Emozionarsi a Genova – Intervista con Franz

Il movimento No-global esplode nel novembre del 1999 con la contestazione al vertice del WTO a Seattle, negli Stati Uniti. Per te arriva come una sorpresa o c’era già qualcosa che bolliva in pentola?
Credo che le mobilitazioni a Seattle abbiano avuto un impatto diverso su chi come me ha sempre praticato una militanza politica molto incentrata sulla dimensione locale rispetto che su quei militanti che hanno sempre avuto uno sguardo più attento alle tematiche di carattere internazionale. Personalmente, guardavo e mi interessavo a quel che accadeva al di fuori dei confini, ma spesso seguendo vicende che non agivo direttamente, quindi iniziative di altri. Devo dire che allora non avevo il sentore di quello che sarebbe successo. Ovviamente, quello che poi è successo a Seattle mi ha colpito sia per la portata di quelle mobilitazioni, che per la loro radicalità e, per certi versi, innovazione. Quelle proteste uscivano dagli schemi classici ai quali eravamo abituati a livello europeo, ma anche a livello americano. Per certi versi, sono stato sorpreso positivamente, e poi si è trattato per me e per tanti altri da queste parti di cogliere quello che un po’ arrivava come vento, come clima e come indicazione da quei giorni e provare in qualche modo a farle diventare un oggetto di riflessione se non un oggetto di azione nelle nostre dimensioni locali. Non mi è mai piaciuta quell’abitudine, che a volte c’è nei movimenti, di prendere tutto quello che viene dall’estero come se fosse un po’ un feticcio o un mito pensando di riprodurlo pari pari nei nostri contesti, perché non penso sia un approccio corretto. Però, al tempo stesso, a volte cose che nascono fuori dai confini del proprio Paese possono essere utili anche per cambiare quello che si fa e si è abituati a fare, per cui io sono uno di quelli che magari Seattle non se l’aspettava, ma una volta che avviene dice: “Bomba, figata! Cogliamo la palla al balzo, seguiamo l’onda, cerchiamo di capire come mettere in moto qualcosa anche qua!”.
Per tutti gli anni Novanta, a parte ovviamente quello che avviene il primo gennaio 1994 nelle comunità zapatiste in Chiapas, molti di noi erano cresciuti politicamente seguendo lo schema secondo il quale le questioni internazionali erano da considerarsi “l’internazionalismo proletario” e cose di questo tipo… Schemi di pensiero e di lettura vecchi e antiquati. Per fortuna Seattle azzera tante cose, ne butta tante altre nel dimenticatoio com’era giusto che fosse e ne mette sul piatto tante altre, quindi rappresenta una boccata d’ossigeno importante.

Nel corso del 2000 Milano attraversa un paio di giornate effervescenti, per usare un eufemismo, che in qualche modo si sviluppano su temi quantomeno tangenti alla contestazione globale: la questione migrazioni con il corteo contro via Corelli e l’antifascismo con la contestazione a Forza Nuova. In città si respira qualcosa di nuovo o i discorsi sulla globalizzazione rimangono sottotraccia?
Quando si dà vita alla mobilitazione contro il lager di via Corelli (non è simpatico dirlo, ma a vent’anni di distanza siamo ancora allo stesso punto…) devo dire che emerge in alcune aree di movimento italiane una capacità che per certi versi all’epoca non era scontata. Parlo della capacità di intuire che il tema delle migrazioni aveva e avrebbe avuto sempre più un ruolo centrale dal punto di vista della lettura della realtà. Per certi versi, a livello locale tra l’altro, la mobilitazione di Corelli dimostra di avere uno di quei pregi che possiamo ritrovare nelle mobilitazioni globali del periodo e dentro la dimensione del G8 di Genova: il tentativo, da parte dei movimenti, di non parlare solo a loro stessi, ma di coinvolgere anche altri e altre e la presa di coscienza che ciò non coincide per forza con l’abbassamento della radicalità della proposta politica e delle pratiche. In questo senso, Corelli è una delle prime tappe, forse non la prima, forse non l’unica, ma una tappa importante perché sulle mobilitazioni per la chiusura di Corelli si muovono in tantissimi a livello di Nord Italia e non solo. E non mi riferisco solo ai movimenti, ma anche a parte di quella che si definisce società civile. In questo senso, quindi, quella di via Corelli è una mobilitazione molto positiva che per certi versi rappresenta, se non proprio un elemento di novità, sicuramente un segno di avanzamento.
Credo che la mobilitazione contro Forza Nuova, da questo punto di vista, non abbia avuto questo tipo di respiro. È effettivamente stata una mobilitazione molto importante, perché da parte delle realtà più impegnate sul tema dell’antifascismo, in particolare tutto quel circuito che gravitava attorno alla RAF e poi all’Orso, si decide giustamente di creare un momento in cui le tante piccole mobilitazioni antifasciste di quegli anni avessero un’occasione di catalizzazione. Quella è stata una scelta corretta, in cui c’è stata l’intelligenza di capire che mettere insieme soggetti diversi non significava per forza mettere tutti a fare la stessa cosa e quindi c’è stata una buona capacità di coordinarsi anche tra gruppi e realtà differenti in modo che si lavorasse molto per affinità e fiducia. In questo senso tutto molto positivo. Dopodiché, io penso che in generale il tema dell’antifascismo non sia un tema che apre dal punto di vista della capacità di cambiare nella società, di essere pervasivi. Quindi a mio avviso rimaneva una mobilitazione di “addetti ai lavori”, più ampia del solito, ma comunque di “addetti ai lavori”, riuscita da tanti punti di vista e che però non ha rappresentato un elemento di novità. Sicuramente un passaggio importante e positivo se paragonato ad altre esperienze che sullo stesso tema, ad esempio dalle parti di corso Buenos Aires, sono state delle Caporetto che ancora qualcuno ricorda come supposti esempi di eroismo e mitologia e che invece sono stati dei buchi nell’acqua con un arretramento di anni luce rispetto alle capacità dei movimenti. Da questo punto di vista la mobilitazione di Valtellina ha avuto tutt’altri risultati, quindi assolutamente positivi.

