Colpiti al cuore, reagiamo con la testa

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Si presentano alle 5 del mattino. A casa di una compagna poco più che ventenne. Si portano via le sue cose. La portano in Questura, prendono il Dna.
Il Dna.
La rilasciano poco dopo, con accuse che hanno il sapore della follia. E della scelta politica.
Si presentano in altre case sempre all’alba, da 4 di queste prelevano altrettante persone per portarle in carcere, dove sono tutt’ora detenute.
Colpiti al cuore, ci stringiamo accanto alla nostra sorella e reagiamo con la testa, chiedendoci il motivo di una scelta così palesemente insensata da lasciarci sbigottiti.
La repressione per i fatti del Primo Maggio era nell’aria. Sapevamo che avrebbero colpito, pensavamo che avrebbero pescato a caso fra chi, il Primo Maggio, era in piazza a contestare l’Expo delle speculazioni, della cementificazione di aree agricole, del lavoro sottopagato o non pagato affatto, della gestione commissariale che sacrifica i diritti, la sicurezza e la qualità della vita di tutti, dei soldi pubblici drenati per gli affari di pochi.
Fra noi non hanno colpito a caso: hanno mirato e ci hanno colpito al cuore. Hanno scelto chi sta costruendo ogni giorno le lotte e i percorsi di partecipazione nel mondo della scuola, chi anima le battaglie degli studenti mettendo la propria faccia e la propria voce nelle assemblee, nei cortei e nelle iniziative. Hanno scelto chi si spende e si espone in prima persona e sempre per costruire un mondo diverso.
Il Primo Maggio è la scusa: è il presente, e il futuro, che vogliono colpire.
Il Primo Maggio I. era in piazza con noi, a contestare il modello Expo, il modello della deroga ai diritti di tutti per tutelare gli affari dei soliti noti, il modello dei soldi pubblici finiti nelle tasche delle mafie che si aggiudicano gli appalti e finanziano il sistema di cui sono parte integrante, un modello al quale abbiamo opposto le ragioni di un no fatto di contenuti, di costruzione di reti e di percorsi di lotta.
E se i grandi media hanno alimentato per mesi prima del corteo un immaginario di scontri e devastazioni a tutela della passerella dei vip, e hanno avuto gioco facile il Primo Maggio a spazzare via dalla scena pubblica anni di lavoro sui contenuti, di condivisione e di lotte mostrando colonne di fumo nero che si alzava nel cielo della città, noi abbiamo portato in piazza i colori della contestazione a Expo frutto di un percorso faticosamente costruito nei mesi precedenti, che alla radicalità dei contenuti ha associato sempre la ricerca del consenso e della partecipazione, la costruzione quotidiana di pratiche alternative nel modo di vivere, intessere relazioni, fare politica nel territorio e nel mondo globale, costruire economie alternative e sostenibili.
Siamo stati i primi a scriverlo, proprio in chiusura della diretta che raccontava il corteo, e non faremo oggi un passo indietro: un abisso politico ci separa da chi, scavalcando percorsi e scelte collettive faticosamente costruite, ha espresso quel giorno in piazza un immaginario di nichilismo distruttivo che ha scavato una distanza siderale fra il corpo militante e la gente comune, distanza siderale fra chi ogni giorno mette il suo tempo e la sua fatica al servizio della costruzione di percorsi condivisi che ambiscono a farsi capire e ascoltare da tutti e quel pezzo di cittadinanza che paga il prezzo più alto della crisi ma col quale non siamo riusciti a costruire una connessione sentimentale vera, che non siamo riuscita a coinvolgere nelle nostre battaglie, che o sono di massa o sono condannate all’irrilevanza.
E tuttavia.
E tuttavia vogliamo dire forte e chiaro che ci sono cose che sono e rimangono inaccettabili.
Umanamente e politicamente inaccettabili.
Inaccettabile è la galera, luogo di violenza fisica e psicologica inaudita, istituzione totale che nega l’umanità e la dignità, che recide i legami affettivi e toglie identità.
Inaccettabile è annullare in carcere la vita di chi è accusato di aver bruciato una macchina o danneggiato una strada o un negozio.
Inaccettabile è il reato di devastazione e saccheggio, detrito giuridico che dovrebbe scomparire dal nostro ordinamento, reato introdotto in Italia sotto il regime fascista col Codice Rocco del 1930 e usato oggi per punire atti contro la proprietà e l’ordine costituito con un’intensità abnorme e tipica degli scenari di guerra: non può sfuggire a nessuno la sproporzione, oscena ed evidente, fra rompere una vetrina e rischiare da 8 a 15 anni di galera.
È inaccettabile, e non lo accettiamo.
È inaccettabile che lo sguardo sia sempre volto verso quella vetrina infranta, mentre riforme, grandi opere e grandi eventi devastano e saccheggiano realmente i diritti, il sapere, la terra e le persone.
A chi sta affrontando il carcere e la repressione va la nostra solidarietà e il calore della nostra vicinanza: li vogliamo liberi e non li lasceremo soli.
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Milano in Movimento
Csoa Lambretta
ZAM – Zona Autonoma Milano
Dillinger Project
Collettivo Universitario Bicocca
Rete Studenti Milano
Casc Lambrate

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