Storia della Resistenza – Dal lato giusto della barricata

“Dove il duce governa senza paese e senza patema,

dove i partigiani non danno pace,

dove la notte in ogni angolo si spara e si strepita,

dove ogni notte ci saltano le rotaie,

dove il treno salta per aria (…)

Al diavolo questo maledetto paese, tutti i tedeschi gridano in coro:

Non lasciarci qua, Fuhrer, prendici in patria nel Reich”.

Apriamo la recensione di “Storia della Resistenza” di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli, pubblicato a fine 2019 da Laterza e che ha ottenuto un ottimo riscontro di vendite, con una citazione di un testo tratto da: “La riscossa. Dal 25 luglio alla liberazione” del generale Raffaele Cadorna, uno dei capi militari della Resistenza italiana e che compare in chiusura al libro di cui stiamo parlando. E’ il testo di una canzone diventata popolare tra i soldati tedeschi stanziati come forza occupante nell’Italia devastata dalla Seconda Guerra Mondiale e che ben descrive lo stato d’animo delle forze naziste di fronte alla pressione costante del movimento partigiano italiano. Del resto, da chi se non dal suo più feroce nemico, può arrivare una valutazione abbastanza oggettiva del movimento di Resistenza del nostro paese? Una citazione questa, che zittisce in un solo colpo, i tanti che, per ragioni assolutamente politiche sminuiscono il ruolo militare dei partigiani italiani. Già le sentiamo le loro frasi sminuenti e saccenti: “Senza gli Alleati l’Italia non si sarebbe liberata!”. Quasi sicuramente vero. Ma altrettanto vero è che senza la Resistenza non avremmo avuto neanche un aspetto dignitoso a cui poterci aggrappare nel quadro della sciagurata, vergognosa e nefasta partecipazione italiana al secondo conflitto mondiale voluta da Mussolini e dal fascismo.

Per uno scherzo del destino questo libro è uscito quasi in contemporanea con la scomparsa di Giampaolo Pansa, uno dei maggiori artefici dell’opera di sputtanamento (ci sembra giusto usare questo termine) degli ultimi vent’anni della lotta partigiana in questo paese. Opera di sputtanamento che ha visto come fruitori compiaciuti oltre a tutta la galassia neofascista anche il mondo della destra italiana in generale. Non è un caso, del resto, che come spesso capita in questo disgraziato paese, l’opera di demolizione di tutte le barriere faticosamente erette in decenni e in cui puntualmente la destra dilaga parta proprio da sinistra (sì perché Pansa, per decenni, è stato considerato un giornalista di sinistra). Ancora ricordiamo con un brivido lungo la schiena le parole dell’allora Presidente della Camera Luciano Violante (PCI-PDS-DS-PD) di metà anni Novanta sulle ragioni dei vinti… E poi vero che il karma si è probabilmente preso una rivincita quando nell’estate 2019 Pansa è stato cacciato da Panorama e la sua rubrica sul periodico cancellata ad opera di Belpietro. Motivo? I suoi articoli non piacevano a Capitan Salvini. A quel punto Pansa ha ripreso le pubblicazioni su TPI: un sito di informazione molto forte e non certo di destra. Ci piace pensare che, nell’ultima fase della sua vita Pansa abbia avuto modo di considerare criticamente il suo contributo così forte a sdoganare il clima insopportabile che si vive oggi in questo paese e di cui lui stesso è stato vittima…

Ma abbiamo divagato fin troppo! Torniamo al nostro libro e alla nostra recensione!

L’opera, con le su 673 pagine è monumentale e ricchissima di spunti interessanti.

Si parte con l’ingresso in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940, la cosiddetta “Ora delle decisioni irrevocabili” quando con un gesto di prepotenza mista a viltà l’Italia dichiara guerra a una Francia già messa in ginocchio dall’invasione nazista a Nord. La famosa “coltellata alle spalle” coniata dal Presidente americano Roosevelt. In quella fase viene descritta la difficoltà per gli inglesi prima e per gli Alleati poi nel trovare soggetti disponibili a portare la lotta antifascista sul territorio italiano nel momento in cui l’Italia è impegnata sul fronte opposto. Si tratta per lo più di singoli individui destinati a morte certa (quasi sempre per fucilazione) quando vengono scoperti e arrestati e vissuti da gran parte dell’opinione pubblica ancora come “traditori”.