Il corteo contro via Corelli del 29 gennaio 2000

Quando ti rendi conto che il vertice di Genova diventerà qualcosa di fondamentale e decisivo? C’è un momento di presa di coscienza di questo fatto?
Noi venivamo da almeno un paio d’anni in cui effettivamente avevamo vissuto i treni occupati per le mobilitazioni globali. Una capacità importante di movimento a livello nazionale su temi che andavano oltre la dimensione locale. Quindi, chi come me era molto dentro le cose, molto coinvolto, in quel momento già da un po’ respirava che l’appuntamento di Genova avrebbe avuto un’importanza rilevante. Per me il momento di apertura totale degli occhi è stato circa un anno prima del G8, quando con le realtà politiche con cui lavoravo ci siamo affacciati alle prime riunioni preparatorie. Perché va ricordato che le mobilitazioni per il G8 sono iniziate con un anno abbondante d’anticipo e in quel momento mi sono reso conto che effettivamente tutto quello che avevo frequentato, con cui avevo collaborato, o che avevo anche solo intercettato o conosciuto a distanza nei dieci e più anni di militanza precedente convergeva lì. E lì ti rendevi conto che c’erano tutti, e se c’erano tutti qualcosa di rilevante stava accadendo. E ti accorgi che oltre a esserci, chi più sinceramente e chi più in maniera furbesca e di comodo, tutti o quasi si stanno ponendo con l’atteggiamento del: “Proviamo a vedere se riusciamo a stare tutti insieme”. Io il feticcio per l’unità a tutti i costi non l’ho mai avuto, ma la tensione per l’unità a tutti i costi sì, sono due cose diverse. Per me vedere quel tipo di riunioni, di momenti di preparazione in cui io ho riconosciuto in tanti un sincero: “Provo a fare due passi indietro se può aiutarci a farne tre avanti” ha avuto un significato enorme. In tante realtà e in tanti soggetti ho visto questa propensione. E lì mi son detto: “Forse a questo giro facciamo una roba grossa, una roba importante”.

