In tempi di dimenticanza, i mille orrori della Repubblica Sociale

Come sappiamo, il 27 gennaio è la data simbolica della Giornata della Memoria dell’Olocausto, il giorno in cui, nel 1945, il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau fu liberato da parte dell’Armata Rossa. Per questo, oggi ci sembra corretto pubblicare la recensione dell’ultima fatica dello storico Mimmo Franzinelli, “Storia della Repubblica Sociale Italiana 1943-1945” (Laterza 2020).

Dobbiamo dire di essere degli “affezionati” di Franzinelli e sul nostro portale abbiamo già pubblicato le recensioni di due sue opere precedenti ovvero: “Storia della Resistenza” (Laterza 2019) scritto insieme a Marcello Flores e  “1960, l’Italia sull’orlo della guerra civile” (Laterza 2020) partorito insieme ad Alessandro Giacone, titoli che si inquadrano in una già ricca produzione sul fascismo e sulla Resistenza.

Dicevamo che la Giornata della Memoria è il giorno giusto per parlare dell’opera di Franzinelli, perché, in un Paese dalla memoria selettiva e affezionato all’idea degli “italiani brava gente”, il suo libro smonta senza pietà i luoghi comuni consolatori che cercano di autoassolvere gli italiani ricordandoci che la Repubblica Sociale Italiani fu uno stato vassallo profondamente razzista e che tantissimi italiani parteciparono in prima persona e con grande entusiasmo alla caccia all’ebreo scatenatasi nel periodo della Guerra di Liberazione.

Ma facciamo qualche passo indietro. Il libro parte giustamente dalla data fatidica del 25 luglio 1943 quando, con gli Alleati già sbarcati in Sicilia e a seguito del voto contrario a Mussolini del Gran Consiglio e del vero e proprio Colpo di Stato monarchico-militare che ne seguì, il fascismo, che aveva dominato l’Italia per 21 anni, si scioglie come neve al sole senza nessuna reazione popolare particolarmente degna di nota. Il tutto, come da tradizione italiana, seguendo le strade della congiura di palazzo e non passando per la rabbia delle piazze, anche se per onestà va detto che gli scioperi del marzo ’43 erano stati la campana a morto per il fascismo.

I gerarchi filo-tedeschi corrono a farsi difendere dall’alleato nazista. Altri si nascondono in attesa che “passi la nottata”. Le strutture dello stato totalitario collassano e molti passano dalla fedeltà a Mussolini a quella all’accoppiata Vittorio Emanuele-Badoglio senza particolari patemi. Tantissimi, che erano fascisti per arrivismo e quieto vivere, si dileguano e, del resto, lo stesso Mussolini, in stato d’arresto, in una lettera promette collaborazione al suo successore.

La data che cambia tutto, oltre all’8 settembre, giorno in cui l’Italia si arrende agli Alleati, il re e Badoglio scappano lasciando l’Esercito senza ordini, i tedeschi occupano in massa l’Italia e i qualcuno inizia a maturare l’idea che la guerra non sia finita e che anzi, bisognerà resistere finché l’ultimo tedesco non sarà cacciato dal Paese, è il 12 settembre. Il giorno in cui, con un’operazione speciale, i tedeschi liberano Mussolini detenuto sul Gran Sasso e lo portano in Germania. Hitler e il suo entourage sono infatti convinti che solo la figura del Duce avrà la capacità di legittimare uno Stato vassallo che affianchi la Germania nella resistenza all’avanzata alleata. E così è.

Franzinelli ci racconta come, all’appello di Mussolini, rispondano soprattutto i fascisti della prima ora che, durante i vent’anni di regime, erano caduti in disgrazia o erano stati relegati a posizioni di terza o quarta fila.

Viene poi narrata la contrapposizione, all’interno della Repubblica Sociale Italiana, tra moderati e radicali. Una contrapposizione che, nei fatti, è solo teorica, visto che la linea la detta l’alleato tedesco le cui stelle polari sono, oltre alla poca fiducia verso la RSI, il rallentare il più possibile l’avanzata anglo-americana, la persecuzione degli ebrei e la spietata repressione del ribellismo per rendere sicure le retrovie. A questo “stato di necessità” voluto dai nazisti tutti chinano la testa, nonostante le differenti posizioni personali.

Elemento fondamentale della narrazione è il mostrarci come la RSI, anche e soprattutto dal punto di vista militare, sia stata una formazione policentrica, con tutta la confusione e le tensioni che ne derivavano.

Nonostante le speranze di Rodolfo Graziani, l’Esercito Nazionale Repubblicano non fu mai una struttura efficiente. Dopo un periodo di addestramento in Germania si riuscì a costituire solo quattro divisioni: Italia, Littorio, San Marco e Monterosa. L’ambizione di Graziani era quella di costruire un esercito apolitico, ma questo, visto il clima italiano di quel biennio, si dimostrò impossibile. I famigerati “bandi Graziani” invece che ingrossare le fila dell’Esercito spinsero molti giovani nelle fila della Resistenza. Le divisioni avevano tassi di diserzione disastrosi e pochi reparti furono utilizzati negli scontri con gli Alleati, finendo per essere utilizzati nella feroce lotta antipartigiana.

Ci fu poi la X Mas che, in qualche modo, si potrebbe definire l’esercito privato del Principe Borghese. Le fu riconosciuta l’autonomia d’azione dal comando tedesco ma, nonostante molta retorica, anche quelli della Decima si trovarono a dover fronteggiare soprattutto i “banditi”. E nella lotta antipartigiana non si differenziarono dalle altre formazioni fasciste per crudeltà.

