Isis assalta una prigione nel nord-est della Siria. Le prime dichiarazioni

È di almeno 25 morti il bilancio di un attacco dell’Isis, iniziato giovedì sera contro il carcere di Ghweiran, vicino ad Hasakah, nel nordest della Siria.
Si tratta dell’attacco dell’Isis più grave degli ultimi tre anni, con lo scopo di liberare i prigionieri jihadisti.
Le forze curde avevano nei giorni scorsi messo in guardia dal rischio di attacchi Isis contro la prigione.
Lo Stato Islamico ha detto tramite Telegram che i suoi militanti hanno condotto un attacco su larga scala alla prigione nel nord-est della Siria, e che erano in corso scontri nelle vicinanze e in altri quartieri.
Il comandante generale delle SDF (Forze Democratiche Siriane) Mazloum Abdî ha dichiarato su Twitter, tuttavia, che: “L’area intorno al carcere è stata completamente circondata e tutti i latitanti sono stati arrestati”.

L’Isis è stato dichiarato sconfitto militarmente in Siria a marzo 2019, con la liberazione di Baghuz, ma i miliziani di Daesh e i loro affiliati globali stanno cercando di riorganizzarsi con strategie sempre più aggressive: attacchi in luoghi come l’Afghanistan e l’Uganda, continui arruolamenti in Siria e Iraq e attacchi ai campi-prigione come Al Hol dove alla fine della guerra territoriale con Desh erano detenute 41mila donne miliziane provenienti da tutto il mondo.

In questo momento le SDF hanno dichiarato di aver arrestato 89 militanti nell’area del carcere.
La prigione è la più grande tra le tante note pubblicamente in cui le SDF detengono almeno 5.000 detenuti, che vanno dai miliziani di Daesh ai civili che ancora oggi si arruolano tra le file dei miliziani di IS.
Mazlum Kobane, ha affermato in una recente interviste ad Al-Monitor, che una delle maggiori minacce al nord-est della Siria non sono più gli attacchi fisici dell’IS ma la capacità dei militanti di sfruttare l’attuale crisi economica per attirare nuove reclute.

Kobane ha affermato: “Le condizioni economiche sfavorevoli stanno influenzando la nostra lotta contro IS. La sua capacità di riconquistare terreno è sempre più legata alle condizioni economiche in Siria”.
Secondo le Nazioni Unite, quasi il 60% delle persone in Siria sono insicure dal punto di vista alimentare, e quasi 12 milioni stanno perdendo l’accesso a cibo, acqua ed elettricità a causa della siccità.

Come se non bastasse, continuano con sempre più frequenza gli attacchi della Turchia di Erdogan contro la popolazione curda in Siria.
Il giorno di Natale, un drone turco ha colpito un gruppo di giovani attivisti curdi nella città di Kobane, uccidendo cinque persone.
L’amministrazione autonoma ha condannato l’attacco: “La Turchia mira a distruggere la volontà della popolazione e distruggere gli sforzi per rafforzare la democrazia e raggiungere la stabilità”.
La stessa Turchia accusata di chiudere un occhio sulle migliaia di combattenti stranieri che negli anni si sono riversati su Siria e Iraq attraverso i suoi confini per arruolarsi tra le fila di Daesh e combattere contro i curdi.
A costo di tantissime vite, l’espansione dell’ISIS ha avuto un freno dopo cinque anni di ferocia, guerra, persecuzioni, esecuzioni in piazza, violenze contro le donne, rapimenti e vendita di esseri umani…
Dopo la sconfitta territoriale dell’ISIS, le organizzazioni curde sono state lasciate da sole nella gestione delle migliaia di persone detenute provenienti da tutto il mondo: uomini e donne francesi, italiane, belga, tedesche, cecene, spagnole…

Riportiamo di seguito una breve dichiarazione di Nisrin Abdullah, portavoce dello YPJ che raccogliemmo come MIM nel 2019, pochi giorni dopo la liberazione di Baghuz: “I paesi europei si dovrebbero chiedere perché i propri cittadini hanno deciso di partire per arruolarsi con Daesh. I loro concittadini sono diventati terroristi nelle città dove sono nati, non una volta arrivati in Iraq e in Siria. Ora dobbiamo gestire questo grosso problema insieme, perché dopo la guerra c’è sempre un’altra guerra”.
Una guerra alla rinascita di Daesh che le organizzazioni curde non hanno mai smesso di portare avanti.

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