Come hai vissuto le giornate di Napoli del marzo 2001, che sono raccontate un po’ come l’antipasto, dal punto di vista repressivo, del G8?
Le mobilitazioni del marzo 2001 a Napoli, se devo essere sincero, le avevo sottovalutate. Per due motivi essenzialmente: il primo è che ero molto concentrato sulla costruzione dell’appuntamento di Genova e, seppure io sia solitamente conosciuto come una persona che cerca di fare mille cose insieme e a volte anche troppe, in quel momento tutto l’impegno lo stavo concentrando sull’appuntamento genovese e alle altre iniziative a livello locale. Il secondo, che è invece un dato molto soggettivo, è che io personalmente e con me le realtà con cui facevo politica al tempo avevamo pochi contatti con le realtà territoriali che stavano organizzando le giornate di Napoli. Quindi avevo poco il polso della situazione, poca familiarità e quindi sono arrivato con un po’ di “distacco”. Non ho partecipato alle mobilitazioni di Napoli e devo dire che in realtà mi hanno molto colpito. Avendole io sottovalutate quando poi ho visto quello che è accaduto è suonato uno dei primi campanelli d’allarme rispetto a quello che ci avrebbe aspettato a Genova successivamente. Anche perché a quel tipo di dinamica repressiva di piazza non eravamo abituati. Tutti noi che arrivavamo dai movimenti antagonisti, autonomi, “centrosocialisti”, chiamiamoli come vogliamo, non eravamo nuovi alla repressione. Sia negli anni Novanta, che a fine anni Ottanta. Però, solitamente, la repressione era molto più occasionale e mirata, molto più contro di noi e non contro tutti. E quindi il salto di paradigma che si intuisce a Napoli è che tutti sono trattati come siamo sempre stati trattati noi. E non è un piacere della democrazia e dell’uniformità, ma una preoccupazione rispetto al fatto che quelle dinamiche a cui noi eravamo abituati (la carica, il contenimento, il divieto) ora potevano coinvolgere la società civile, così come i partiti. Potevano, insomma, coinvolgere una dimensione più ampia. E in questo senso, sembra un paradosso, ti preoccupi perché non sei abituato, perché ti cambiano i parametri di riferimento e hai difficoltà a capire come ritararti rispetto a quello che sta accadendo.

Com’è il processo di avvicinamento della tua collettività di allora, il Deposito Bulk, all’esperienza dello Stadio Carlini che avrebbe ospitato le Tute Bianche poi diventate Disobbedienza?
Allora, in quegli anni il Deposito Bulk era il luogo principale della mia attività politica. Però venivo da un’esperienza precedente, quella del centro sociale Leoncavallo, in cui per tanti anni avevo fatto e in parte facevo ancora politica, e di una rete nazionale di rapporti che per certi versi erano più patrimonio del Franz del Leoncavallo che del Franz del Bulk. In questo senso, in tutta l’esperienza del Bulk, c’è sempre stato questo doppio binario che a volte diventava parallelo, a volte si scontrava, a volte si intrecciava, per cui, come dire, era come se ogni tanto vivessi una scissione interiore. Cioè seguivo alcuni percorsi con le dimensioni e le reti nazionali che non per forza coincidevano con quello che faceva il Bulk o che tutto il Bulk voleva fare. Questo spesso ha creato dentro al Bulk un sacco di difficoltà, problemi e scazzi, ma anche molta ricchezza, perché comunque, dicendola per gioco, quella battaglia per cui c’è Franz che vuole portare il Bulk “da quelle parti” e una parte del Bulk che non vuole venire a volte era vera, a volte era un po’ un gioco delle parti, ma quantomeno voleva dire che nulla era mai dato per scontato. Ad esempio, in quegli anni spesso il Bulk ha partecipato alle mobilitazioni delle Tute Bianche e poi dei Disobbedienti pur non facendo parte di nessuna delle due realtà e quindi provando a trovare una propria collocazione dentro lotte dalle quali non voleva però essere inglobato completamente.

Murales interno al Deposito Bulk di via Niccolini

Come nasce Operazione Makaja e qual era il suo scopo?
Questa tensione dialettica, nell’accezione migliore del termine, che c’è sempre stata all’interno del Bulk e ovviamente in vista di Genova diventa faticosa e impegnativa. Ed è anche per quello che ci siamo, potremmo dire, inventati all’interno del Bulk, ma anche con altre realtà come Pergola: Makaja. Non a caso l’abbiamo chiamata Operazione Makaja, perché era un’operazione a termine, funzionale a Genova. Era un modo per dire: “Troviamo un nostro modo per legarci in virtù di rapporti personali, di fiducia, di amicizia, di amori, di serate, di modi belli di stare insieme e che ci faccia sentire che ci fidiamo l’uno dell’altro e che siamo un bel gruppo nell’avvicinarci a questo appuntamento complesso, non dovendo decidere se staremo con il blocco x o il blocco y; andiamo al G8 contenendo tanti che a Genova faranno cose diverse”.
E secondo me è stata una scelta azzeccata, che ci ha permesso sia nella fase preparatoria, sia nei giorni delle mobilitazioni, sia nella fase successiva di continuare a stare insieme. Una scelta che, più o meno, a livello nazionale nessuno capiva. C’era chi cercava di tirarti da un lato o chi dall’altro, chi non sapeva dove collocarti nei propri schemi. Per noi era giusto così. Per me si è sempre trattato di tutelare le collettività in cui lavoravo anche a costo di sacrificare convinzioni più nette. Per cui mi sono trovato, come altre volte prima o dopo, un po’ in quella difficoltà di dire: “Per me sarebbe corretto fare scelte più radicali o prendere delle strade in maniera più marcata, ma se questa cosa deve provocare delle fratture o delle difficoltà all’interno della comunità allora non se ne fa niente”.

