Palestina – Barghouti pensa alla presidenza, Fatah trema

«Tra dieci giorni si saprà tutto sulle intenzioni di Marwan Baghouti per le elezioni presidenziali. Faremo un comunicato. Ora non posso dire di più», ci riferisce la nostra fonte nel comitato per la scarcerazione del più famoso dei prigionieri politici palestinesi, da 19 anni in un carcere israeliano dove sconta una condanna a cinque ergastoli. Non si sbilancia il nostro interlocutore. Una cosa però se la lascia scappare: «Se Marwan decidesse di candidarsi, potrebbe farlo da indipendente». E non è una possibilità da niente. Perché l’uomo considerato il Mandela palestinese, sempre popolare tra la sua gente, è uno dei leader di Fatah. E il suo movimento politico, spina dorsale dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), qualche giorno fa ha ribadito che il candidato è uno solo: il presidente in carica Abu Mazen (85 anni). Fatah è in forte allarme. L’annuncio che i palestinesi dopo 15 anni andranno a votare – i dubbi restano – il 22 maggio per il rinnovo del Consiglio legislativo dell’Anp e il 31 luglio per scegliere il presidente, rischia di rivelarsi un incubo per Fatah che alle elezioni dovrà vedersela con gli islamisti di Hamas che nel 2007 hanno preso il controllo di Gaza e godono di parecchi consensi anche in Cisgiordania. Hamas vinse le ultime elezioni legislative tenute nel 2006 ma non riuscì a governare per il boicottaggio attuato da Israele, Usa, Ue e anche da Fatah.

Barghouti sarebbe il primo palestinese a candidarsi da dietro le sbarre per la carica più alta dell’Anp. Una condizione che alcuni ritengono vantaggiosa perché, se diventasse presidente, metterebbe in imbarazzo Israele. Per altri al contrario sarebbe un grave handicapp per la gestione dell’Anp. Contro Barghouti sono schierati diversi i suoi compagni di partito, quelli al vertice. Non certo i militanti di base che lo considerano l’unico in grado di rilanciare Fatah, di dare vita a una piattaforma politica nazionale, di rappresentare le migliaia di prigionieri politici e di dialogare con Hamas. Secondo alcuni Barghouti è in grado di strappare ad Abu Mazen la metà dei voti degli elettori di Fatah. Uno scenario che, considerando la probabile candidatura di un esponente della sinistra, finirebbe per favorire il rappresentante di Hamas, riferimento di elettorato più compatto. Il movimento islamico non ha ancora deciso se partecipare alle presidenziali. Potrebbe rinunciare alle elezioni del 31 luglio nel quadro di una riconciliazione definitiva con Fatah. Da giorni circolano voci di una lista unica Hamas/Fatah alle legislative ma si stenta a credere a questo «compromesso storico» tra due formazioni con ampie differenze ideologiche.

Un sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research di Ramallah rivela che se Marwan Barghouti formasse una lista indipendente riceverebbe il 25% dei voti, contro il 19% della lista ufficiale di Fatah. Una lista indipendente di Dahlan, riceverebbe il 7% dei voti, in apparenza pochi ma sufficienti per complicare la vita a Fatah. Più di tutto 2/3 degli intervistati chiedono le dimissioni di Abu Mazen. Nell’imminenza dei colloqui tra i partiti palestinesi organizzati al Cairo dai servizi di sicurezza egiziani, le pressioni su Barghouti aumentano. Gli chiedono di rinunciare a candidarsi alla presidenza e di accettare il ruolo di capolista simbolico di Fatah alle legislative. Anche per scongiurare la nascita delle liste indipendenti che esponenti più giovani di Fatah minacciano di presentare se la vecchia guardia deciderà di candidare al Clp le stesse facce note da almeno trent’anni. Il mancato rinnovamento è una delle cause principali dell’emorragia di consensi che da lungo tempo affronta Fatah. Senza dimenticare il «pericolo» per il partito di Abu Mazen rappresentato dalla lista che dovrebbero formare i sostenitori di Mohammed Dahlan, ex figura di primo piano di Fatah – espulso e condannato nel 2016 in contumacia per appropriazione indebita -, diventato il nemico numero uno del presidente palestinese. Dahlan, al quale non sarà permesso di partecipare alle elezioni, risiede a Dubai, dove è consigliere speciale del principe ereditario Mohammed bin Zayed, sarebbe in grado di investire milioni di dollari nella campagna elettorale palestinese.

di Michele Giorgio

da il Manifesto del 29 gennaio 2021

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