Alta tensione

Cosa accade in Cisgiordania.

Negli ultimi  giorni la tensione in West Bank ha raggiunto picchi altissimi. In molte città sono iniziate vere e proprie manifestazioni di protesta contro l’occupazione israeliana, contro l’esercito e contro la stessa Autorità Palestinese, che invece di occuparsi del benessere della sua popolazione, le schiera contro le sue forze armate.

Tutto è cominciato a Nablus, quando i soldati israeliani trovano e uccidono sparandogli il ragazzo che più di un mese fa aveva attaccato gli abitanti di una colonia.

Nelle ore successive a questo fatto, accidentalmente una macchina palestinese si scontra con una israeliana nei pressi di Ramallah. Il governo israeliano grida subito “attentato”, per poi ricredersi, ovviamente non in via ufficiale, poco dopo. Contemporaneamente scoppiano delle rivolte nel campo profughi Al Amari, vicino a Ramallah, e questa volta a perdere la vita sono due soldati israeliani, ecco perché i giornali e i media internazionali puntano i loro occhi sulla West Bank concentrando però la loro attenzione solo su questi due morti.

Nel frattempo Ramallah è stata completamente bloccata militarmente in entrata e in uscita per tre giorni, e qui che sono stati effettuati decine e decine di arresti ad opera dell’esercito israeliano: intorno ai 50 i palestinesi finiti in carcere. Ad Al-Jalazoun un ragazzo di appena 18 anni ucciso a colpi di arma da fuoco all’addome. Nella città di Al Berith, nello specifico nel campo profughi di Al Amari, venerdì mattina viene demolita la casa di una famiglia per la terza volta, perché ritenuta “pericolosa”. Quattro i suoi componenti in carcere e un martire.

E ancora la strada per spostarsi da Ramallah a Nablus è stata interdetta in vari punti con blocchi di cemento, perché l’esercito israeliano sta cercando un ragazzo colpevole di aver lanciato una pietra dentro una colonia. Quindi gli automobilisti in viaggio soprattutto per lavoro, invece di poco più di un’ora sono costretti ad impiegarci almeno 3 ore, chi è fortunato, per arrivare a destinazione. In questo caso ancora una volta la grande generosità e capacità di adattamento a situazioni estreme del popolo palestinese li porta a scrivere a mano cartelli per indicare la via più veloce a chi si trova in macchina, o a creare punti di sosta con l’immancabile “kawa”.

Altra cosa che i giornali sembrano non aver visto, nemmeno quelli palestinesi, è il dispiegamento eccessivo delle forze armate palestinesi usato a Hebron: il motivo una manifestazione in solidarietà per quanto stava accadendo a Ramallah e contro la crescente tensione. L’intervento dell’ Autorità Palestinese è stato estremamente violento, rischiando di creare una vera e propria spaccatura civile. Tanti i feriti come gli arresti. Un altro fatto non trascurabile è come i soldati israeliani non  si facciano problemi ad aprire il fuoco nemmeno sulle ambulanze, come successo nei pressi di Ramallah, costringendole a deviare percorso.

La cosa “straordinaria” di questi fatti è che sono tutti avvenuti nell’arco di 3 giorni, anzi meno di 72 ore. Ma in Palestina ogni giorno si assiste ad eventi del genere. Il problema è che nessuno ne parla, nessuno si muove per cambiare le cose.

Sul finire della scorsa settimana, durante l’Assemblea Generale del 7 dicembre dell’ ONU, viene fortunatamente bocciata una mozione contro Hamas, proposta dall’ambasciatrice USA: bocciata sì, ma tutti i paesi europei, o almeno buona parte di essi (Francia, Austria, Italia, Belgio, Germania, Grecia, Portogallo etc.) aveva votato a favore. Ancora una volta non si sono dimostrati in grado di prendere la giusta decisione rispetto alla questione palestinese. Più facile, forse, ascoltare chi inneggia contro la radicalità  del partito di Hamas. Tutto questo in seguito ai razzi lanciati da Gaza contro Israele, senza tenere minimamente conto delle restrizioni a cui è costretta la Striscia da più di un decennio e gli infiniti attacchi e bombardamenti che continua a subire.

Intanto a Betlemme, in particolar modo nel campo profughi di Deisha, rimane una situazione di stallo: scontri non si sono verificati, ma Israele detta comunque le regole. Il corpo del ragazzo ucciso poche settimane fa nei pressi di Hebron verrà consegnato, prima o poi, ma la condizione sine qua non è che la sua casa (in cui risiede la sua famiglia) venga demolita. Si resta così in attesa ogni notte dell’arrivo dell’ esercito e dei buldozer.

E come se non bastasse, lunedì scorso i soldati sono entrati nel campo e hanno arrestato un uomo di nemmeno 40 anni, che da almeno 15 anni entra ed esce dal carcere con una cadenza quasi “svizzera” a causa della sua dichiarata militanza politica. E con lui ormai il governo israeliano non finge più, preferiscono averlo in carcere, sempre attraverso la detenzione amministrativa (che significa che non hanno alcuna prova della sua “colpevolezza”) perché saperlo libero “fa venire loro il mal di testa”. Queste le testuali parole riferite al momento del suo ultimo rilascio avvenuto ad inizio estate. Avevano annunciato l’udienza in Tribunale per questa mattina, lunedì 17 dicembre, ma segretamente l’hanno anticipata a domenica pomeriggio, confermando la detenzione amministrativa di sei mesi.

La tensione quindi rimane alta, in Cisgiordania, ogni città o campo con la propria particolarità e modalità, ma pur sempre RESISTENDO.

G_M

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