Nelle settimane precedenti alle giornate del luglio 2001 hai avuto la sensazione che si stesse andando verso una dimensione repressiva di dimensioni inaudite?
Sì, ma non abbastanza. Secondo me chiunque di noi faceva attività politica da qualche anno come militante o attivista o aveva le fette di salame sugli occhi, o si accorgeva che andavamo verso una situazione più grave, difficile e complicata rispetto a quelle che conoscevamo. Dopodiché se qualcuno mi dice: “Io prima di Genova sapevo che sarebbe andata così”, secondo me dice cazzate. Non conosco una persona che sinceramente avrebbe potuto dire questa cosa con onestà! Nessuno di noi era preparato a quanto sarebbe avvenuto, nessuno di noi questa cosa l’aveva vista. Ci sono compagni e compagne che hanno partecipato alle giornate di Genova che c’erano negli anni Settanta e hanno visto la repressione di quel periodo, ma era comunque una cosa diversa. Per cui nessuno, nelle settimane precedenti, aveva la capacità di dire che le cose sarebbero andate così come sono andate. Ed è anche il motivo per cui, in quelle giornate lì, sfido chiunque a dire: “Io ero preparato!”. Da tutti i punti di vista: preparato a livello di piazza, preparato politicamente. Nessuno lo era! Il che non significa che nel qui e ora non ti inventi il modo di starci e di starci al meglio. Non ce l’aspettavamo così com’è avvenuto. Dopodiché ci sono persone e collettività che sul momento e successivamente sono state più capaci, di fronte allo spaesamento generalizzato, di reagire con tempismo e di essere adeguate. Ma questo è un altro discorso.

Quando scendi a Genova e come?
Da Milano partiamo per Genova una settimana prima delle mobilitazioni. Cioè eravamo già scesi un sacco di volte: riunioni, iniziative e così via. Ma per l’appuntamento di luglio scendiamo una settimana prima. Partiamo da piazzale Cimitero Monumentale in pullman con Operazione Makaja che era il modo, come dicevo, con cui una serie di realtà e singoli milanesi avevano deciso di stare assieme a Genova. Partiamo in pullman perché ancora all’epoca avevamo, per fortuna, una componente molto alta di persone giovani che quindi avevano la possibilità di sganciarsi una settimana prima da impegni di scuola e di lavoro. E partiamo una settimana prima in pullman perché ci piaceva tenere insieme due esigenze diverse. La prima: il bello della trasferta, il viaggiare insieme che comunque è un elemento di affiatamento, che sia la trasferta per seguire una partita di calcio, che sia una gita tra amici, o la trasferta per una mobilitazione. La seconda: era chiaro che se volevamo essere almeno un po’ adeguati a quello che poteva accadere in quei giorni era meglio prenderci un po’ di tempo per girare per bene la città, parlare con le persone al di là delle riunioni, cioè ambientarci e assestarci. E quindi siamo una quarantina circa che partiamo una settimana prima in pullman. Carichi di roba. Perché in realtà oltre al pullman c’è un furgone in cui abbiamo caricato cucine da campo, impianto e tanta altra attrezzatura tra cui motorini che hanno accumulato decine di multe in pochi giorni! Scendiamo attrezzati per dire: “Siamo qua, siamo in gruppo, siamo in tanti, cerchiamo anche di essere un riferimento utile per tutti quelli che arriveranno tra una settimana”.

Ti aspettavi la quantità debordante di gente presente al Carlini?
Forse sì. Al Carlini più che nel resto di Genova. In quel momento, al netto di polemiche tra aree politiche e quant’altro, oggettivamente piaccia o non piaccia e fosse realtà d’appartenenza o meno, quel movimento che si può chiamare Tute Bianche (che in qualche modo a Genova dismette le tute bianche e si tramuta in Disobbedienza) era un movimento molto forte. Coinvolgeva tante realtà in tutto il Paese, quindi che il Carlini fosse pieno non mi ha stupito. Mi ha stupito positivamente e mi è piaciuto il fatto che io avevo una serie di riferimenti politici e al Carlini ho trovato centinaia di altre persone che non conoscevo. E quello, per chi è abituato che quando vai in giro a far le cose poi ti riconosci sempre e si è sempre gli stessi, è assolutamente positivo. Il Carlini pieno era forse una delle poche certezze con cui si andava giù.

