Dietro la nebbia del marketing

Recensione di ‘L’invenzione di Milano. Culto della comunicazione e politiche urbane’ di Lucia Tozzi.

Da qualche mese, a Milano, non si parla d’altro che di casa. A lungo relegato nei circoli degli addetti ai lavori, il tema dell’abitare è finalmente uscito dai politecnici, dagli uffici comunali, dalle assemblee dei movimenti. Gli affitti aumentano e così anche i traslochi, la frase “me ne torno giù” si sente sempre più spesso, i content creator hanno persino importato il format del “quanto spendi per una stanza a Milano?”, rivolto a passanti che pronunciano a mezza bocca le cifre folli dei loro affitti. Se ne sono accorti senz’altro i movimenti per la casa, i nuovi comitati di quartiere (a NoLo è nato il Comitato Abitare in via Padova), se n’è accorto l’Assessore alla casa Pierfrancesco Maran, forse in cerca di un tardivo riposizionamento, a ruota si è svegliato il Corriere, infine sono spuntate le tende della protesta studentesca in Piazza Leonardo.

Esce, quindi, nel contesto perfetto, L’invenzione di Milano. Culto della comunicazione e politiche urbane (Cronopio, 2023, 207 pp., 15€) di Lucia Tozzi, giornalista di origine napoletana, un po’ anglosassone – come si autodefinisce in un’intervista -, incline al dettaglio e a indicare il chi e il che cosa, con nomi e cognomi. Il libro, in equilibrio tra il saggio, colto e tecnico, e il pamphlet sardonico, ha il duplice pregio di mettere i piedi nel piatto della crisi del “modello Milano” e, soprattutto, di farlo ora. Con una scrittura chiara che tiene insieme urbanistica, sociologia, economia, il libro si struttura in tre capitoli (più uno finale), tanti quanti i pilastri dello sviluppo ventennale della Milano liberal-progressista che di molti milanesi, ora, sembra volersi disfare.

L’ultimo capitolo, incentrato sulle politiche urbane, è forse quello in cui il libro riesce a rendere ai lettori il suo servizio migliore. L’autrice, infatti, riannoda il filo delle decisioni politiche che hanno condotto Milano dalle liberalizzazioni degli anni Zero iniziate dal Piano di Governo del Territorio (PGT), concepito durante le giunte Albertini e approvato da Moratti (ma mantenuto da Pisapia e Sala), fino all’operazione dello stadio di San Siro dei nostri giorni. In mezzo, tre diverse scale di interventi: i grandi progetti di trasformazione urbana — “grandi attrattori” cittadini sul mercato dei capitali (Porta Nuova, City Life, Expo, Mind, gli scali ferroviari) —, la rigenerazione dei quartieri (Isola), l’urbanistica tattica delle “piazze arcobaleno”. Lungo queste direttrici, costruttori e investitori in partnership con il Comune, in nome di una lettura liberista dell’uguaglianza di tutti i privati nello spazio pubblico, singoli cittadini e fondi immobiliari: una retorica di “bene comune” pericolosamente vicina a chi i commons li ha frequentati da sinistra, ma dove la dicotomia pubblico-privato cede il passo alla negazione delle differenze di potere. Tra i privati che danno forma al pubblico, i grandi fondi (Hines, Coima) e, su tutti, il dominus di Milano, Manfredi Catella, al posto dei Ligresti e degli altri “palazzinari” della Prima Repubblica.

