Napoli, 17 marzo 2001 – L’antipasto del G8

Il movimento contro la globalizzazione neoliberista era nato, sostanzialmente inatteso, nel novembre 1999, con la contestazione al vertice del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) a Seattle.

Da lì era stato un crescendo continuo di mobilitazioni.

Ogni vertice, in giro per il mondo, diventava obiettivo di contestazioni sempre più forti.

Giusto per elencarne alcuni, dentro e fuori dai confini italiani: la fiera delle Biotecnologie Tebio a Genova nel maggio 2000, il vertice dell’OCSE a Bologna nel giugno 2000, il vertice del Fondo Monetario Internazionale a Praga nel settembre 2000, il vertice dell’Unione Europea a Nizza nel dicembre 2000 (con annessi scontri a Ventimiglia con gli italiani bloccati alla frontiera), il vertice del World Economic Forum di Davos nel gennaio 2001 e altri ne sarebbero venuti nei mesi a seguire.

Contestazione a Tabio, la Fiera delle Biotecnologie tenutasi a Genova nel maggio 2000

Contestazione al vertice dell’OCSE tenutosi a Bologna nel giugno 2000

Qualche giornalista scriveva che l’Occidente opulento aveva trovato un avversario inatteso. E non si trattava del classico nemico esterno, ma di una gioventù che rigettava il modello sociale ed economico imposto del neoliberismo. Un nemico interno insomma.

Tanti altri erano invece ancora ammaliati dalle sirene del flusso continuo di “sviluppo” e arricchimento degli anni Novanta.

Erano gli anni immediatamente successivi al crollo del Muro di Berlino. Quelli della “fine della storia” decantata da Fukuyama, della sciagurata terza via di Clinton e Blair, delle privatizzazioni, del “la flessibilità è meravigliosa” e della bolla speculativa della new economy.

In questa mitizzata Eldorado qualcuno, anzi, molti, avevano iniziato ad avvertire scricchiolii e crepe, e ad urlarlo a pieni polmoni additati sia da destra (che ora si è poi riscoperta sovranista e antiglobalista) e dalla sinistra fulminata sulla via di Damasco dalle magnifiche sorti e progressive del capitalismo.

Fino a quel fatidico marzo 2001 il movimento aveva preso il nome di “popolo di Seattle”, ma da metà marzo in poi avrebbe cambiato nome assumendo quello di “movimento no global” proprio in virtù di quello che avvenne nella città partenopea a metà mese e che qualcuno avrebbe ribattezzato come “le quattro giornate di Napoli” con un parallelo con le giornate insurrezionali del settembre ’43 che videro la cacciata dei nazisti dalla città ad opera della popolazione napoletana.

Al governo vi era il centro-sinistra. Il Presidente del Consiglio era l’highlander Giuliano Amato che era successo a Massimo D’Alema dimessosi dopo aver perso le regionali del 2000. Prima di D’Alema aveva governato Romano Prodi caduto nell’ottobre ’98. Ministro dell’Interno era Enzo Bianco.

Ma torniamo a Napoli.

Dal 14 marzo si svolgeva nella città partenopea il Global Forum: un incontro tra governi e multinazionali per discutere di sviluppo elettronico. A promuoverlo tante delle strutture sovranazionali tanto contestate in quel periodo come OCSE e la Banca Mondiale.

Già nella prima giornata avvengono episodi di lotta come il blocco dei binari della Circumvesuviana da parte dei disoccupati e una street parade con la partecipazione di più di 2.000 persone e le prime tensioni con le Forze dell’Ordine.

Il giorno successivo, 15 marzo, viene occupata la Facoltà di Architettura che diventa il cuore pulsante della mobilitazione.

Si arriva dunque alla fatidica data del 17 marzo 2001.

Che non sia un corteo ordinario lo si capisce subito visto il continuo afflusso di persone e il fatto che quando la testa ha superato l’Università Federico II la coda non si è ancora mossa da piazza Garibaldi.

La manifestazione si apre con uno striscione molto esplicito che recita: “No Pasaran – Jatevenne”.

I primi momenti di forte tensione si hanno a metà corteo con tentativi di cariche laterali.

Il lungo serprentone umano di circa 30.000 persone raggiunge piazza del Municipio con l’intenzione di raggiungere piazza del Plebiscito. La Questura però è categorica e nega il passaggio.

Dopo un primo contatto con la testa del corteo le Forze dell’Ordine caricano pesantemente dando il via a circa mezz’ora di scontri molto duri.

Dopo la prima carica lo schieramento di poliziotti e carabinieri (alla loro ultima uscita con i moschetti utilizzati in ordine pubblico) viene respinto dal corteo e viene messo in evidente difficoltà.

Solo circondando l’intera piazza, chiudendo ogni via di fuga e scatenando una violenta caccia all’uomo fatta di pestaggi indiscriminati il dispositivo di sicurezza riesce a riprendere il controllo della situazione.

Difficile fare una stima dei feriti in seguito agli scontri.

Quello che è certo è che, subito dopo la fine degli incidenti, la Questura di Napoli avvia un vero e proprio rastrellamento negli ospedali per scovare coloro che si erano recati ai pronto soccorsi per farsi medicare in seguito alle cariche della mattinata. Segue quindi il fermo indiscriminato di 87 persone che vengono condotte alla Caserma Raniero dove le Forze dell’Ordine si resero protagoniste, come se si trattasse di una prova, di tutti quegli episodi di violenza, prevaricazione e sopraffazione, che si sarebbero ripetuti, moltiplicati all’ennesima potenza, quattro mesi dopo a Genova.

I vergognosi fatti della Raniero sui quali il movimento produsse un corposo libro bianco avranno una coda clamorosa con gli arresti dell’aprile 2002 di funzionari e agenti (mandati ai domiciliari) e la protesta dei loro colleghi della Questura di Napoli. Negli atti dell’inchiesta si possono leggere accuse molto chiare nei confronti degli arrestati:

“…aver trasportato illegittimamente ed indiscriminatamente tutti i soggetti recatisi presso alcuni ospedali cittadini per essere sottoposti a cure, presso la caserma Raniero; li trattenevano, impedendo loro di comunicare con l’esterno e di essere assistiti dai difensori; li obbligavano a subire maltrattamenti, percosse, intimidazioni, minacce e danneggiamenti; prelevavano loro il materiale fotografico, pur in assenza di tutti i presupposti di legge e senza provvedere alla redazione di alcun verbale”.

Giova ricordare che l’inchiesta finì nel nulla.

La sentenza di primo grado arrivò a nove anni dai fatti e ci pensò l’Appello del 2013 a dichiarare tutto prescritto.

Probabilmente, se non si fosse trattato di episodi talmente macroscopici e capitati sotto gli occhi del mondo intero, le tragiche vicende della Diaz e di Bolzaneto avrebbero fatto la stessa fine.


 

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