Il governo sta perseguendo i medici che obiettano contro i CPR

Sono le prime luci dell’alba di giovedì 12 febbraio quando la squadra mobile di Ravenna fa irruzione nell’ospedale cittadino, interrompendo l’attività lavorativa e la vita familiare dei medici, costretti a rendersi immediatamente disponibili. Da lì prende il via una perquisizione durata l’intera giornata: computer e telefoni sequestrati, chat setacciate, parole passate al vaglio. Sei medici vengono iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di falso ideologico per aver certificato la non idoneità al trasferimento nei CPR di persone destinate al rimpatrio.

Il fatto, come da copione, ha innescato un’assordante gogna mediatica da parte dei media e dei partiti di destra, con i ministri Salvini e Piantedosi che hanno gridato allo scandalo e paventato la possibilità di licenziamenti e arresti (Salvini) e di “accertamento che i medici rilasciassero certificazioni false” (Piantedosi). Prima ancora che emerga qualsiasi elemento concreto, la condanna è già stata pronunciata nello spazio pubblico.

I sei medici sono stati indagati per falso ideologico in atto pubblico per aver certificato la non idoneità al trasferimento in un Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) di persone straniere su cui pendeva un decreto di espulsione. I pubblici ministeri che coordinano l’indagine, e che hanno disposto una perquisizione completa di computer e smartphone dei medici — rovistando anche nelle loro chat di gruppo al fine di individuare parole come “extracomunitario” e “migrante” — non hanno al momento fornito ulteriori informazioni sui certificati sanitari “incriminati”.
In tutto ciò, un punto rimane provato: la patogeneità dei CPR.

Il via libera al trasferimento in queste strutture è ritenuto di per sé rischioso sia dalle organizzazioni di categoria sia da organismi internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità, che ne ha messo nero su bianco la pericolosità. Infatti, come testimoniato anche dal Tavolo Asilo e Immigrazione, i CPR in Italia restano luoghi di sospensione dei diritti fondamentali, connotati da isolamento, spersonalizzazione e degrado. Il TAI definisce inoltre i CPR “istituzioni totali”: spazi chiusi che trasformano la privazione della libertà in prassi di controllo sociale. In questo contesto, il trasferimento di persone nei CPR è chiaramente lesivo per la salute del singolo, e avvocati così come associazioni di categoria hanno richiamato questo elemento quale possibile giustificazione della condotta dei medici.

Ma qui il punto è più profondo e si collega alle basi del sistema democratico: ancora una volta, come nel caso dell’insegnamento, lo Stato ha minato l’autonomia e l’indipendenza di una professione, tentando di soggiogarla al proprio volere e alle proprie politiche discriminatorie, che si intrecciano con il degrado delle condizioni di vita della comunità migrante, le cui condizioni nei CPR rappresentano una zona franca che di fatto sospende lo stato di diritto. Il risultato è semplice: chi lavora deve agire nell’interesse di una politica reazionaria, dividendo in maniera arbitraria tra chi avrebbe dei diritti e chi ne risulterebbe escluso, all’interno della scuola, degli ospedali e dei luoghi di lavoro. L’agire per il benessere collettivo, invece, deve essere sanzionato e represso.

Molte manifestazioni di solidarietà sono state rivolte ai medici indagati dalle organizzazioni mediche, da molte voci della società civile, come dalla politica di stampo “progressista”, dal centrosinistra fino alla sinistra radicale.

Ma tutto potrebbe risultare vano se ciò non innescherà riflessioni più profonde sulla tenuta del nostro sistema sociale, sulla fragilità degli apparati pubblici e sulla creazione di strutture violente e discriminanti che non sono mai state seriamente messe in discussione.

Presto questo potrebbe toccare tutti noi, più di quanto non ci riguardi già.

Giulio Torello

* foto in copertina da Radio Onda d’Urto

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