Trump doveva “cancellare” il regime in poche ore. Ora però non sa come uscirne

L’escalation in corso tra Iran, Stati Uniti e Israele, senza esclusione di colpi dei vicini di casa, è il risultato di un processo decennale, fatto di pressioni, sanzioni, omicidi mirati, interventi diretti e indiretti. Ma c’è un elemento nuovo: il crescente nervosismo di Donald Trump. Non tanto perché ce ne freghi morbosamente della sua psiche, ma perch* il suo nervosismo è un fatto politico. Condiziona scelte e obiettivi. Ci riguarda tutt3.

Da settimane, la Casa Bianca alterna silenzi tattici a esplosioni verbali. Ultimatum scanditi in ore. Minacce di “distruzione totale”. Un linguaggio che riduce un intero paese (88 milioni di persone, ci tengo a ricordarlo, e una storia millenaria) a una lista di bersagli militari. Università, gasdotti, industrie, ospedali, palazzi del potere. Eppure, colpo dopo colpo, tweet dopo tweet (è il caso di dirlo), l’effetto è paradossalmente rovesciato. Più Trump alza i toni, più emerge la sua debolezza sul campo internazionale. La debolezza minaccia, e minaccia tanto più forte quanto più si sente intrappolata.

Proviamo a mettere sul tavolo i fatti. L’amministrazione Trump ha ereditato e inasprito una strategia di massima pressione economica e militare contro l’Iran. Sanzioni devastanti che hanno ridotto le esportazioni petrolifere iraniane di oltre l’80%. Il riarmo dei vicini del Golfo. L’obiettivo dichiarato era chiaro, ovvero quello di piegare Teheran, costringerla a un nuovo negoziato da posizione di sudditanza, magari provocare una crisi interna che portasse a un cambio di regime. Che sia fallito mi pare chiaro.

L’Iran ha accelerato il proprio programma nucleare fino a superare tutte le soglie previste dall’accordo del 2015. Ha rafforzato le relazioni strategiche con Russia e Cina. Ha rotto il tabù di colpire direttamente basi e interessi americani nella regione, come dimostrano gli attacchi con droni e missili contro installazioni USA in Iraq e Giordania. E, cosa forse più importante per il nostro discorso, ha dimostrato una capacità di resistenza asimmetrica che Washington non aveva preventivato.

Ora, facciamo attenzione. Dire questo non significa celebrare il regime degli ayatollah (se prendessi un centesimo per ogni volta che dico questa frase sarei ricca). Il regime ha soffocato nel sangue il suo intero popolo senza scrupolo alcuno. Perseguita le minoranze, imprigiona giornalisti, uccide donne che tolgono il velo. Non c’è alcun romanticismo antiimperialista in questa analisi. L’Iran tiene testa agli Stati Uniti non per amore della libertà o della giustizia sociale, ma per ragioni di pura sopravvivenza economica nella regione e politica interna. La sua borghesia statale e militare ha bisogno di mantenere il controllo sulle rotte commerciali, sullo stretto di Hormuz, sulle risorse energetiche. Il regime resiste perché cadere significherebbe perdere tutto il potere accumulato in quarant’anni. E proprio per questo la sua resistenza è ostinata, calcolatrice, e – va detto – in larga misura efficace.

Trump, dal canto suo, si trova in una trappola che lui stesso ha contribuito a costruire. Da candidato e da presidente ha promesso ripetutamente di “uscire dalle guerre infinite” in Medioriente. Ma l’Iran non è l’Afghanistan. È un paese più grande, più popoloso, più coeso sul piano nazionale (non certo su quello politico interno), e con una capacità di proiezione militare regionale che nessun altro attore dell’area possiede. Una guerra aperta con l’Iran è il disastro più totale. Costi umani e materiali altissimi, imprevedibilità totale, rischio di escalation nucleare, impatto sulle elezioni, se a qualcun3 importa a questo punto. I generali americani lo sanno. I consiglieri di Trump lo sanno. Lo sa persino Israele, che pure spinge per un’azione dura ma non ha alcuna intenzione di combattere da solo.

E allora cosa fa Trump? Minaccia. “Vi cancello in poche ore” dice con tanto di “bastardi ecc…” come un bambino arrabbiato di fronte a un videogioco. Ora, se l’Iran è così debole, isolato, prossimo al collasso, perché dopo anni di sanzioni record e minacce militari è ancora lì? Perché non solo resiste, ma addirittura alza la posta? Perché ha osato colpire direttamente obiettivi americani senza subire una risposta devastante? La risposta è paurosamente semplice: perché Trump non ha un piano. Ha solo uno stile. E quello stile, fatto di improvvisazione, spettacolarizzazione della violenza, bluff continui, funziona finché l’avversario “ha paura”. Ma l’Iran, per ragioni di sopravvivenza, ha imparato a non averla. O almeno, ha imparato a non mostrarla.

