Lo stato dell’arte a Milano

« L’arte o è plagio o è rivoluzione »
– Paul Gauguin, 1903

 

Milano, negli ultimi decenni, è cambiata completamente. Da capitale dell’industria pesante è ora centro nevralgico del terziario avanzato, da “capitale morale” negli anni della Milano da bere si è poi trasformata in capitale delle tangenti e degli appalti truccati negli anni di Mani pulite.
I petrolieri arabi hanno infine comprato interamente i nuovi quartieri edificati in zona Garibaldi, grattacieli annessi; l’industria Pirelli, alquanto simbolica per la città, è stata smantellata e venduta alle multinazionali cinesi. La grande editoria si è raggruppata per vendersi meglio agli americani. La morfologia cittadina è cambiata radicalmente, tanto da trasformare Milano in un tentativo di nuova metropoli verticale, accattivante, creativa, “smart”.

Questi cambiamenti strutturali e ideologici si sono riprodotti a cascata sul tessuto sociale cittadino, determinando anche trasformazioni di carattere umano e antropologico: sono scomparsi i luoghi di aggregazione di matrice popolare (che resistono nei centri sociali occupati e in poche altre esperienze virtuose) e, allo stesso tempo, negli spazi culturali del centro città è venuta meno la forza propulsiva della borghesia milanese, che non è stata più in grado di farsi da tramite inclusivo per le comunità culturali e artistiche, limitando il proprio ruolo di azione sociale a un’élite chiusa e assoggettata ai modelli di commercializzazione dei saperi. Nell’ultimo decennio anche la monetizzazione e il rendimento del capitale culturale incorporato nell’ambiente urbano sono stati, per alcuni, particolarmente allettanti; basti pensare alla progressiva sparizione di cinema e teatri milanesi, adesso trasformati in Apple Store, o peggio vuoti.

Di fatto, sicuramente gli ultimi dieci anni hanno significato per la città, oltre che il rinnovamento della morfologia urbana, anche un grande tentativo di rivitalizzazione culturale, in termini di iniziative e musei. Milano parrebbe essere quindi tra le città italiane più vive dal punto di vista delle arti, tra le più innovative in termini di trasformazioni culturali.
Ma la “vetrinizzazione” della città messa in atto al fine di rendere Milano più commercialmente appetibile durante Expo 2015, soprattutto in termini di intrattenimento culturale, è ormai diventata un modello replicabile anche al di fuori della logica del grande evento. Se da un lato il 2015 ha significato il riscatto di alcune zone lasciate a se stesse, dall’altro ne ha costruite di nuove che, probabilmente, saranno destinate a fare la stessa fine. Vi è ancora un enorme punto interrogativo sul futuro delle strutture espositive di Rho Fiera e restano ancora moltissimi, troppi, gli spazi cittadini lasciati all’abbandono, mentre permane e aumenta l’emergenza abitativa. 
Da questo punto di vista – nonostante la narrazione mainstream che la dipinge come capitale europea, progressista e d’avanguardia – Milano non ha imparato dai suoi errori, restando tragicamente in difficoltà nel divincolarsi dalle imposizioni calate dall’alto; da quelle regole, cioè, che incanalano il fervore artistico in maniera univoca e non contestabile, riducendo la spontaneità dello spirito creativo a esperienza di spettacolarizzazione massificata.

L’arte che ultimamente Milano propone, seppur freneticamente moltiplicata e iper-diffusa, non si rende accessibile a tutti; sia per via del suo costo (che la caratterizza in quanto merce), sia per via del suo carattere non più divulgativo, ma strettamente autoreferenziale, che spesso impedisce all’opera culturale di rivolgersi a un pubblico diverso da quello degli stessi operatori che ne permettono creazione e sostentamento. E – anche quando l’artista non rivolge l’intenzionalità del proprio progetto a una ristretta enclave di appassionati, bensì a una folla di spettatori più o meno estranei al mondo della cultura (vedi eventi mainstream promossi anche dallo stesso Comune di Milano) – l’arte rinuncia a entrare in contatto con la concretezza del presente, rifiutando di provenire dalle problematiche stesse del reale.
Il concetto arcinoto di “arte per l’arte”, svilisce anacronisticamente la produzione creativa delle città contemporanee a una pratica sempre più elitaria e privata, depotenziata della sua spinta eversiva e collettiva trainante.
Assistiamo, inoltre, a un fenomeno particolarmente milanese in cui la dimensione creativa, sensibile ed emozionale, partecipa alla definizione stessa del valore delle merci, nelle strategie di marketing e nell’innovazione produttiva del capitale.

