“Cosa succede in città” – Un’altra metropoli è possibile?

Conta, sì, il denaro altro che no.
Me ne accorgo soprattutto quando, quando non ne ho.
“Cosa succede in città”, Vasco Rossi, 1985.

“Cosa succede in città” cantava Vasco Rossi nel brano che dava il titolo a un suo album (ingiustamente sottovalutato) di metà anni Ottanta. La stessa domanda se la pone Andrea Cegna quasi quarant’anni dopo nel suo omonimo libro pubblicato recentemente da Prospero Editore. Si tratta di una serie di interviste che mette sotto la lente d”ingrandimento lo sviluppo delle metropoli in giro per il globo negli ultimi decenni e che noi andiamo a recensire in un periodo molto particolare, i giorni in cui la conquista talebana di Kabul sembra segnare una sorta di “rivincita” della campagna/provincia nei confronti della città.

Riuscendo finalmente a uscire dal solito eurocentrismo con cui normalmente tendiamo ad affrontare il tema dello sviluppo urbano, l’autore ha riunito un coro composto da voci di donne e uomini che le proprie città le vivono e insieme le studiano, mettendo in rete realtà metropolitane a prima vista estremamente diverse, ma accumunate da alcuni importanti fattori, come Milano, Barcellona, Parigi, New York, Los Angeles, Istanbul, Buenos Aires, Città del Messico, Nairobi, Pechino e altri centri.

L’elemento unificante di partenza è il porre agli e alle intervistati le medesime domande che, cercando di riassumere in breve, pongono il tema della città come luogo centrale del capitalismo odierno, ma anche come punto di partenza delle riflessioni e, talvolta, del rifiuto o delle strategie di resistenza a quest’ultimo: il fatto che secondo un report della NATO le guerre future vedranno le città come teatro principale di scontro; la dialettica tra metropoli e Stato-nazione o tra città e campagna; le politiche di sicurezza (ma potremmo anche dire l’ideologia del “decoro”) come elemento cardine della governance dei territori; le forme di resistenza alle trasformazioni urbane e la possibilità di pensare a un modello diverso di città. A queste domande ogni intervistato o intervistata cerca di rispondere, e dalle varie risposte emergono le peculiarità dei territori di provenienza, di vita e di studio. Ma, oltre alla differenze, emergono anche alcune impressionanti somiglianze.

Se l’impalcatura “narrativa” sono queste domande, una chiave interpretativa è lo studio del network internazionale C40 come possibile modello futuro di partnership metropolitana transnazionale. C40 è infatti una rete di metropoli che, citando direttamente il sito web:

“…è impegnata ad affrontare il cambiamento climatico. C40 aiuta le città a collaborare in modo efficace, a condividere le conoscenze e a guidare azioni significative, misurabili e sostenibili sui cambiamenti climatici”.

La mappa delle città aderenti al network C40

Tutto molto bello in apparenza! Mentre gli Stati perdono tempo facendo melina nell’affrontare il tema del cambiamento e della giustizia climatica, sembrerebbe invece essersi sviluppata una maggiore consapevolezza a livello metropolitano internazionale della portata della sfida in corso. Ma andando a scavare appena un po’ ci si rende conto che siamo di fronte a una gigantesca (e brillante) operazione di greenwashing: il capitalismo più “dinamico e intelligente” sembra aver capito che il tema green può essere sventolato come una bandiera e può rappresentare un nuovo volano di sviluppo e ricchezza. Più che la giustizia climatica, insomma, sembra importante differenziare le fonti di profitto!

Spulciando nel sito non si può che rimanere comunque impressionati da un network di 97 città che “rappresenta” quasi un miliardo di esseri umani e che produce una quota molto importante della ricchezza mondiale. Nel libro le aree urbane emergono con prepotenza per quello che sono: il “prodotto” (siamo o no, pur sempre, nella società dei consumi?) di punta del nostro sistema economico e dei centri produttori di ricchezza in costante crescita, in modo inversamente proporzionale al benessere di gran parte dei cittadini, sia chiaro. E la politica dei bandi, che ormai sono diventati spesso finanziamenti internazionali, è diventata uno strumento efficiente, efficace e affidabile nel guidare i progetti di “recupero” e “messa a valore” di aree delle città “rimaste indietro”.

In fondo, in uno scenario di pandemia globale unita a un momento di somma confusione geopolitica che porta alcuni intellettuali a parlare di “Medioevo tecnologico”, il network C40 potrebbe in qualche modo essere paragonato a una nuova Lega Anseatica o ai Comuni italiani: un’alleanza transnazionale di città capaci di determinare politiche andando oltre i limiti imposti dai confini angusti dello Stato-nazione.

Si arriva poi al punto più delicato e, per chi sogna un mondo diverso, più interessante. La grande questione è quella se sia o meno possibile costruire all’interno della metropoli un’alternativa reale al modello esistente. Una possibilità resa ancor più complicata dall’incredibile capacità di sussunzione da parte del capitale anche delle proposte politiche più radicali e di rottura, alle quali, progressivamente, sono “tagliati gli artigli”.

Di fronte al “Che fare” di leniniana memoria non sembrano esserci risposte certe o formulette magiche. Il nodo resta aperto, ma già il fatto di rifletterci collettivamente è un passaggio importante, e il libro di Cegna rappresenta un valido tentativo in tal senso.

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