Salvare vite non è un reato! – Piccola rassegna stampa sulla vicenda di Open Arms


I membri di Open Arms “rischiano pene tra i 4 e i 7 anni di prigione”.

La Colau offre il ’supporto giuridico’ di Barcellona e ’tutto quanto possa essere utile per aiutare.

Link all’articolo originale (ESP) su ElPlural.com del 19 marzo 2018

Traduzione a cura di: Anna Latino, Angela Ciavolella
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Il fondatore e direttore dell’ONG Pro Activa Open Arms, Oscar Camps, ha affermato oggi che i tre membri dell’equipaggio accusati in Italia per aver soccorso i migranti “rischiano tra i 4 e i 7 anni di prigione”, pertanto ha sottolineato che ora la priorità è quella di “lottare affinché non vengano incarcerati”.

La procura di Catania ha disposto questa domenica il sequestro dell’imbarcazione spagnola “Open Arms” e l’apertura di un’indagine per il possibile reato di “favoreggiamento dell’immigrazione illegale” ai danni dell’ Italia.

I capi d’imputazione contro l’equipaggio attraccato in Italia sono un pretesto; l‘obiettivo è quello di “bloccare l’intervento delle organizzazioni umanitarie” nel Mediterraneo, ha affermato Camps.

In conferenza stampa ha spiegato che per la prima volta l’organizzazione ha dovuto chiedere aiuto al governo spagnolo per poter attraccare in un porto.

Più concretamente, il fondatore dell’ONG ha spiegato che l’organizzazione si è messa in contatto con il console spagnolo in Sicilia, ed è stato il governo a negoziare con l’esecutivo italiano affinché l’imbarcazione potesse attraccare nel porto di Pozzallo.

Camps ha spiegato che “la ragione addotta è la questione meno rilevante”, e che “avrebbero potuto accusarli di insubordinazione o di qualsiasi altra cosa”, con l’unico obiettivo di bloccare le attività delle organizzazioni nel Mediterraneo.

La ragione addotta è la cosa meno rilevante e sarà molto difficile per la Procura italiana dimostrare ciò che afferma; sappiamo che tutto questo va molto più in là della decisione di un singolo Procuratore, e che alla fine dietro a tutto questo c’è l’Unione Europea”, ha affermato Camps.

Secondo la ONG, “i tre membri dell’equipaggio sotto indagine rischiano dai 4 ai 7 anni di prigione, e tra le ragioni addotte c’è quella di aver agevolato il traffico di esseri umani”; la priorità è quella di “lottare affinché non siano incarcerati”, ha affermato Camps, che ha sottolineato anche che, “per il momento”, i membri dell’equipaggio resteranno in Italia.

Siamo passati dall’essere vittime di un’aggressione all’essere accusati dalla Procura di Catania, e stiamo aspettando che il giudice confermi i capi d’accusa”, ha sottolineato Camps, il quale ha assicurato che il caso sarà portato “tanto lontano quanto sarà necessario”.

Il direttore dell’Open Arms si è detto convinto che la misura cautelare che mantiene l’imbarcazione dell’ONG sotto sequestro “sarà sicuramente definitiva, visto che la scorsa estate un’altra associazione si è trovata nella medesima situazione e la sua imbarcazione è tuttora bloccata in un porto italiano”.

Il fondatore dell’ONG ha aggiunto che la sindaca di Barcellona, Ada Colau, ha contattato il Ministro degli Affari Esteri, Alfonso Dastis, e che l’organizzazione si è messa in contatto con il console spagnolo in Sicilia, precisando che è stato il governo spagnolo a negoziare con l’esecutivo italiano affinché l’imbarcazione potesse attraccare nel porto italiano di Pozzallo.

Nello specifico, la Colau ha annunciato che Barcellona “farà tutto quanto possa essere utile per aiutare” e che offrirà “supporto giuridico”: “se verrà avviato un processo faremo sapere che la Open Arms non è sola”, ha dichiarato.

Se si tratta di un’imbarcazione che batte bandiera spagnola, il Governo deve fare tutto il possibile affinché le persone siano rilasciate”, ha sottolineato la Sindaca, la quale ha aggiunto che si tratta di “quanto di più grave stia accadendo in Europa in questo momento”.

La Pro Activa Open Arms ha denunciato la “campagna di diffamazione che le organizzazioni che operano nel Mediterraneo stanno subendo dal 2016”: Camps ha sottolineato che da allora “le difficoltà sono andate via via crescendo e i toni si sono alzati”, e che ora addirittura “si è passati direttamente all’attacco militare”.

Ad ogni modo, il fondatore dell’ONG ha assicurato che, nonostante la situazione in cui si trova oggi, l’organizzazione non smetterà di operare nel Mediterraneo; ha inoltre difeso l’equipaggio, perché “ha fatto ciò che bisognava fare”.

Se il sequestro della nave dovesse prolungarsi, Camps non esclude di inviare altre imbarcazioni poiché sostiene che la missione “è quella di salvare le persone che si trovano in pericolo in mare”.

La sindaca di Barcellona ha esortato gli Stati europei “ad adempiere ai propri obblighi legali ed accogliere chi fugge dalla guerra”.