La guerra si rivela ben presto avara di soddisfazioni per Mussolini e il suo regime e alle prime bastonate prese in Nordafrica si aggiungono le umiliazioni patite in Grecia e la perdita dell’Impero con la caduta dell’Africa Orientale dove, negli anni Trenta, gli italiani si erano resi responsabili di massacri sanguinosi contro la popolazione etiope e l’uso di gas chimici durante l’invasione di quel paese. A questo scenario non certo glorioso si aggiunge il disastro della ritirata dell’ARMIR in Unione Sovietica. Mussolini aveva infatti voluto partecipare alla feroce invasione dell’URSS inviando due corpi di spedizione: prima il CSIR tra il ’41 e il ’42 e in seguito l’ARMIR tra il ’42 e il ’43. Proprio l’ARMIR, dispiegato sul Don, verrà travolto dalla controffensiva sovietica di Stalingrado insieme a rumeni e tedeschi subendo perdite spaventose. A questa disfatta si aggiungerà nella primavera del 1943 la perdita dell’intera Africa del Nord e l’invasione della Sicilia il 9 luglio dello stesso anno. In aggiunta a ciò, l’intero paese era preda dei feroci bombardamenti degli anglo-americani.

La prima campana a morto per il regime suonò con gli inattesi scioperi del marzo ’43 nel triangolo industriale. E’ vero che se quegli scioperi non ebbero una connotazione eminentemente politica, ma economica è altrettanto vero che vi parteciparono migliaia e migliaia di operai delle più importanti fabbriche del Nord dimostrando una sfiducia e una disaffezione di massa verso il regime fascista. All’invasione della Sicilia e al bombardamento di Roma seguì ormai la celebre seduta del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio che, di fatto, con l’ordine del giorno Grandi sfiduciò Mussolini dando al re, che stava ordendo un suo personale complotto insieme all’esercito, lo strumento giuridico per togliere il potere al dittatore fascista e farlo arrestare. Da lì, con il potere affidato al Maresciallo Badoglio, anche lui pesantemente compromesso col fascismo, seguirono un mese e mezzo di tergiversazioni fino all’annuncio dell’armistizio l’8 settembre ’43.

Ai festeggiamenti seguiti alla caduta del fascismo segue l’ansia per le conseguenze dell’armistizio.

Vittorio Emanuele III e Badoglio fuggono da Roma lasciando l’esercito privo di qualsiasi comando di fronte ai tedeschi che, per tempo, avendo fiutato il voltafaccia italiano, avevano preparato un piano per occupare l’Italia e disarmarne le truppe. L’esercito e le strutture statuali si sfaldano e la fuga ingloriosa dei Savoia getterà nel discredito più totale la già traballante monarchia. I tedeschi, in pochissimi giorni, pur in inferiorità numerica, disarmano e deportano centinaia di migliaia di soldati italiani. E’ il “tutti a casa!” del celebre film di Monicelli. Laddove i soldati italiani non si arrendono e resistono, come nell’isola di Cefalonia, in Grecia, avvengono terribili massacri. Roma, nonostante alcuni episodi di coraggiosa resistenza dal basso, di fatto, non viene difesa. E’ quella che, con un termine molto abusato, viene da molti definita “morte della patria” e che invece mette gli italiani di fronte al fatto di scegliere da soli e con la propria testa: o di qua o di là, senza qualcuno cui delegare o che scelga per loro. Del resto, come diceva Goethe già più di cent’anni prima: “L’incendio di una fattoria è una tragedia, la rovina della patria soltanto una frase”.


 

Dei più di 700.000 internati militari italiani (IMI) in Germania, trattati molto più duramente dei prigionieri di guerra (tranne quelli slavi) solo una piccola parte decise di schierarsi coi nazisti e con la Repubblica Sociale Italiana, lo stato fantoccio costruito con la garanzia delle baionette tedesche e con Mussolini a capo, dando vita a una forma di resistenza silenziosa molto diversa da quella partigiana, ma piena di dignità. All’essere fisicamente liberi, ma sotto la tirannide preferirono l’essere fisicamente prigionieri, ma spiritualmente liberi.

Nel capitolo “Il tempo delle scelte” vengono narrate le biografie di alcune personalità assolutamente diverse tra loro per appartenenza di classe, età, storia politica che però parteciparono alla Resistenza dando un quadro chiaro della varietà dei caratteri che diedero linfa alla lotta partigiana. Segue poi una descrizione sul processo di formazione delle prime bande partigiane nell’autunno ’43 per poi descrivere i rapporti con due soggetti sociali fondamentali di quel periodo: operai e contadini. I primi con l’utilizzo degli scioperi, spesso pagati con  la deportazione tornano ad essere protagonisti della vita politica del paese, i secondi, che tradizionalmente vivono la guerra come una sciagura con cui rapportarsi con rassegnata dignità hanno rapporti spesso contraddittori col movimento partigiano. A volte le frizioni sono evidenti, ma resta il fatto che, senza l’appoggio del mondo rurale, pur con tutte le sue contraddizioni, decine di migliaia di banditi, come venivano chiamati dalla propaganda nazi-fascista, non sarebbero potuti sopravvivere.