È chiaro che la produzione creativa e culturale milanese vive un momento fortemente contraddittorio, tra massima proliferazione e totale sterilità progettuale. Nel momento in cui tutto può diventare arte cresce il sospetto che niente lo sia.
Il carattere politico dell’arte è quindi istituzionalmente trascurato, in favore di una volontà estetizzante di tipo intrattenitivo che tende a proporre una pacificazione (se non addirittura una repressione silenziosa) della pratica artistica intesa come impegno civile. 
Questo tipo di “regime estetico”, che potremmo – semplificando – identificare come mainstream, è combattuto attivamente in città da tutt* coloro che hanno scelto la via dell’attivismo artistico, che rivendicano l’autonomia delle pratiche artistiche come resistenza al mondo, come rifiuto di farsi assimilare a un sistema che si combatte attraverso l’arte e al di fuori di essa.

L’industria dell’arte e della cultura milanese non si limita solamente a produrre in maniera esclusiva – e quindi escludente – il campo di agibilità delle testimonianze artistiche esistenti e i limiti entro cui farle esistere, fornendo loro le uniche risorse simboliche ed economiche, ma ha iniziato anche a parassitare le esperienze Resistenti.
Sono anni che il capitalismo finanziario prova a sussumere esperienze culturali e sociali dal basso, imparando a sfruttare al meglio linguaggi e proposte, finendo per appropriarsene in toto. Le esperienze che rispondono a bisogni sociali, la cultura indipendente, le produzioni locali, l’arte che si pone al di fuori dai circuiti di mercificazione sono in questo caso utilizzate come “leve di marketing” e risputate sul mercato sotto forma di “housing sociale”, “co-working” e via dicendo, deprivate però di ogni ragionamento politico e di rigenerazione sociale che vi sta alla base, come sta già accadendo per l’argomento dei Beni Comuni.
È impensabile, però, riutilizzare sotto una luce edulcorata le stesse pratiche di profitto che hanno portato a una crisi trasversale a più dimensioni (economica, culturale, sociale, politica) per regolamentare e normalizzare esperienze nate da una ragionata contestazione di questa stessa crisi. Non ci si può appropriare di linguaggi e lotte che nascono in contrapposizione alle spietate logiche del capitale e della proprietà privata per ringalluzzirle.

La costruzione di esperienze dal basso accessibili – sia nella fruizione che nella partecipazione attiva – è l’unico approccio possibile per poter parlare di cultura come Bene Comune; non far cadere sotto l’ombrello del capitalismo finanziario tali esperienze è fondamentale per poterle preservare.
La cura di Beni Comuni infatti (materiali e immateriali) aggredisce dinamiche proprietarie ostili al perseguimento dell’interesse generale, favorisce la costruzione di reti di solidarietà cittadine, supera la proprietà privata facendo leva sul valore (sociale) dell’uso, e non su quello (commerciale) di scambio; affida ai cittadini stessi la responsabilità di custodia di quei beni, garantendone i caratteri di accessibilità e universalità. La Costituzione ci lascia quindi in eredità una visione potente e trasformatrice delle relazioni di potere che articolano la realtà in cui viviamo e che fanno della città e dell’ambito urbano un cantiere artistico e un laboratorio politico di possibile emancipazione.

Eppure, mentre guardiamo la nostra città impegnarsi nel costruire la cartolina estetica da spendere sul mercato del turismo globale, appare evidente il tradimento nei confronti della visione costituzionale. Anzi, il tentativo amministrativo di dare sostanza all’articolo 118 con le pratiche di co-progettazione finisce per sviare e confondere il progetto complessivo.
L’odore di bruciato, lo stesso che per giorni ci ha accompagnato mentre prendevano fuoco “capannoni sospetti” ai margini della città, si fa sentire forte. Il sospetto è che dietro il paravento ideologico dell’ amministrazione congiunta, di qualche votazione online e qualche pratica di ascolto e raccolta formale di policies, si stia portando avanti un attacco al patrimonio di suolo pubblico milanese, attraverso la cartolarizzazione e la privatizzazione di vaste aree nevralgiche della città. All’insegna della riqualificazione urbana e della modernizzazione che dovrebbe portarci nel cuore pulsante dell’Europa, lasciamo mano libera ad archistar e industriali, a speculatori edilizi e interessi proprietari che recintano con luci e vetri e costruiscono cattedrali architettoniche nel deserto.

