola, comunicata a ciascun membro del Consiglio con una lettera personale: la fabbrica non chiuderà né sarà licenziata alcuna delle impiegate, a patto che ognuna di esse rinunci a 7 minuti al giorno della propria pausa mattutina di 15.

Mentre si apre la discussione, vengono svelate le vite di tutte e undici le protagoniste: Bianca, Ornella e Marianna, le più “anziane” dell’azienda che hanno visto la suddetta pausa passare dall’ora, ai 40 minuti e così via fino ad arrivare ai 15, sono anche quelle che guidate dal pensiero critico di Bianca riescono a vedere con più chiarezza cosa implichi nei fatti quella richiesta apparentemente così innocua. 7 minuti al giorno di lavoro gratuito in più moltiplicato per 200 lavoratrici, 1.400 minuti, vale a dire quasi 24 ore. Queste tre donne, che nella vita altro non hanno fatto se non recarsi giorno dopo giorno nella stessa azienda, rappresentano quella generazione oggi prossima alla pensione che ha visto progressivamente disgregarsi il concetto di dignità e diritto sul lavoro e fatica a comprendere la rassegnazione e la distanza con cui altre colleghe più giovani si rapportano alla questione. Senza peraltro rendersi conto, d’altro canto, di essere loro stesse diventate negli anni carne viva della fabbrica.

Una delle prime “giovani” a unirsi al gruppo di chi infine voterà per rifiutare l’accordo è Isabella, figlia di Ornella, ormai al termine di una gravidanza e il cui compagno gestisce una bancarella al mercato. Nel suo caso, nonostante il primo ovvio istinto sia quello di preservare il posto di lavoro, probabilmente la sensibilità legata all’essere sul punto di mettere al mondo una nuova vita la spinge a riflettere sul lungo raggio. Sarà lei a far notare che accettando quell’accordo in nome delle 200 lavoratrici dell’azienda verrebbe creato un pericoloso precedente che spingerebbe altri padroni a decurtare a poco a poco i diritti degli impiegati. “Ehi, in fabbrica c’è un nuovo gioco: invece di aggiungere diritti, si tolgono”.

C’è poi Greta, donna di strada indurita dalla vita, apparentemente troppo grezza per poter andare oltre all’accusare la componente straniera del Consiglio di essere la causa del continuo peggioramento delle condizioni del lavoro nonché dell’obbligo cui si sente sottomessa di accettare la proposta, essendo loro disposte a tutto pur di tenersi il lavoro. E invece, a seguito di una lotta emotiva tutt’altro che silenziosa, si aggrapperà a quei 7 minuti come ultimo baluardo di orgoglio e come sfida personale a una vita ingenerosa e a un sistema che appare inesorabilmente indistruttibile.

E la vita non è generosa nemmeno con Angela, donna del sud, madre di numerosi pargoli e con tanto di marito a casa in cassa integrazione. Per lei ciò che conta è poter dare da mangiare a tutta la famiglia, poter comprare i libri di scuola. Una vita passata tra fabbrica, cellulare per monitorare la situazione familiare e casa. Lei sarà la prima delle irriducibili del sacrificio dei 7 minuti, e nulla potrà farle cambiare idea, dal momento che alcune volte è meglio urlare più forte dell’altro per non sentire cosa l’altro ha da dire, nel timore che ciò abbatta la corazza che ci siamo costruiti per difenderci da un mondo che non regala nulla, o almeno non alla gente comune.

Schierato per il sì c’è il trio delle “straniere”. Due ragazze dell’est, una che resiste strenuamente alle avances del padrone, considerando questa la sua personale lotta per la dignità, e l’altra che tiene stretto il suo lavoro più di qualsiasi altra cosa, perché sa che se adesso questo c’è, non è detto che ce ne sarà mai un altro che non comprenda sacrifici molto peggiori di 7 minuti di pausa. E poi Kidal, africana, fuggita da un paese in guerra. Per loro non ci sarà possibilità di ripensamento, perché la domanda che fanno emergere con i loro monologhi è fino a che punto un diritto possa essere considerato immutabile in questo mondo. “Per salvarsi non ci sono regole, e nemmeno cortesia: prima ti metti in salvo, poi tiri il fiato, ti guardi intorno e vedi la tua salvezza quanto è costata. A chi è costata”. La nostra società non ha pietà degli ultimi, e gli ultimi l’hanno imparato sulla propria pelle. Le società occidentali dopo decenni di benessere e pace relativa stanno imparando solo adesso il significato della paura. La paura di non farcela, la paura che domani potresti non avere più una casa, da mangiare, potresti perdere i tuoi cari è qualcosa a cui i paesi del Terzo Mondo sono ormai tristemente avvezzi. Ma ora anche paesi come l’Italia devono fare i conti con il fatto di avere a disposizione una tecnologia da Nord del Mondo ma le risorse amministrate in maniera sempre più paragonabile al Sud.

Al momento del voto finale, il responso finisce in mano alla più giovane delegata, Alice, 19 anni, che lavora in fabbrica da pochi mesi. Ha tutta la vita davanti, una vita fatta di un fidanzato con il quale vorrebbe aprire un mutuo per comprare un appartamento e costruire un’esistenza che per quanto sobria possa definirsi decorosa.

In Alice convergono tutti i dubbi, le paure, ma anche il senso di impotenza e di rassegnazione tipica di una generazione nata in un periodo storico in cui i primi sacrificati sono sempre i giovani. Quell’enorme forbice sociale di cui fa parte probabilmente l’80% degli under 30 italiani, non importa se figli di medici, di impiegati, di operai, se stranieri o italiani. Questi giovani sono le prime vittime del ricatto sociale dell’economia del debito, il cui peccato originale va scontato rinunciando a priori alle proprie aspirazioni e ai propri sogni, perché tutto è un lusso, il lavoro più d’ogni altra cosa, e per questo devi dare te stesso rinunciando al tempo, alle passioni, ai progetti di vita che vanno più in là del tempo determinato di un contratto che può essere sempre interrotto “per giusta causa”.

A differenza del film che si chiude con un finale che rischia di scivolare in un retorico e ideologico un po’ scontato, il libro propone un finale aperto decisamente più realistico e coerente con i tempi difficili che stiamo vivendo.

S_M

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