A che cazzo serve un centro sociale oggi? 10 anni di Lambretta

Sono passati 10 anni e la domanda che più mi strombazza nelle orecchie è…
…ma a che cazzo serve un centro sociale occupato oggi?
“È nato è nato è nato”…vabbeh le associazioni mentali non sempre sono brillanti.
Chi ci conosce avrà la nausea nel sentire dire: “La prima assemblea del collettivo Lambretta è avvenuta nel novembre 2011 bla bla bla bla…”.
…erano successe tante cose prima, ne sono successe dopo.
Una costola la dobbiamo sicuramente a quella gente che si chiamava seria, i Corsari Milano, quando la decisione era di stare in strada e non chiudersi nel fortino dello spazio, quando ancora l’inclusione del linguaggio era pretendere il femminile prima del maschile, quando “It’s up to you!” lo diceva solo il Gruppo G che racchiudeva in un motto tante delle cose che oggi si dicono sul significato di cosa è cura.

Ok, non divaghiamo.

Nasciamo perché i giovanissim* di zona 3 volevano uno spazio per riunirsi e coinvolgere, per fare politica e socialità.
Le nostre prime battaglie sono rivolte a una forte critica ad Aler e Comune Milano nella gestione dell’edilizia popolare (nel tempo il Lambretta ha occupato 4 appartamenti in via del Turchino oltre che 5 delle 9 villette di piazza Ferravilla) in stato di abbandono a fronte delle numerosissime richieste di casa, e alla deriva (allora ancora deriva) aziendalista che stava prendendo la scuola pubblica.
Rivendicavamo la riappropriazione di reddito e di tempo fuori dalle maglie del capitale, rivendicavamo la sostenibilità ambientale sostenendo la lotta NoTav e NoTem, che portiamo avanti ancora oggi costruendo la rete internazionale di Fridays For Future, attualizzavamo la lotta antifascista iniziando da occupare un posto in una zona presa di mira dall’estrema destra e a pochi passi e giorni dalla consueta manifestazione nazi-fascista che si tiene ogni anno il 29 aprile in zona 3 con la scusa dell’uccisione di Sergio Ramelli.
Il nome del collettivo e dello spazio non è mai cambiato e la prima dedica a Fausto e Iaio ci ha accompagnat* sempre.

L’origine del nome viene dalla vittoria della Innse, l’ex fabbrica Innocenti produttrice della Lambretta, appunto.

Ci chiamavano l* giovani, e forse lo eravamo, ma la composizione eterogenea che ci caratterizzava ci permetteva di arrivare e toccare con mano molte delle ingiustizie per cui lottavamo…per questo il 14 novembre 2012 abbiamo partecipato in massa allo sciopero generale che ci costò diverse perquisizioni a minorenni e palle infinite.

Il Lambretta era uno spazio attraversato da tutt*, aperto, vivo, stimolante, “pieno”.

A Milano non bastava e non basta.

Sono troppi gli interessi economici e politici, troppe le speculazioni, troppe le relazioni con la mafia. Chi ha firmato per il nostro sgombero, Zambetti, aveva le mani sporche, e non per il lavoro.

Ferravilla l’abbiamo occupata due volte, la seconda in modo azzardato e scomposto, una, come si dice,” forzatura ” de* più giovani…
…ancora non so se abbiamo fatto bene in quel momento, ma tant’è che abbiamo tenuto quello spazio impossibile da tenere (9 villette del ventennio di edilizia pubblica su cui c’era un progetto di speculazione da anni) per un altro periodo.
Poi arriva il secondo sgombero, subito dopo che, con la scusa di andare sul Mar Rosso, tentiamo in realtà di risalire verso le Striscia di Gaza durante le operazioni di Margine Protettivo.
Inizia lì il lavoro sulla Palestina, è da quel momento che proviamo dopo tanti anni che nessun* lo aveva più fatto dalla vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi del 2006, a tornare nella Striscia di Gaza e rompere l’assedio, scandalizzando parte del mondo de* compagn* perché stavamo avviando un progetto in una terra governata da una forza islamica.

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Sulle maceria provocate dai bombardamenti israeliani a Gaza.

Non ci è mai piaciuto intraprendere azioni conformi, e non lo facemmo nemmeno in quel caso.

È nel 2014 che inizia il percorso internazionalista del Lambretta.

Cazzata.

Il percorso internazionalista inizia a muovere i primi passi con il sostegno sul campo alla battaglia di Gezi Park a Istanbul nel 2013 ed è da lì che si approfondisce la nostra conoscenza del mondo politico turco e curdo, è lì che iniziamo a sentire parlare della Rivoluzione del Rojava e del rinnovo della lotta curda nel mettere al centro l’autodeterminazione della donna, il cambiamento climatico e la democrazia radicale.