Non ci prendiamo in giro: chi scappa continuerà ad arrivare, indipendentemente da quante barriere o da quanti mari ci siano di mezzo”, ha affermato la Colau.

da MeltingPot


Il soccorso in mare non è un reato.

È forse in vigore in Italia, come ha detto l’avvocatessa catanese Rosa Emanuela Lo Faro, il «reato di solidarietà»? Noi, per la verità, preferiamo parlare di «reato di soccorso», in quanto ciò che l’inchiesta della Procura di Catania tende a mettere sotto accusa non è soltanto un’attitudine virtuosa.

È, piuttosto, un’attività che costituisce un fondamentale diritto umano, giuridicamente fondato e internazionalmente riconosciuto, da cui discendono obblighi e garanzie.

Ma comunque lo si voglia chiamare, quanto accaduto suscita stupore. Tanto più se si considerano i precedenti.

Il procuratore capo di Catania, Carmelo Zuccaro, un anno fa, intendeva «aprire un’inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nei confronti delle Ong» perché alcune di queste «potrebbero essere finanziate dai trafficanti»; e perché le loro attività mirerebbero a «destabilizzare l’economia italiana» e la stessa sicurezza nazionale.

Ma, poi, lo stesso Zuccaro dovette riconoscere di non disporre di «alcun fondamento probatorio» in grado di suffragare le proprie ipotesi accusatorie e «motivare l’apertura di un fascicolo».

Ora, la Direzione distrettuale antimafia, che fa capo alla Procura di Catania, ritiene di aver trovato la pistola fumante.

E, così, la campagna di delegittimazione delle Ong può riprendere vigore.

Ma come si è arrivati a questo?

La scintilla nuova delle passioni antiche di chi vuole squalificare un’azione tanto sacrosanta quanto legittima, trova il suo primo pretesto giovedì scorso.

La nave Open Arms, dell’organizzazione spagnola Proactiva, una delle tre Ong ad aver firmato il Codice di condotta voluto dal Ministero dell’Interno, la mattina di quel giorno risponde a un Sos lanciato da un gommone carico di persone (in gran parte eritree) e segnalato dal Centro Nazionale di Coordinamento della Guardia Costiera.

Ma, poi, quest’ultima, contraddittoriamente, dirà che il controllo delle operazioni doveva passare ai libici. Ma il barcone si trova a oltre 70 miglia dalla costa libica – attenzione: in acque internazionali – e la Open Arms inizia le operazioni di soccorso, recuperando per primi bambini e donne.

Mentre i volontari stanno distribuendo i giubbetti salvagente, un pattugliatore della marina libica si interpone tra loro e la Open Arms, impedendo di portare a termine il recupero. Con le armi in pugno, gli uomini della Guardia costiera libica minacciano l’equipaggio delle lance. I toni forti e le parole concitate dello scambio intercorso in quei minuti sono raccolti in un video: «Tre minuti. Vi do un ultimatum di tre minuti per venire qui. Se non ci consegnate i negri li ammazzo», così un ufficiale della marina libica al megafono. I soccorritori si interrogano su quelle parole urlate in varie lingue: «Ha detto che se non ce ne andiamo in tre minuti, li ammazza»; «Abbiamo un problema, abbiamo tre minuti per consegnare i migranti». L’ufficiale minaccia di aprire il fuoco: «Avete tre minuti per consegnarceli e stanno diventando tre secondi».

A questo punto, alcuni militari libici salgono sulle lance: la situazione di grande tensione va avanti per quasi due ore, poi i libici consentono alla Open Arms di completare le operazioni.

Dopo quella tragedia sfiorata, per 36 ore, l’imbarcazione naviga lentamente verso nord nell’attesa di disposizioni della Guardia costiera italiana su dove attraccare, con 218 profughi a bordo, tra i quali molti bisognosi di cure urgenti.

In quelle ore, che precedono il via libera da Roma per l’attracco in Sicilia, l’equipaggio della Open Arms attua il trasbordo verso Malta di una madre con la propria figlia neonata, in gravissime condizioni di salute.

Finalmente, intorno alle 18 di venerdì, arriva da parte delle autorità italiane l’assegnazione del porto di Pozzallo, dove l’imbarcazione giunge il sabato mattina.

Il capitano, Marc Reig Creus, e la capo-missione, Ana Isabel Montes Mier, vengono interrogati per diverse ore da agenti della squadra mobile di Ragusa e dello Sco di Roma, fino a che, domenica sera, arriva il provvedimento di sequestro della nave e gli avvisi di garanzia per i tre, considerati responsabili di quell’intervento di soccorso in mare.

L’avvocato Alessandro Gamberini, legale della capo-missione, ritiene che il reato di associazione a delinquere sia palesemente insussistente.

D’altra parte, un comunicato dell’Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) ricorda che: «Nessun rifugiato può ottenere protezione in Libia non sussistendo alcuna norma di diritto interno che lo preveda e tutti i rifugiati, comunque presenti sul territorio libico, sono oggetto di detenzione arbitraria nelle carceri, in condizioni disumane e in generale sono oggetto di violenze sistematiche».

È a questo destino, che l’Ong Proactiva avrebbe dovuto indirizzare i profughi dopo averli sottratti alla morte in mare?

di Luigi Manconi e Federica Graziani
Dal Manifesto del 20/03/2018
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Pubblicato da Matteo, il 21 marzo 2018 alle 10:26

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