Questa asimmetria psicodrammatica è il vero campo di battaglia. E su questo campo, oggi, l’Iran sta tenendo testa agli Stati Uniti. Non perché sia moralmente superiore. Non perché rappresenti un modello alternativo. Ma perché ha capito che Trump è un presidente nervoso, impreparato, circondato da consiglieri che gli sussurrano soluzioni opposte, e soprattutto prigioniero di un calendario elettorale che gli impedisce qualsiasi avventura militare di lungo periodo.

Il nervosismo di Trump è il sintomo di questa prigionia. Ogni ultimatum è un tentativo di sembrare forte quando si è deboli. Ogni minaccia di distruzione totale è un modo per non ammettere che non si sa più come uscire dalla stanza. Ma c’è un altro piano, ancora più profondo, su cui questa debolezza si manifesta: quello delle popolazioni.

Perché se è vero che l’Iran resiste militarmente, è altrettanto vero che il popolo iraniano paga il prezzo più alto. Le sanzioni economiche, presentate come strumenti di pressione politica, producono effetti materiali devastanti: riduzione del reddito, aumento dei prezzi, difficoltà di accesso a medicinali e beni essenziali. Studi recenti mostrano che il confronto prolungato con l’Occidente ha generato perdite economiche profonde e durature, comparabili a quelle di contesti di guerra civile. Quando a questo si aggiunge la prospettiva di bombardamenti su infrastrutture energetiche e civili, il quadro diventa ancora più chiaro: non esiste una guerra “chirurgica”. Esiste una guerra che colpisce sistemi di vita, reti sociali, condizioni materiali di esistenza.

Eppure, nel discorso pubblico dominante, tutto questo scompare dietro categorie astratte: sicurezza, stabilità, deterrenza. La popolazione iraniana, che ha protestato coraggiosamente contro il regime, che ha sognato un’altra Repubblica, che oggi vive nella paura sia della repressione interna che dei bombardamenti esterni, svanisce. Diventa invisibile proprio nel momento in cui è più esposta.

L’esempio dello stretto di Hormuz è emblematico. Viene presentato come un nodo strategico per il commercio globale, una questione di flussi energetici e di equilibrio dei mercati. Ma per chi vive in quei territori, significa militarizzazione quotidiana, rischio costante di attacchi, precarietà radicale delle condizioni di vita. L’asimmetria è evidente. Da un lato, una potenza che può minacciare la distruzione di un paese come se si trattasse di una mossa strategica in una partita. Dall’altro, milioni di persone che non hanno alcun potere sulle decisioni dei propri governi né su quelle delle potenze straniere, ma che ne subiscono integralmente le conseguenze.

In questo senso, parlare di “caos” è fuorviante. Il caos non è un effetto collaterale. È un prodotto. Le stesse potenze che dichiarano di voler stabilizzare la regione contribuiscono a destabilizzarla, generando le condizioni che poi giustificano nuovi interventi. È un circuito che si autoalimenta: la minaccia produce insicurezza, l’insicurezza giustifica la guerra, la guerra produce nuovo caos. E dentro questo circuito, la vita delle persone diventa sacrificabile.

Oggi, in questo quadro, l’Iran gioca una partita di pazienza. Sa che il tempo gioca a suo favore: Trump è in scadenza, l’America è stanca delle guerre, Israele non può fare tutto da solo. E sa che ogni minaccia non seguita dai fatti indebolisce ulteriormente la credibilità americana. Per questo non cede. Per questo alza il tiro. Perché ha capito che il vero punto debole di Trump non è la forza militare – che pure è schiacciante – ma la volontà politica di usarla fino in fondo.

Se c’è qualcosa che questa escalation rende evidente è che ciò che viene presentato come inevitabile non lo è affatto. È il prodotto di scelte politiche precise. E come tale va messo in discussione. Così come va messa in discussione l’immagine di un Trump forte, quando sotto la superficie c’è solo impazienza. L’impazienza di chi ha già perso, ma non ha il coraggio di ammetterlo.

L’Iran, ci piaccia o no – e non deve piacere a nessuno: lo ribadisco qualora non fosse chiaro – è l’unico che gli sta tenendo testa. Non per virtù. Non per ideali. Non certo per amore della libertà o della giustizia. Eppure, oggettivamente, risponde. Per una ragione semplice e spietata e cioè che la sua sopravvivenza dipende da questo. Cedere significherebbe perdere tutto. E allora lotta, lotta per il proprio potere.

Trump, da questo punto di vista, non ha ancora capito che la pazienza, a volte, è più forte dei bombardamenti. E contro un regime che ha tutto da perdere, l’impazienza è la peggior delle armi. Così un regime che detestiamo vince la partita tattica contro un presidente guerrafondaio che si auto-sabota. 

Marina Misaghinejad

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