Segue poi il racconto della vera e propria offensiva congiunta dell’estate ’44 quando, all’avanzata alleata nell’Italia centrale con la liberazione di Roma e Firenze corrisponde una grande espansione numerica del movimento partigiano che dà vita a vere e proprie zone liberate chiamate Repubbliche partigiane dove si svilupparono nuove forme di convivenza e di vita politica. Tra queste possiamo citare la Repubblica di Corniolo, la Repubblica di Montefiorino, la Repubblica della Carnia, la Repubblica di Alba (quella del celebre racconto di Fenoglio), la Repubblica della Valsesia e la più conosciuta tra tutte: quella dell’Ossola. Queste repubbliche spesso non avranno vita lunga venendo soppresse con grosse operazioni sia militari che di rastrellamento da parte delle forze tedesche e della RSI che vedranno spesso versare moltissimo sangue. In questo quadro viene anche raccontata la peculiare vicenda della Brigata Maiella, una potente formazione partigiana capace di combattere organicamente spalla a spalla con gli Alleati in tutta la loro risalita verso il Nord.

Dopo l’importante parentesi che ci racconta come i partigiani venivano vissuti dalla controparte con il racconto molto interessante di come l’utilizzo massiccio delle impiccagioni, voluto dai tedeschi ed estraneo alla mentalità italiana, abbia creato un fortissimo sentimento di ripulsa verso i nazi-fascisti seguono poi una serie di capitoli dedicati sia al ruolo fondamentale delle donne nella Resistenza che al rapporto con gli Alleati, non sempre facile e fatto spesso di diffidenze reciproche. In seguito alla descrizione delle dinamiche politiche interne al Comitato di Liberazione Nazionale dove collaboravano e si scontravano le diverse anime che avrebbero dato vita alla Repubblica tra cui gli attori principali furono i comunisti, i socialisti, gli azionisti e i democristiani si arriva alla descrizione della lotta armata portata avanti dai GAP, Gruppi d’azione patriottica, nelle grandi città. Una vita durissima, quella dei gappisti, fatta di vita clandestina, grande solitudine e rischi personali altissimi poiché la probabilità di essere catturati e passati per le armi era altissima. Legata ai GAP è la vicenda dell’attentato di via Rasella a Roma, il più grosso attentato contro truppe tedesche in Europa occidentale che causò 33 morti e 53 feriti tra i soldati altoatesini del Polizeiregiment Bozen e la spietata rappresaglia della Fosse Ardeatine con la fucilazione di 335 persone ordinata direttamente da Hitler. L’attentato di via Rasella ha generato, negli anni polemiche, spesso pretestuose. Se è vero che il Bozen non era un reparto delle SS  è altrettanto vero che era in armi a Roma e faceva a tutti gli effetti parte delle forze occupanti. Nel libro vengono anche smentite le fantasiosi ricostruzioni (di destra) che parlano di un fantomatico manifesto tedesco che annunciava la rinuncia alla rappresaglia se gli attentatori si fossero costituiti. La rappresaglia fu immediata tant’è vero che il comunicato dell’Agenzia Stefani del 25 marzo ’44 annunciava laconico: “Il comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco assassinato dieci criminali comunisti-badogliani saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito”. La stessa Cassazione, nel 1957 ha definito l’attentato legittima azione contro l’occupante.

Segue poi la descrizione della via crucis cui venivano sottoposti gli oppositori del nazi-fascismo se catturati: l’arresto e le torture perpetrate alcuni nomi famigerati  come la Banda Koch o la Banda Carità. Se non si veniva fucilati o impiccati il destino era la deportazione nei campi di concentramento e sterminio del Terzo Reich. Anche se non vanno dimenticati i campi di concentramento italiani come Fossoli e addirittura quelli di sterminio come San Sabba a Trieste dove morirono circa 3.500 persone. Arriva poi la galleria degli orrori delle tanti strage compiute da tedeschi e repubblichini negli anni tra il ’43 e il ’45. Si tratta di decine e decine di episodi di cui i più noti sono la strage di Marzabotto con 770 morti e quella di Sant’Anna di Stazzema con 394. A tutto ciò va aggiunta la spietata caccia agli ebrei cui i fascisti italiani diedero un solido contributo.