Ma, suggerisce il titolo del libro, questa Milano non è solo “costruita”, è soprattutto “inventata”. Non è soltanto il cemento delle politiche urbane, ma soprattutto un’immagine prodotta da un irresistibile marketing cittadino che, cooptando intellettuali e terzo settore, sarebbe riuscito a neutralizzare e addirittura a strumentalizzare a proprio vantaggio le potenziali energie critiche della città. Irretiti nelle maglie dei finanziamenti privati e affascinati dalla promessa di co-progettazione della città, Tozzi mostra il ruolo degli attori socio-culturali milanesi nella produzione dell’immagine di una Milano culturalmente dinamica e socialmente inclusiva. Eventi culturali, musei, spazi espositivi contribuirebbero a creare un ambiente attrattivo per turisti, city users, nomadi creativi, nuovi milanesi che, inevitabilmente, colonizzano gli spazi e spingono in alto i prezzi, espellendo i nativi. Nella Milano “inventata”, i flussi di milanesi allontanati dal caro affitti testimonierebbero, usando le parole dell’assessore Maran riportate da Tozzi (p. 127), della capacità della città “di rigenerare continuamente i propri cittadini”, con nuovi ceti agiati portatori di valori progressisti e desiderosi di abitare una città a loro misura. Il tutto operato alle spalle di centinaia di migliaia di milanesi, che avrebbero aderito a quest’immagine di città, funzionale alla competizione globale nel mercato delle città ma del tutto contraria ai propri interessi. Si chiede Tozzi: “[c]osa ha spinto quindi proprio i milanesi a ‘interiorizzare la pressione esterna della concorrenza’ […], così a fondo, e a sacrificarsi in massa?” (p. 69).

Ma davvero il marketing culturale ha tutto questo potere? Davvero si tratta di un sacrificio collettivo? Certo, anche a Milano sono all’opera processi di sviluppo simili a quelli di molte aree metropolitane mondiali, in cui terzo settore e operatori culturali giocano un ruolo complesso e, talvolta, ambiguo in relazione alle politiche urbane. Tuttavia, l’impressione che si ricava dalla lettura de L’invenzione di Milano è quella di una sopravvalutazione del potere della comunicazione, quasi un pifferaio magico potentissimo e irresistibile anche per chi nel “modello Milano” non avrebbe nulla da guadagnare.

L’enorme peso che Tozzi attribuisce alla comunicazione nel “modello Milano” sembra una nebbia che abbraccia l’intera società milanese. Dietro questa nebbia, spariscono le differenze, sfumano i confini del blocco sociale del consenso cittadino. Se le giunte comunali hanno potuto agire senza resistenze efficaci non è solo grazie al fumo del marketing gettato negli occhi dei milanesi. Piuttosto, hanno goduto di un consenso esplicito di una porzione di classe media desiderosa di eventi patinati, dehors sui marciapiedi e quartieri sterilizzati dalle manifestazioni esteriori della marginalità sociale. In cambio, questa classe media relativamente agiata, posizionata negli strati ben retribuiti dell’economia dei servizi, assicurata da patrimoni e risparmi familiari, è disposta a pagare affitti e mutui più alti. Questi ceti medi di vecchi e nuovi milanesi non si sono affatto “sacrificati in massa”, bensì hanno sostenuto i propri interessi, vincendo, contro quelli degli strati perdenti dell’economia dei servizi. Viene il dubbio, allora, che la “macchina della crescita” (p. 48) fatta di operatori culturali al servizio dell’invenzione della coolness cittadina, che il libro di Lucia Tozzi ha il pregio di identificare, sia meno decisiva nel “modello Milano” della coalizione di interessi convergenti di vecchie e nuove borghesie. Nel mercato del consenso politico non vince chi offre immaginari costruiti in laboratorio, piuttosto chi sa incontrare e organizzare una domanda fatta di interessi e aspirazioni in cerca di rappresentazione.

Come capita spesso ai libri ben sintonizzati con il presente, L’invenzione di Milano lascia il lettore con quesiti che aprono ulteriormente la discussione. Gli abitanti espulsi dal caro affitti sono soprattutto lavoratori con redditi troppo bassi per poter rimanere seduti al tavolo delle trasformazioni urbane, così come i lavoratori della cultura faticano a sottrarsi all’addomesticazione per le condizioni precarie in cui versa il lavoro intellettuale. Ripartire da questa materialità può aiutare a tracciare i confini di una nuova coalizione, che contrapponga il proprio interesse a rimanere a quello di chi la vuole cacciare.

Federico Bianchi

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