A Milano i gay diventano di destra

Un contributo di Mauro della Libreria Antigone nel quadro del dibattito sulla metropoli.

Quando ho iniziato a scrivere la bozza di questo articolo non sapevo bene come strutturarlo, perché, seppur fosse chiara la volontà di dare un taglio di genere alla riflessione in questione, mi sono reso conto della complessità del tema se focalizzato sulla città di Milano. Fortunatamente mi appare sul cellulare una notifica di Facebook di un commento a un articolo sul caso Riace pubblicato sulla pagina della libreria, un contributo di un profilo che decide di utilizzare quello spazio per farsi coraggio e dichiararsi leghista. Ha fatto coming out, come gay di destra.  Devo ringraziarlo perché mi ha aiutato a centrare l’angolatura del discorso da trattare.

Nella vulgata comune scandalizza l’accostamento alla destra della parola gay, che infatti i più condannerebbero come contraddizione, un fatto stupido o masochista. Eppure il fenomeno di soggetti lgbt più o meno organizzati vicino alla destra politica non è di certo nuovo, in Europa come in Italia, ma quello che oggi si sta producendo è sicuramente diverso. A Milano, in particolare, avvertiamo un ritorno di ideologie di destra, conservatrici, misogine e razziste, all’interno della comunità lgbt, fenomeno pericoloso ma interessante se pensiamo che avveniene in una città che dei diritti lgbt ha fatto da anni il biglietto da visita.

Servirebbe un approfondimento di certo più lungo e ben strutturato quando oggi parliamo di destra o sinistra perché i significanti non corrispondono più a dei significati collettivamente accettati secondo riferimenti storici e culturali precisi; in questo senso quindi destra come riferimento di modelli di vita e ideologie razziste, misogine, conservatrici e reazionarie, e non tanto solo come espressione elettorale all’interno del quadro politico di rappresentanza.

Esponenti della giunta milanese attuale hanno spesso dichiarato con soddisfazione come il capoluogo lombardo  abbia raggiunto ormai a pieno titolo la stessa dignità di Amsterdam o Tel Aviv come città friendly.

Città, queste, del turismo omosessuale, città delle vetrine, città dove le forze di polizia, gli esponenti politici, i rappresentanti delle multinazionali sfilano in prima fila per l’orgoglio lgbt. A Milano ancora non abbiamo visto le forze armate al Pride, ma credo che nel giro di qualche anno gli amanti del genere potranno dirsi soddisfatti. Il modello che Milano ha voluto seguire è il modello neoliberale progressista che ha caratteristiche precise capaci di plasmarsi in contesti differenti. Il modello della città vetrina gay, della quale, già nel 2015 chi aveva costruito il NoExpoPride, aveva evidenziato le contraddizioni e le pericolosità, contrapponendo, in maniera non solamente retorica, quello della città frocia.  A mio parere, è da questo modello di città vetrina gay che si deve, in buona parte, la deriva dell’incremento della diffusione di ideologie destrorse all’interno della popolazione lgbt.

La vetrina gay, non a caso rilanciata da Expo in poi, si è declinata attraverso l’incentivo del turismo gay, piani urbanistici di gentrificazioni rainbow, con l’allontanamento sistematico delle fette emarginate in periferia, premiazioni delle politiche aziendali di diversity management, e attraverso belle parole di inclusione e uguaglianza e opportunità di investimenti stranieri nel settore del mercato gay.

Ma cosa ancora più forte, politicamente, è che oggi a Milano la giunta di Sala si è sostituita completamente a quel ruolo una volta occupato dal movimento lgbt autorganizzato. Perché sembra che il registro delle unioni civili, a Milano presente prima della legge Cirinnà, o la costruzione dei Pride, o ancora gli eventi di carattere culturale e sociale siano tutte opere o di Pisapia o sicuramente di Sala. Non solo un reset del passato e delle battaglie passate ma anche un annullamento del significato dell’autorganizzazione della comunità lgbt. Non serve muoversi, organizzarsi o proporre qualcosa a Milano, serve sostenere Sala e il modello attuale alle elezioni.

Il modello, e le politiche, sono infatti quelle della città dei diritti per tutt*, slogan contrapposto alle parole d’odio leghiste sicuramente, ma che nei fatti mostra le contraddizioni migliori delle politiche liberl-progressiste.

