Verso il 25 novembre e oltre. Narrare la violenza a partire da noi (ottava parte)

Il 25 Novembre è la giornata contro la violenza di genere e la violenza maschile sulle donne.
Come collettiva transfemminista queer partecipiamo e contribuiamo come ogni anno alle iniziative, azioni e mobilitazioni messe in campo dal Movimento di NUDM e del nodo milanese.
Quest’anno abbiamo deciso di fare un passo oltre e unire le nostre voci, raccontarci.
La pagina ospiterà riflessioni e racconti riguardo la violenza di genere e tutti i modi in cui si manifesta e le conseguenze che può avere, in modo diverso, su ognun* di noi.
Partiamo da noi perché non ci arroghiamo il diritto di parlare per altr* ma con l’auspicio che questo permetta a chi è sopravvissut* di sentirsi legittimat* a narrarsi.
Crediamo che la condivisione sia strumento per svelare la realtà sommersa delle violenze e trasformare la percezione spesso sminuente e minimizzante che si ha delle stesse.
Crediamo anche che siano strumento utile per creare alleanze ed empowerment.
Invitiamo chiunque voglia a partecipare, scrivendoci un messaggio alla pagina, perché tutte le storie possano avere spazio e la libertà di essere raccontate.
P.S.  Questo è uno spazio safe e di rispetto.
Qualsiasi commento giudicante, stereotipo, pregiudizio, qualsiasi hater verrà bannat* senza pietà, perché con certa gente non si discute neanche.
Consigliamo nel caso di seguire gruppi come Maschile Plurale o di rivolgersi a Centri d’ ascolto per persone maltrattanti.

De Gener Azione


Ero troppo piccolo. Ero troppo piccolo ma la rabbia che provavo era enorme. Non so dove potesse stare così tanta rabbia e così tanto odio in un bambino di 5 anni ma era tutto lì e spesso facevo fatica a respirare.
Ma non ero troppo piccolo da non vedere, da non capire da dove venissero i lividi sul volto di mia nonna, da non pensare che mentivano e che non andava tutto bene. Ma ero troppo piccolo per poterlo fermare. Troppo piccolo per potere proteggere chi amavo. Alla rabbia e all’odio si sommavano i sensi di colpa e una sensazione di impotenza che nel tempo mi ero promesso di non provare più.
Facevo pensieri cattivi, pensieri che non si addicono ad un bambino. Le avrei salvate, una notte sarei sguisciato in cucina, avrei preso il coltello più affilato che c’era e avrei fermato tutto questo. Era l’unico modo per non sentirmi così debole, era l’unico modo per proteggerle. Ma questi non sono i pensieri che dovrebbe fare un bambino, un bambino dovrebbe giocare, immaginare di cavalcare cavalli e sconfiggere i mostri nelle paludi. Ma in casa mia i mostri erano fin troppo reali. Sapevo poco del mondo ma sapevo che ero l’unico a poterlo fermare. Non ho mai odiato così tanto una persona come ho odiato mio nonno.
Quella rabbia mi ha concimato e sono cresciuto in fretta. Sono cresciuto così tanto da poterlo guardare negli occhi, tanto da potermi mettere in mezzo e far capire che la musica era cambiata.
La prima volta che l’ho fronteggiato ho visto un vuoto immenso nei suoi occhi, non erano gli occhi di un essere umano. Avevo tanta paura ma la rabbia mi dava una forza che non credevo di avere. Quella volta non sarebbe andata come le altre, quella volta non avrei abbassato lo sguardo, quella volta sarebbe dovuto passare sopra di me. Ero immobile ma anche inamovibile. Ora basta, in questa casa non ci sarebbe più stata violenza, in questa casa ognuno si sarebbe dovuto sentire sicuro.
Gli anni sono passati e la situazione si è notevolmente alleggerita. Ero molto felice di aver “sconfitto” quel mostro, anche se le cose ovviamente non erano cambiate da un giorno all’altro. Non sapevo quanto mi stessi sbagliando e quanto quel mostro non fosse stato annientato ma avesse solo cambiato la sua forma.
Stavo con una ragazza da qualche anno, quegli amori adolescenziali costellati da emozioni intense e difficili da gestire. Litigavamo spesso, la nostra storia era agli sgoccioli. Non mi ricordo quale fosse l’argomento o cosa mi avesse detto ma non ne avrebbe comunque importanza. L’ho strattonata, o forse ho solo pensato di farlo? Non mi ricordo ma non anche questo non ha importanza. Dentro alla mia testa c’era stato quel pensiero.
Mi sono immobilizzato. Quella cosa che avevo sempre combattuto era riuscita a corrompermi. Quando avevo bisogno di crescere e diventare forte, mi aveva nutrito ma non sapevo quali potessero essere le conseguenze di quel veleno. Era tornata la paura ma stavolta mi destabilizzava ancora di più perché era di qualcosa dentro di me. Quello non ero io, era un fottuto scorpione che mi pungeva la schiena. Eppure era lì, eppure erano pensieri che erano nati nella mia testa e che non potevo più ignorare. Ero in un baratro e non sapevo con chi parlarne. Avevo bisogno di capire ma molto di più avevo bisogno di sapere che non sarei diventato mio nonno. Avevo bisogno di qualcuno che mi assicurasse che quel pensiero non avrebbe mai più preso il sopravvento. Non ho trovato nessuno. Me ne vergognavo come me ne vergogno ora. Ho capito che, ancora una volta, dovevo fare da solo.
Dove c’è un veleno spesso c’è anche un antidoto. E allora ho iniziato a leggere libri, ad ascoltare conferenze, ad interessarmi alle violenze di genere, a parlare con persone nutrendo quella parte che poteva proteggermi da me stesso. Quante volte mi sono sentito un intruso, quante volte mi sono sentito l’incarnazione di ciò che volevo combattere. Ma poi ho capito che la mia più grande forza stava proprio lì, nella mia consapevolezza. Non mi serviva a nulla negare ciò che avevo fatto né tantomeno negare la parte violenta che vive in me. È quando conosci questa tua parte, quando la guardi negli occhi, in quegli occhi vuoti e inespressivi, che puoi davvero affrontarla. Imparare che questa non ti definisce, che un altro modo di fare le cose è possibile.
Anche adesso, che mi sembra di aver fatto un fruttuoso percorso individuale, so di non essere arrivato. In certi momenti ancora non so come comportarmi e in molti altri sbaglio tutto. Ma sono qui per imparare e non mi fermerò. Sono qui perché mi voglio mettere in discussione e voglio mettere in discussione il mondo così come l’ho trovato perché un altro mo(n)do è possibile e non smetterò di crederlo.
La vecchiaia ormai ha trasformato mio nonno in una sbiadita imitazione di ciò che era. Vorrei dirgli che ha fatto tanto male (e non dico a me, perché seppure sia il protagonista di questa storia di sicuro non sono la persona che ha sofferto di più), che è stato una persona orribile e che, se esiste un Dio, ora gli sta facendo pagare in anticipo tutto ciò che ha fatto. Ma non lo faccio. Mi metto al suo fianco, lo ascolto, cerco di aiutarlo se ha bisogno. No, non perché l’abbia perdonato, per quello ci vorrà ancora del tempo, ma perché sono una persona diversa da lui e dimostrargli umanità è la mia più grande conquista, è la mia più grande opportunità di fare le cose in un altro modo, nel modo giusto.


