Polizia, un numeretto per limitare abusi in divisa

poliziotto2Ditecelo agenti, carabinieri e finanzieri, perché non volete un codice alfanumerico ben visibile sul vostro elmo e sulla vostra giubba quando operate travisati in ordine pubblico? Quando siete irriconoscibile e indistinguibili dai camerati con cui vi fomentate nei momenti precedenti marciando e ritmando la marcia col manganello sullo scudo?

Quando un uomo travisato in tal guisa incontra un uomo o una donna imbottiti di gas e riparati solo da un foulard ormai impregnato di gas, l’uomo o la donna con il foulard sono uomini e donne pestati/e, violentati/e, umiliati/e. Anche perché l’usanza è di attaccare tanti contro uno, di infierire, fino a tornare dietro la “linea blu” e vestirvi della retorica insopportabile dei “figli del popolo”, malpagati, con poca benzina per le volanti che rischiano la pelle per la “comunità” (altro concetto scivoloso e ambiguo come quello di patria per il suo mettere insieme sfruttati e sfruttatori).

E se non potete prendere la parola voi, chiedete almeno che la prendano i vostri sindacati (chi ce l’ha, visto che per i militari mettersi insieme è una cosa quasi impossibile se non nelle forme delle associazioni di reduci o delle “rappresentanze di base” che riproducono la gerarchia delle caserme).

Quel codice ce l’ha stampigliato la polizia di mezzo mondo, perfino quella di un paese, la Turchia, che ha tutto da insegnare all’Italia per quanto riguarda la violazione dei diritti umani e politici. Per le persone massacrate continuereste ad essere dei perfetti sconosciuti ma in base a quel codice un pm potrebbe avere strumenti per raddrizzare torti e dunque sarebbe un po’ un deterrente perché il branco non funga da moltiplicatore di comportamenti violenti e illegali (e, converrete, un po’ vigliacchi) da parte di chi dovrebbe garantire quel bene comune chiamato sicurezza.

So cosa state pensando: che dall’altra parte avete pastori sardi, studenti, cassintegrati, terremotati, senza casa, minatori, contadini, donne, valligiani no tav, tutte specie animali pericolose per l’ordine pubblico e per lo shopping. Ma contro di loro, a dire il vero, strumenti di repressione esistono e funzionano. Pensate che diciottomila persone sono sotto processo per reati legati al conflitto sociale. E’ come se una città di provincia di medie dimensioni fosse incriminata. Pensate che c’è chi ha l’ardire di chiedere un’amnistia sociale.

Sarebbe interessante che un settore di cittadini in divisa (i nostalgici la chiamerebbero “polizia democratica”) osservi con sguardo più laico il fatto che, a quasi tredici anni dalle mattanze di Napoli e Genova, insomma, ci sono settori sociali che continuano a chiedere una misura minima di garanzia come il codice alfanumerico che venne chiesto a gran voce per la prima volta dopo la montagna di violenze (per la maggior parte restate impunite) commesse a Genova da voi.

Sta partendo, stavolta, una campagna europea promossa dall’AED (Avvocati Europei Democratici) per l’introduzione dei numeri identificativi sulle divise delle forze dell’ordine: «i firmatari chiedono al Consiglio dei Ministri della Giustizia dell’Unione Europea di mettere in atto i passi necessari perchè sia adottata una direttiva o una decisione quadro in questa materia, al fine di dare una risposta al problema dell’identificazione visibile degli agenti di polizia, con lo scopo di evitare le minacce ai diritti fondamentali, di salvaguardare i diritti della difesa, l’indipendenza del potere giudiziario e il suo ruolo di controllo e al fine di bandire dal quotidiano l’impunità delle azioni delittuose di dette forze di polizia e dei loro responsabili amministrativi e politici».

Da qui a fine Gennaio verranno raccolte le adesioni di comitati, associazioni, da spedire a questo indirizzo mail: avvocatopagani@iol.it

Successivamente partirà la raccolta firme vera e propria con modalità che verranno comunicate in seguito.

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