A Milano dove sono gli sportelli antiomofobia o di supporto per le soggettività trans? E quelli che esistono chi li fa funzionare e con quali fondi? Dove sono i diritti dei clochard che scompaiono magicamente da Porta Venezia durante la Pride Week? Dove sono i diritti dei migranti lgbt che sembrano non essere mai presenti nei magnifici locali e discoteche gay di questa città? Dove sono i diritti dei precari/delle precarie o dei poveri/povere lgbt di Milano ai/alle quali il registro delle unioni civili non ha cambiato la vita in alcun modo? Ma senza allontanarci troppo dal focus, dove sono i diritti per gli spazi sociali autogestiti dove la cultura lgbt, queer e frocia da anni veniva elaborata, praticata e diffusa?

Ed è questa la caratteristica più forte del neoliberalismo contemporaneo, quella di disciplinamento delle sessualità e dei generi; la cittadinanza e l’uguaglianza sono consentite ai soggetti che accettano l’altra faccia della medaglia, quella del perbenismo, della famiglia “mulino rainbow”, quella secondo cui il pubblico non è una dimensione dove il privato può trovare spazio, quella del decoro e dell’apparenza.

Questa identificazione nell’istituzione milanese come unica espressione giusta e vincente della libertà per i soggetti lgbt è l’esemplificazione migliore sia dell’addomesticamento di questi soggetti, non più in cerca di punti di riferimento utili e quindi frammentati, e soprattutto dello svuotamento totale del potenziale antisistemico del movimento. Perché se fino a ieri le nostre relazioni e famiglie sono state illegali, oggi il capitale ha capito che renderle legali avrebbe fruttato interessi in quanto normalizzate e isolate da altre realtà ancora “illegali”

In questo senso allora parlo di destra appunto, perché riflettere sulla presenza delle trans o di corpi nudi al Pride come qualcosa di giusto o sbagliato, o ancora escludere “i non maschili” dall’ipotetica facciata di rappresentanza del mondo gay, cercare incontri sessuali nelle chat specificando “no asian” “only italian” “no latinos” (1), perché difendere quel tricolore nazionale al Pride di Milano dello scorso giugno, quella bandiera che fino a l’altro ieri ci ha medicalizzato, punito, emarginato e allontano, è stramaleddetamente di destra. Milano rappresenta davvero tutto questo, ed è stato possibile perché solo i progressisti liberali legati al mondo del capitale avevano e hanno le parole giuste per conservare il sistema attuale, in un periodo di profonda crisi, allargando i consensi e gettando acqua sui focolai di resistenza.

La bella favola della giunta attuale e dei sostenitori del modello milanese, però, non sta producendo anticorpi all’ondata di destra nazional-populista, ma anzi sta creando sia nuovi cittadini normali, pronti a riconoscersi in quel nazionalismo conservatore da salotto (e da seggio) tanto che al Pride di Bologna alcuni partecipanti sotto palco hanno interrotto le parole di un ragazzo gay siriano urlando “Prima gli italiani” (2).

Ciò che però il modello milanese non potrà mai risolvere davvero è l’omofobia strutturale del sistema, e questa rimane e rimarrà la sua contraddizione maggiore. La legge, il riconoscimento legale di cittadinanza, il mercato, le politiche urbane in atto non possono sconfiggere infatti quel sistema di oppressioni e sfruttamento di cui sono figlie. L’omofobia, come il sessismo e il razzismo rientra in uno schema più ampio di strutturazione della società, e rimane un dispositivo necessari per il controllo della riproduzione e della produzione. Didascalico, in questo senso, è il caso di Alan, descritto da P. B. Preciado nel numero di gennaio 2016 di Liberation e illustrato da Federico Zappino nel suo articolo Omo-lesbo-transfobia ed Eteronormatività (3); Alan era stato uno dei primi minorenni a ottenere il cambio del nome sui documenti nonostante l’assenza della modificazione dei genitali. La sua richiesta era stata resa legale tramite una sentenza giuridica. Dopo mesi di minacce e discriminazioni Alan si è tolto la vita. La legge non ha potuto nulla contro la norma. Le violenze fisiche, psicologiche e culturali di stampo patriarcale rimangono ben salde in una realtà complessa ben celate dietro le vetrine liberali gay. A chi contro questa complessità ha cercato e cerca di creare anticorpi e resistenze il Comune ha risposto negli ultimi anni con sgomberi e attacchi politici. Questa è Milano, quella del Pride e dei diritti per tutt*, anzi per alcun*.

Mauro Muscio

(1) Si vedano i numerosi articoli pubblicati sul sito www.ilgrandecolibri.it

(2) http://www.gaypost.it/bologna-pride-migrante-contestato-pacchia

(3) Federico Zappino, Omo-lesbo-transfobia ed eteronormatività. Note per una pedagogia quuer, in La linea del genere. Politiche dell’identità e produzione di soggettività, Ombre Corte 2018

SPECIALE “DIBATTITO SULLA METROPOLI”

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