Sono poi passate in rassegna altre formazioni, come la Guardia Nazionale Repubblicana che, con lo scioglimento dei Carabinieri, si sarebbe dovuta occupare dell’ordine pubblico sui territori. Ci sono poi le Brigate Nere, la milizia del Partito Fascista, fortemente volute dal suo segretario Pavolini. Senza dimenticare formazioni “minori”, ma altrettanto se non più feroci come la milanesissima Legione autonoma Ettore Muti (tra i responsabili dell’eccidio di piazzale Loreto) e i seviziatori della Banda Koch e della Banda Carità.

Della GNR sono interessantissimi i documenti interni che, al contrario della vulgata minimizzante tanto in voga nella destra italiana dal ’45 in poi, riportano con precisione e dovizia di particolari il ruolo disarticolante della Resistenza, sia dal punto di vista militare che psicologico, per tutte le formazioni fasciste.

Altro elemento determinante e che tanti vogliono a tutti i costi rimuovere e far dimenticare è come il fascismo e la RSI furono per indole profondamente razzisti. Raccontando le posizioni mussoliniane, sin dall’inizio si capisce come le vergognose leggi razziali del 1938 non furono un “accidente” per ingraziarsi Hitler, ma l’approdo di un percorso in gran parte autonomo.

Copertina del quindicinale fascista “La difesa della razza”

Emerge, per spiegare l’antisemitismo italico, il tema del complotto. Un tema tutt’ora molto in voga tra le fila della destra italiana e mondiale. Questo complotto, che un tempo era identificato come bolscevico-ebraico-plutocratico-massonico, oggi ha cambiato un po’ colore, ma nei fondamenti rimane identico. Come non ricordare i grandi cavalli di battaglia dell’alt-right come Soros, la sostituzione etnica, la cancel culture e il capitalismo cosmopolita (tanto caro a Fusaro). Quando li sentite citare vi invitiamo caldamente a mettervi in allarme.

Da qui il tragico racconto del rastrellamento del ghetto ebraico di Roma, avvenuto il 16 ottobre 1943. Furono arrestati 1.022 cittadini italiani di origine ebraica che, nella notte del 19 furono deportati ad Auschwitz-Birkenau su 28 carri piombati. Ne tornarono 16. Il tutto con la connivenza e la collaborazione dei bravi carnefici nostrani. E, a seguire, la ricostruzione della geografia dei campi di concentramento e sterminio italiani.

Giova citare per intero un estratto tratto da “Storia degli ebrei italiani nel XIX e XX secolo” di Riccardo Calimani, che viene riportato anche nel libro di Franzinelli:

“I nazisti e i repubblichini fascisti, in combutta tra loro, sapevano bene quello che stavano facendo: derubarono e mandarono a morte centinaia e centinaia di persone, frutto di rastrellamenti, di delazioni, di spiate (…). Suonarono a molte porte, videro dei bambini e li mandarono in Germania”.

Penultimo, ma non meno importante, fotogramma della galleria degli orrori della RSI è l’elenco delle più sanguinose stragi perpetrate sia autonomamente dai nazisti che in sinergia con i fascisti sul territorio italiano tra il 1943 e il 1945. A nomi tristemente noti come le Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema o Marzabotto se ne affiancano altri perlopiù sconosciuti. Luoghi dove centinaia e centinaia di persone hanno perso la vita sotto il piombo nazifascista.

Una fucilazione ad opera dei tedeschi

Ultima tappa è il crollo definitivo dell’aprile ’45, con la cattura di Mussolini mentre scappava travestito da tedesco, le fucilazioni dei gerarchi e la resa dei conti della primavera dell’ultimo anno di guerra.

Una particolare attenzione è riservata alla nota vicenda di piazzale Loreto con la macabra esposizione dei cadaveri di Mussolini, della Petacci e di altri gerarchi. Qui si evidenziano non solo alcune differenze di valutazione della vicenda nel CLN, ma un’intelligente e originale riflessione di Claudio Pavone, ex-partigiano e storico della Resistenza, che prende parola sull’atteggiamento della folla che infieriva sul corpo del Duce appena caduto nella polvere distanziandolo moralmente da chi aveva rischiato in prima persona quotidianamente nei 20 mesi di occupazione tedesca:

“Quella folla che non aveva saputo fare la rivoluzione non era degna della tragicità di quello spettacolo e che proprio questo gli dava un senso, oltre che macabro, riprovevole”.

Insomma, in un’epoca di dimenticanza e di rinvigorito vittimismo fascista, che per non parlare delle proprie colpe cerca di parlare sempre d’altro (“E le foibe?”, “E i gulag?”) questo libro serve a ricordare chi stava dalla parte giusta e chi da quella sbagliata. Quello che impressiona è la quantità di personaggi ignobili che sono riusciti a farla franca grazie alla famigerata amnistia Togliatti, dei quali Franzinelli ci riporta moltissimi nomi. In una gustosa chicca viene ricordato chi era colui che nel libro di Pansa “Il sangue dei vinti” (vero bastione dell’equiparazione tra fascisti e antifascisti) è stato posto in copertina come supposta “vittima” della ferocia partigiana e che, invece, altri non era che il famigerato “boia del Verziere” cacciatore di ebrei e assassino di partigiani.

Carlo Barzaghi, “il boia del Verziere”, cacciatore di ebrei e assassino di partigiani, nel libro di Pansa “Il sangue dei vinti” (Sperling & Kupfer 2003) compare in copertina (senza alcuna spiegazione) come vittima simbolica della ferocia partigiana

Insomma, in una fase storica in cui Vespa scala le classifiche con un libro assai discutibile (per usare un eufemismo) su Mussolini, qualcuno cerca ancora di fare storia in modo serio.

 

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