Per me il femminismo è una nuova chiave di lettura rispetto all’esistere, rileggere a posteriori il mio vissuto in un ottica femminista mi sta aiutando a capirmi, a far conciliare il mio sentire emotivo ed intellettuale che è molto più vicino all’essere donna, che all’essere uomo. Questa postura esistenziale che prende il nome di femminismo, penso sarebbe stata per me inconcepibile, se non avessi prima agito come ciò che ora cerco consapevolmente di educare, di migliorare, di risolvere. Troppe volte l’informazione mainstream contrappone il femminismo al maschilismo, o in generale al genere maschile, non è affatto così! Il patriarcato è un sistema che colpisce tutt*, in differenti misure però : una donna o una persona appartenente ad una categoria LGBTQI+, viene lesa profondamente da questo sistema, da questa quintessenza del capitale, viene sminuita, messa in pericolo, violentata verbalmente, psicologicamente e fisicamente da questo sistema oppressivo, noi uomini invece, siamo solo parzialmente vittime del patriarcato, vittime e carnefici, dobbiamo capire questo nostro privilegio e da qui portarlo alla sua destituzione. È tanto fondamentale che persone eteronormate di sesso maschile, soprattutto in ambienti di militanza si interroghino e si pongano in discussione su questo privilegio, solo così poi si può arrivare ad allontanare dinamiche machiste, violente ed oppressive che troppe volte sono così radicate in noi da perderne la percezione. La postura giustizialista non appartiene al mondo femminista, noi femminist* siamo lungi dal giudicare e condannare, non siamo la magistratura, è opportuno però mettersi in discussione e chiedersi sempre le conseguenze che le nostre parole, le nostre non attenzioni, la nostra mancanza di cura, i nostri atteggiamenti possono provocare nelle altre persone.


Verso il 25 novembre e oltre. Narrare la violenza a partire da noi (prima parte)

Verso il 25 novembre e oltre. Narrare la violenza a partire da noi (seconda parte)

Verso il 25 novembre e oltre. Narrare la violenza a partire da noi (terza parte)

Verso il 25 novembre e oltre. Narrare la violenza a partire da noi (quarta parte)

Verso il 25 novembre e oltre. Narrare la violenza a partire da noi (quinta parte)

Verso il 25 novembre e oltre. Narrare la violenza a partire da noi (sesta parte)

Verso il 25 novembre e oltre. Narrare la violenza a partire da noi (settima parte)

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