Carcere minorile Beccaria: dei delitti degli agenti, delle pene dei ragazzi detenuti
Il sindacato degli agenti penitenziari (SAPPE) ha denunciato l’aggressione di cinque agenti dell’istituto Beccaria da parte di un ragazzo minorenne detenuto.
Secondo quanto riportato dal loro comunicato, mentre il giovane rientrava dall’ora d’aria, per “futili motivi” si sarebbe improvvisamente scagliato contro gli agenti, “procurando loro ferite alle costole, un trauma al polso e un dito fratturato”.
Nel comunicato, il SAPPE esprime il desiderio di dotare “quanto prima la Polizia Penitenziaria dello spray al peperoncino”, attualmente in fase di sperimentazione.
È veramente paradossale che una richiesta del genere provenga proprio dal carcere in cui risultano indagate 42 persone — tra agenti di Polizia Penitenziaria e personale sanitario — per atti di violenza e tortura ai danni dei ragazzi detenuti.
È bene ricordarlo: tra gli indagati figurano anche le ex direttrici Cosima Buccoliero, Maria Vittoria Menenti e Raffaella Messina. Non si tratta di episodi isolati, ma di un sistema sotto inchiesta.
Sono 33 i ragazzi che hanno avuto il coraggio di denunciare. E quasi tutte le loro storie presentano lo stesso schema: isolamento e pestaggi da parte di gruppi di agenti.
Una delle testimonianze rese pubbliche è emblematica. Alla domanda se avesse mai subito violenza, una delle vittime risponde:
“Sì, una volta. Ho ricevuto uno schiaffo che mi ha lesionato un timpano”.
E poi prosegue:
“Mi hanno fatto scendere nello scantinato, c’è una porta, un sottoscala. Sono stato lì senza maglietta, scalzo, almeno mezz’ora. La stanza è senza finestre, tre pareti e il tetto spiovente, è uno sgabuzzino. Non c’è nulla dentro. Ha solo un interruttore per la luce. È stato il capoposto a portarmi giù, spingendomi e tirandomi. Ero solo con le calze e i pantaloni”.
Quella stanza viene citata più volte dai ragazzi detenuti come luogo di punizione. Qualcuno, non si sa se le vittime o i carnefici, l’ha ribattezzata “la stanza del picchio”.
Le intercettazioni degli agenti indagati aggiungono un ulteriore livello di gravità. Non sono interpretazioni, come fecero i carabinieri coinvolti nell’omicidio di Ramy e come troppo spesso, lo sappiamo, succede, sono parole che disumanizzano le vittime, e giustificano gli abusi dei carnefici.
Questo il dialogo tra due agenti, emerso pubblicamente nel 2025:
“Rompono il cazzo perché stanno chiusi.”
“Devono morì.”
“Sì, sì, assolutamente.”
Un altro agente racconta:
“Praticamente alle 10 di sera, zio, in quattro si ingoiano le pile solo per rompere il cazzo a Natale, capito, per rovinarci di nuovo il Natale. E niente, siamo arrivati un po’ tutti così e li abbiamo spaccati di mazzate (…). Io sono entrato, zio, stavo uscendo per i cazzi miei, sono entrato per dieci minuti, ho picchiato chi dovevo picchiare e me ne sono uscito e sono andato sui Navigli”.
Oltre alle numerose testimonianze di violenza e tortura, oltre ai procedimenti in corso, quello che sta accadendo al Beccaria — e più in generale negli istituti minorili — è più che allarmante, perché è sistemico e strutturale.
Il sovraffollamento, al contrario di come propagandato dalla destra, è la conseguenza diretta di un progressivo inasprimento normativo, di leggi sempre più liberticide e di una crescente criminalizzazione giovanile.
Al 31 dicembre 2025 i minori e giovani adulti detenuti erano 17.027, con un aumento del 25% rispetto al 2022.
L’assenza di risposte concrete alle problematiche giovanili si manifesta anche nell’impennata del consumo di psicofarmaci tra i detenuti minorenni: +110%.
La risposta istituzionale è sempre meno educativa e sempre più repressiva e soffocante.
Non si investe nella formazione e nell’assunzione di educatori, psicologi, mediatori culturali. Figure che mancano negli istituti penitenziari così come mancano, più in generale, in ogni ambito cruciale della crescita giovanile a Milano.
E si continua imperterriti a opprimere i più vulnerabili.
Nassi LaRage
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