Genova, Luglio 2001 – Dimenticare è impossibile


Alle 17,27 di venerdì 20 Luglio 2001 Carlo Giuliani muore sotto il piombo dei Carabinieri in Piazza Alimonda.

Il suo omicidio avviene al culmine di due ore e mezza di scontri provocati dalla carica immotivata del Battaglione Lombardia dei Carabinieri al corteo della Disobbedienza Civile che, partito dallo Stadio Carlini e autorizzato fino a Piazza Verdi (il margine della Zona Rossa) si trovava in quel momento in via Tolemaide.

La carica illegittima dà il via ad ore e ore di scontri feroci e resistenza da parte dei manifestanti che vengono attaccati con ogni strumento repressivo possibile tra cui mezzi corazzati e idranti.
Cariche (con diversi colpi d’arma da fuoco sparati in aria) e controcariche si sviluppano in tutte le strade adiacenti a Via Tolemaide fino ad arrivare al tragico episodio di Piazza Alimonda.

Quel giorno le Forze dell’Ordine caricano sistematicamente e con violenza tutte le piazze tematiche organizzate dal Genoa Social Forum a prescindere dalla pratiche messe in campo e dal contenuto politico di ognuna di esse.
Cariche quindi in Piazza Dante, Piazza Manin, Piazza Paolo da Novi giusto per citarne alcune…

Sabato 21 Luglio, nonostante tutto, le decine di migliaia di persone presenti nelle piazze il giorno prima, si moltiplicano in centinaia di migliaia. Sotto il sole infuocato sfilano tra i 300.000 e i 500.000 manifestanti.
La rabbia per l’omicidio di Carlo esplode in zona Foce con scontri cui partecipano sempre più persone.

Nel pomeriggio, il gigantesco apparato poliziesco che staziona davanti alla Fiera del Mare (il quartier generale delle Forze dell’Ordine in quei giorni) inizia una carica selvaggia contro il corteo spezzandolo in due tronconi e cercando di imbottigliarlo. In quei momenti lacrimogeni vengono addirittura sparati dagli elicotteri che volteggiano sulla testa dei manifestanti (tra il 20 e il 21 Luglio ne verranno sparati 6.152).

Una parte del corteo viene caricata (ancora una volta con l’ausilio dei mezzi corazzati), massacrata sul lungomare di Corso Italia e inseguita fino agli scogli con scene degne del Sudamerica degli anni ‘70.
L’altra parte del corteo riesce a proseguire verso Marassi incalzata da continue cariche e dal lancio di centinaia di lacrimogeni.

Insoddisfatte per il “basso” numero di fermati durante gli scontri del 20 e 21 Luglio e rassicurate dalla coperture politiche offerte da vari elementi del Governo Berlusconi tra cui Gianfranco Fini e Roberto Castelli, le Forze dell’Ordine organizzano per la notte l’irruzione alla scuola Diaz e al Mediacenter di fronte ad essa.

L’assalto alla Diaz, rimasto negli annali per la definizione di “macelleria messicana” che ne darà in sede processuale Michelangelo Fournier, vicecomandante del VII Nucleo Sperimentale Antisommossa, responsabile dell’irruzione, provocherà il ferimento di 82 delle 93 persone fermate all’interno dello stabile. Di queste, 63 verranno portate in ospedale, di cui 3 in prognosi riservata e uno in coma…

I fermati sono accusati del mirabolante reato di “associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio”. Reato che cadrà immediatamente, di fronte alla totale inconsistenza delle prove…
Per giustificare il massacro le Forze dell’Ordine definiranno la Diaz il “quartier generale del Black Bloc” esibendo in una strana conferenza stampa senza domande consentite due bottiglie molotov che si scoprirà essere state portate all’interno della scuola dalla Polizia stessa…

A “coronare” le giornate genovesi ci sarà anche la vicenda delle violenze e delle sevizie inflitte a decine e decine di fermati all’interno della Caserma di Bolzaneto, destinata in quei giorni del Luglio 2001, a centro di raccolta, identificazione e smistamento degli arrestati.

Nei giorni successivi, con coraggio, tantissime persone continueranno a scendere in piazza in ogni angolo d’Italia (e del mondo) per denunciare la mostruosità dei fatti accaduti in quelle giornate. Indimenticabile il corteo notturno di Milano che percorrerà un centro storico senza l’ombra di una divisa per arrivare in Piazza Duomo quando la coda deve ancora muoversi.

Mentre all’estero la dimensione tragica della vicenda fu immediatamente chiara, in Italia la società si spaccò subito in due parti ferocemente contrapposte e tanti, complice il servile appiattimento di quasi tutte le televisioni in quell’epoca di berlusconismo rampante, non capirono o capirono con grave ritardo.
Parafrasando l’amara frase di un militante presente a Genova: “Il G8 è uno degli episodi più filmati della storia umana dove però…se non eri presente…hanno fatto di tutto per non farti capire un cazzo!”.

Resta la quasi totale impunità dei massacratori e le durissime condanne contro alcuni manifestanti nei processi che si sono trascinati nel decennio successivo al G8. Il tutto all’insegna dell’ormai tristemente nota frase: “Vale di più una vetrina rotta che una vita spezzata”.

Restano le condanne per tortura inflitte a livello europeo all’Italia per i fatti della Diaz e di Bolzaneto.

Resta la spesso citata dichiarazione di Amnesty International che definisce i fatti di Genova: “La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.

Resta la consapevolezza che, con 15 anni di anticipo, quando ancora si veniva guardati come dei pazzi visionari dai vari soloni e tromboni dell’informazione e del pensiero dominante, ci si era resi conto che la globalizzazione avrebbe portato a scompensi giganteschi.

Resta l’amarezza della gigantesca bastonata data dallo Stato a un’intera generazione (o meglio, più di una…) che aveva preso voce e pretendeva di dire la sua. Quella voce è stata ricacciata in gola con violenza.
Chissà come sarebbe andata se…


Dire Genova vuol dire ferite profonde

A piazza Carlo Giuliani, ragazzo

Pubblicato da Matteo, il 18 luglio 2017 alle 11:22

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