Di fronte al caro affitti e alla mancanza di edilizia popolare, di fronte al bisogno di spazi comuni, di cultura accessibile, di attivazione e sperimentazione artistica, di lotta alle disuguaglianze e all’esclusione sociale, di resistenza ai processi di vetrinizzazione e gentrificazione che allontanano gli abitanti dal proprio territorio e di welfare universitario, Milano si vanta dei suoi risultati, della sua capacità di ascoltare bisogni e necessità, di realizzare futuro: ma che futuro trapela da Porta Nuova, da City life e Bosco Verticale, dai progetti di riqualificazione degli Scali ferroviari e dell’Ex Macello, dallo spostamento dell’Università Statale nei vuoti lasciati da Expo? Quello di una città inafferrabile del consumo, un parco giochi del turismo e del lusso, di proprietà di pochi, non per le tasche di tutti. Una città che regala il centro ai capitali e fa applicazione indiretta della sussidiarietà ai margini: qui lascia il poco che avanza o le problematiche che esilia all’autogestione forzata degli abitanti e alle loro capacità di far di necessità virtù, di trovare solidarietà e soluzioni comunitarie nell’abbandono e nella mercificazione dell’esistente.
Milano è diventata così, in Italia, la prima città della rendita e della commercializzazione dei prodotti sociali e culturali; la città ipocrita che si costituisce come main sponsor della mostra sullo street artist Banksy al Mudec, e poi combatte da anni una guerra senza quartiere ai writer milanesi contestandogli il reato di “associazione a delinquere”. Milano, centro urbano molto più simile alle grandi città del capitale globale che al proprio contesto nazionale; una città che risponde ad attori esterni, come quando chiude l’università pubblica perché c’è il salone del mobile; una città che – è bene ricordarlo – è amministrata da un uomo che viene dal mondo professionale delle grandi società di banche di investimento e che quindi non potrà altro che essere, per le assillanti mire del capitalismo finanziario, interlocutore privilegiato.

Ci chiediamo, allora, cosa conti di più: la capacità critica di rigenerazione della propria città o la sua appetibilità?
Le dinamiche della Milano degli eventi culturali non tentano in nessun modo di sanare la ricezione passiva di contenuti da parte del pubblico o il loro stesso impoverimento, ma costruiscono la “cartolina estetica” della propria città.
Al pari di una skyline la cultura è un mezzo con cui attrarre finanziatori e turismo, senza considerare l’ambiente in cui avviene.
Parlare di cultura come Bene Comune vuol dire doversi confrontare con quel comune fatto di una molteplicità di relazioni e bisogni, fatto talvolta di esclus*, di sfruttat* e di repress*, fatto spesso di informalità precaria e di spazi di cultura popolare. Fatto anche da LUMe e dagli spazi che in tutta Italia combattono la battaglia dei Beni Comuni sapendo da che parte stare.

Non è solo al futuro, a un futuro altro, che dobbiamo puntare ma anche alla conquista e alla risignificazione quotidiana di concetti e idee, di interpretazioni e logiche che sono state indebolite, trasformate, mercificate e demistificate, strumentalizzate da poteri avversi.
Prendendo per vera l’affermazione di Foucault, ovverosia che non esista alcun spazio e alcun luogo che sia al di fuori del potere, l’attivismo culturale si limiterà a quelle tattiche di resistenza che si producono internamente alla società dei consumi. Se il potere si dispiega nell’organizzazione strategica dello spazio, le pratiche di resistenza artistica, culturale e creativa, poiché prive di un luogo proprio e altro rispetto a quello del potere, opereranno invece nel tempo, in un tempo che non è quello dell’accumulazione contabile e della mercificazione, ma quello dello strappo permesso dalla possibilità.

È fondamentale discutere, riflettere e dibattere sul ruolo odierno dell’arte e della cultura in relazione alla società e alle comunità urbane, tenendo bene a mente le loro trasformazioni; per capire se un progetto artistico possa ancora costituire uno strumento ai fini della lettura del presente, in che senso e per chi.
Milano fatica a dare risposte a questi interrogativi, e allora alcune giovani realtà indipendenti si mettono attorno a un tavolo per ritrovare la propria dimensione urbana, artistica, sociale nonché, ultimo ma non meno importante, politica.

LUMe – Laboratorio Universitario Metropolitano

SPECIALE “DIBATTITO SULLA METROPOLI”

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