Flores e Franzinelli non hanno paura di affrontare anche le pagine più controverse della lotta di Liberazione come le tensioni e gli scontri tra la varie bande di partigiani, il difficile esercizio della giustizia da parte del movimento partigiano in una situazione fluida e senza la strutture tradizionali della giustizia statuale, il ruolo spesso doppio del Partito Comunista Italiano diviso tra la fedeltà a Mosca e lo slancio patriottico, ruolo doppio che non impedì al PCI a dare un contributo determinante alla Resistenza con le sue Brigate Garibaldi sotto le quali militarono circa la metà dei partigiani italiani per finire la complicatissima vicenda della lotta partigiana sulla frontiera orientale dove operava anche la resistenza sloveno-croata e l’Esercito Popolare di Liberazione della Yugoslavia di Tito e dove avvenne la pagina sanguinosa delle foibe che vide tantissimi italiani come vittime tra il 1943 e il 1945. I due storici però ricordano anche i vent’anni di italianizzazione forzata delle province slave e le violenze fasciste contro gli slavi negli anni tra il 1941 e il 1943.

Ci si avvia verso la conclusione non prima di aver parlato del rigidissimo inverno ’44-’45 quando, dopo il proclama Alexander che sostanzialmente annunciava che la tanto attesa spallata alla Linea Gotica (l’ultima linea di difesa tedesca sull’Appennino che andava dallo spezzino per terminare a Pesaro) non ci sarebbe stata, la Resistenza visse una fase di crisi dovendo fronteggiare la vera e propria offensiva voluta dal Maresciallo Kesselring contro le forze partigiane in Italia.

Ma la fine era vicina. Stretto a oriente dall’offensiva dell’Armata Rossa che era penetrata nel cuore della Germania e da occidente dagli anglo-americani che avevano sconfitto l’ultimo disperato tentativo di offensiva tedesca sulle Ardenne, il fronte tedesco dava via via sempre più segni di collasso anche in Italia dove iniziarono trattative segrete per la resa dell’intera forza d’occupazione tedesca. Nell’aprile del ’45 l’offensiva alleata riprese e, simultaneamente, iniziò l’ondata insurrezionale partigiana che coinvolse le maggiori città del Nord molte delle quali si liberarono da sole prima dell’arrivo degli anglo-americani. La narrazione delle vicende belliche finisce con la cattura, la fucilazione e l’esposizione in piazzale Loreto del cadavere di Mussolini, la stessa piazzale Loreto dove il 10 agosto 1944 la Legione Muti su ordine del comando tedesco aveva fucilato 15 antifascisti lasciando i loro corpi straziati esposti per tutto il giorno come monito alla popolazione milanese.


 

Il libro si conclude raccontando le violenze e le vendette dei giorni immediatamente successivi alla Liberazione. Un altro terreno di scontro politico dove coloro per cui i partigiani erano, tutto sommato, dei poco di buono, ampliano a dismisura il numero delle vittime dimenticandosi, come sempre, di raccontare quello che era avvenuto prima.

C’è poi la narrazione del fallimentare processo di epurazione e de-fascistizzazione delle strutture statali che invece che essere ripulite si perpetuano sempre uguali a se stesse e dell’amnistia voluta da Togliatti che porterà a situazioni paradossali come la libertà per personaggi tutt’altro innocenti come Rodolfo Graziani e Junio Valerio Borghese e i processi contro i partigiani.

Segue la comparazione dei contenuti delle lettere dei caduti partigiani e dei caduti repubblichini. I primi si distinguono per uno scarto si sensibilità verso il futuro con l’utilizzo di parole come “libertà” e “giustizia”. I secondo sono ancora legati all’armamentario ideale del regime mussoliniano.

Il libro si conclude con un’accurata cronologia della guerra di Liberazione che inizia col gennaio ’43 e termina col luglio ’45. La sequenza è impressionante per la quantità di morte e distruzione che viene rappresentata.

Bellissimi, inoltre, alla fine di ogni capitolo, degli estratti letterari di alcuni degli autori più significativi che hanno raccontato la Resistenza come possono essere Beppe Fenoglio, Italo Calvino ed Elio Vittorini, ma anche Primo Levi, Luigi Meneghello, Pietro Chiodi e Manlio Magini.

Per concludere possiamo dire che a pochi mesi dal 75° anniversario della Liberazione la Resistenza continua a dividere gli italiani. Per quanto ci riguarda, tutto sommato, forse meglio così. Del resto, una parte consistente di questo paese appoggiò il fascismo e una parte senza dubbio meno consistente, ma grossa, sostenne la RSI. Questo non va dimenticato. Naturale che non ci sia una memoria condivisa. E in fin dei conti che memoria condivisa potremmo avere che ci accomuni a militanti di CasaPound, di Forza Nuova o anche della Lega? Meglio essere di parte. Anzi, partigiani, E difendere la memoria di chi ebbe il coraggio di stare dalla parte giusta contro un nemico la cui ferocia resterà per sempre nella memoria umana.

 

 

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