Gaza, inizia tutto con una barriera

Era il 1994 quando, a seguito della firma dei trattati di Oslo, è stata ultimata la costruzione dei primi 60 km di muro che hanno ingabbiato la Striscia di Gaza, rendendola di fatto la più grande prigione a cielo aperto del mondo. Una barriera che rappresenta un confine non solo geografico, ma anche ideologico. A partire dall’inizio del XX secolo, in un climax ascendente di violenza e soprusi, il popolo palestinese ha subito una costante privazione del diritto alla vita e all’autodeterminazione.

Gli accordi di Oslo hanno di fatto sancito l’ufficializzazione formale dell’occupazione sionista sui Territori Palestinesi, aprendo un capitolo tragico nella cronistoria di tutto il Medioriente sotto gli occhi della comunità internazionale. È proprio l’oblomovismo occidentale ad aver generato l’attuale status quo nella Striscia di Gaza. Il perno attorno cui ruota la narrativa sporadica e faziosa “Made in Europe” della questione palestinese è un insipido e tenue inno alla sofferenza o, per la maggior parte, al terrorismo e alla belligeranza della parte gazawa. Tuttavia, se è vero che la storia di queste terre è puntellata dal dolore e dal sangue, è necessario ricordare che i reali tratti che più identificano il popolo palestinese risiedono nel valore della resistenza e della preservazione dell’identità culturale di donne e uomini che lottano ogni giorno contro un regime.

Mentre la comunità internazionale volge i riflettori verso la guerra in Ucraina, denunciando la Russia a gran voce e tuonando aspramente contro l’invasione in atto, è sempre più palese la doppia misura con cui vengono gestite le questioni a livello internazionale sia dal punto di vista comunicativo che politico. Il reale problema della questione palestinese (e di molte altre situazioni simili, come il conflitto curdo-turco o la questione siriana) è legato ad una questione di valutazione della crisi a livello geografico ed etnico:

“La decisione della Comunità Europea di aprire le sue frontiere ai rifugiati ucraini non può passare inosservata rispetto alla chiusura della maggior parte degli ingressi in Europa ai rifugiati che arrivano dal mondo arabo e dall’Africa. La priorità chiaramente razzista che distingue in base al colore, alla religione e all’etnia tra chi cerca di salvarsi la vita è aberrante, ma è improbabile che cambi molto rapidamente”. Sono state queste alcune delle parole di Ilan Pappé, uno dei più autorevoli storici israeliani esperti sulla questione israelo-palestinese, nell’intervento del 31 maggio tenutosi presso il Teatro Civico 14 di Caserta. Ha poi continuato: “Uno dei motivi per cui i movimenti di boicottaggio verso Israele sono così fallimentari è che la visione dei conflitti degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica è unilaterale e, nello specifico, crea i cosiddetti “Criminali Buoni e Criminali Cattivi”: ne è un esempio palese il bombardamento delle forze NATO a Belgrado nel ’99, che è passato come un atto del tutto lecito e necessario […] I palestinesi hanno provato ripetutamente nel tempo a utilizzare metodi non violenti come manifestazioni e dimostrazioni pacifiche, ma quando è successo l’esercito israeliano ha utilizzato la violenza sparando. Come si può rimanere inermi e non reagire, specialmente se questa violenza viene perpetrata da più di 100 anni? Tutti i movimenti contro la colonizzazione hanno dovuto utilizzare dei mezzi per difendersi […] L’unica soluzione possibile alla fine delle violenze coinciderà con il termine della colonizzazione forzata sionista e con la resa effettiva di sanzioni e boicottaggi nei confronti di Israele”.

All’ombra di un muro di 15 metri, la comunità gazawa viene schiacciata da un regime di apartheid costante, che purtroppo non vede mai fine all’orizzonte. In questo contesto, è la cooperazione tra comunità e realtà provenienti da tutto il mondo a non far spegnere la fiamma del riscatto del popolo palestinese. Il 2 giugno la carovana del Gaza Freestyle è entrata nella Striscia di Gaza con 70 attivisti e attiviste per supportare i cittadini e le cittadine gazawe attraverso workshop tematici e attività di empowerment femminile, sport e street art. Giunto alla sua nona edizione, in cooperazione con ACS Italia ed il Centro Italiano di scambio Culturale Vittorio Arrigoni-VIK, il festival rappresenta una vera e propria piattaforma di scambio culturale e un punto di riferimento per tantissimi giovani autoctoni.

In un momento storico di tensioni e violenza senza precedenti in Palestina, è necessario ricordare le parole del mai dimenticato Vittorio Arrigoni, che continua ad incarnare gli ideali di libertà, pacifismo e autodeterminazione di tutto il popolo gazawo:

Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere, credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini, dalle longitudini, ad una stessa famiglia, che è la famiglia umana.

Inizia tutto con una barriera fatta di filo spinato e cemento. Ma la storia ci insegna che i muri sono destinati ad essere abbattuti.

Gaza Freestyle

Foto di: Alessandro Levati, Elitta Rebeggianni, Sara Biasci e Stefano Triggiani

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