Ancora oggi questo percorso che parte dal locale e arriva al globale, mettendo le mani nelle contraddizioni che dur* e pur* guardano con sospetto, è attivo e vitale e ci ha portat* fino al confine rumeno-ucraino e dentro il cuore di una delle numerose guerre che si consumano per lo scontro tra poteri patriarcali, ricchi, bianchi zaristi e imperialisti, tra i peggiori esempi di maschilità egemonica degli ultimissimi tempi.
In questo scenario in cui ci muoviamo, tra la Striscia di Gaza e i contatti con le rivoluzionarie afgane, curde e iraniane, ci stiamo preparando a partire per l’Argentina e aprire una finestra sul Sudamerica.

Un carro armato T-55 di ISIS distrutto dai curdi durante la battaglia di Kobane.

Abbiamo sempre creduto che fare politica sia condividere il proprio privilegio, mettersi in ascolto di chi viene oppress* per origine, estrazione sociale, abilità, colore della pelle ecc.
È questa attitudine che durante le fasi più dure della pandemia ci ha portat* a decidere di costituirci in Brigata di supporto e solidarietà.

Il Lambretta è diventata un punto di riferimento per tant* che hanno iniziato ad esserci perché la situazione strutturale della privatizzazione della sanità pubblica e la crudeltà del sistema economico capitalista han determinato che grosse fette della popolazione fossero allo stremo.
Infiniti i pasti che sono arrivati a persone singole e famiglie, materiale scolastico, vestiti…
La Brigata Lena-Modotti è arrivata a toccare il nodo delle realtà popolari e si è spinta laddove nessun* guarda: le persone senza fissa dimora.
Abbiamo sovvertito il significato di assistenzialismo caritatevole e ne abbiamo fatto, insieme alla persone che abbiamo supportato e supportiamo, spinta per autodeterminarsi in un processo di scambio reciproco.

La Brigata Lena-Modotti in azione durante il primo lockdown.

Ma non è tutto facile né perfetto.

Negli anni abbiamo commesso molti passi falsi.
Non mettere al centro da subito la battaglia sulle questioni di genere, l’essere in grado di assumerci tutt* sulla propria pelle l’ingiustizia determinata dall’essere donna o persona LGBTQIAP+, il fatto di pensare di poter delegare a poche la decostruzione necessaria per prendere coscienza dei meccanismi di potere e oppressione che ciascun* di noi mette in atto e quindi imparare ad acquisire gli strumenti necessari per portare avanti la lotta transfemminista, ci ha colt* impreparat* quando è stato evidente per tutt* che la violenza di genere non è altro da noi, ma è anche nei nostri collettivi intesi come luoghi fisici e virtuali liberati.

Come sempre, anche in quel caso abbiamo scelto la strada più coraggiosa e rischiosa, decidendo di intraprendere un cammino di supporto a chi è sopravvivente e di guida e monitoraggio di chi ha agito in modo violento.

Qualcosa ha funzionato, altro no: importanti pezzi della nostra storia han preso altre strade.

Siamo però tutt’ora convint* che quella fosse la via giusta, e la riprenderemmo.

È sicuro che da quel punto di vista oggi siamo un po’ divers* rispetto a ieri.

Abbracciamo con più consapevolezza la lotta transfemminista, (grazie anche a chi di noi porta avanti progetti come DeGenerAzione, che fa parte di Non Una di Meno, e il Gruppo donne del Gaza Freestyle) e sappiamo che è la parte più determinata di quella al capitale e ai fascismi, da quelli religiosi a quelli xenofobi.

Sono sicuramente innumerevoli le azioni, i lavori, le strade qui non nominate.
Gli spazi che abbiamo restituito alla socialità e al lavoro politico…via Cornalia, via Canzio, via Val Bogna e ora via Edolo.

Ritornando alla domanda che mi gira in testa “a che cazzo serve un centro sociale oggi?”.

…in parte la risposta penso sia nella determinazione alla base di tutto quello che facciamo, nella convinzione di essere dall’unica parte della barricata in cui vogliamo stare, nella felicità che abbiamo quando sappiamo che il fuoco che sente dentro ciascun* di noi è quello dell’altr*, nell’essere consapevoli che il motore del cambiamento sono sì le persone giovani – casc e poi tsunami sono l’ ingrediente fondamentale della nostra lotta- ma che chi smette di sognare da grande è destinat* ad accettare questa realtà discriminatoria, e chi lo fa da sol* non ha capito che solo insieme, possiamo tutto.

Lunga vita al Lambretta, lunga vita a tutte le strade, I luoghi, i nomi, le collettività in cui vivrà.

Vale T.

21 aprile 2012: il giorno dell’occupazione in piazza Ferravilla.

 

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