Che clima si respirava a Genova e al Carlini, tra operosità, collaborazione e tensione (vedi allarmi bomba…)?
È difficile da dire senza rischiare di essere frainteso o blasfemo. Io, comunque, le giornate di Genova le ricordo con un entusiasmo incredibile. Accadevano mille cose, c’erano mille persone, riunioni, incontri, cose da fare. C’era un clima eccezionale. Per chi ha deciso che l’attività e l’impegno politico sono un aspetto fondamentale della propria vita quello era il “mammasantissima” di tutte le situazioni. Cosa c’è meglio di quello? Sei nel centro delle contraddizioni a livello globale in quel momento. Stai per fare una delle cose forse più importanti che siano mai state fatte nella tua vita e da vent’anni a quella parte a livello politico. Era un clima di entusiasmo e, forse, per certi versi anche di ingenuità. Ma meno male che abbiamo l’entusiasmo, che vince anche sulle altre cose! Anche l’allarme bomba… io me lo ricordo quella mattina quando arriva uno della Digos di Milano, che quindi conoscevamo perfettamente, che dice: “C’è la bomba, dobbiamo entrare!”. Certo c’è stata tensione, ti hanno svegliato alle sei di mattina, blindati ovunque, ma quello non ha scalfito minimamente la carica che avevamo. E anche i sentori che c’erano di quello che sarebbe successo: l’allarme bomba, gli articoli sul sangue infetto, c’erano delle cose allucinanti, era molto più l’atteggiamento del riderci sopra, di costruire la propria parte. Io i realtà non credo fosse ingenuità. Credo che tante e tanti di noi, in quel momento, si sentissero di essere, forse per la prima volta dopo tanti anni, esattamente dove e come avrebbero voluto essere sempre, in ogni momento della vita: all’attacco, in tantissimi/e e nel massimo della capacità di coesione, di forza e di iniziativa. Era una sensazione spettacolare!

I 3 tenori: Purpura, Casarini, Caruso. Come ti vedevi nella triade che guidava politicamente quella realtà?
Non era così! Non mi ritrovo nella definizione! (ride).

Era una domanda ironica!
Ovvio! C’erano delle persone, Luca in particolare, che avevano una rilevanza dentro un’area, quella delle Tute Bianche, e anche una rilevanza mediatica che non era minimamente paragonabile a quella che potevo avere io con le persone e con le realtà con cui lavoravo a Milano. Francesco, soprattutto in seguito a Napoli, altrettanto. Secondo me entrambi avevano un sacco di pregi, perché voglio vedere a gestire tutte le gatte da pelare che si sono gestiti loro senza sbagliare niente! Io ero un’altra cosa. Sì, mi piace pensare che nelle cose che ho fatto ci ho messo tanto e magari per alcune situazioni posso aver svolto anche un ruolo importante, o importante per alcuni, ma era un’altra dimensione. Io non rappresentavo quell’area, anche se non mi sono mai tirato indietro nel metterci la faccia quando pensavo che servisse o fosse giusto farlo. Se volete sapere qual era la mia composizione, allora bisogna guardare a quella che poi diventerà l’area della Disobbedienza: per me erano sicuramente importanti Luca, Francesco, Daniele per Milano, Guidarello e altri per Roma, un pezzo del Forte Prenestino che decide di venire al Carlini, quel pezzo di Giovani Comunisti che adesso è in segreteria in Sinistra Italiana e in Parlamento, Peppe De Cristofaro. Se vogliamo giocare ai rappresentati… quelli erano i rappresentanti! Io non ne facevo parte. Ero… faccio dell’autoironia, ero un colonnello!

Come ti vivi il corteo dei migranti? Sei teso o tranquillo?
La verità è che non sono andato al corteo dei migranti perché ero impegnato in mille altre robe in vista delle mobilitazioni dei giorni successivi. L’ho vissuto molto bene dal punto di vista politico, perché è stata probabilmente l’ultima boccata d’ossigeno visto che nei due giorni successivi di aria da respirare non ce ne sarebbe stata. Però, effettivamente, io ero una di quelle persone per cui la priorità, in quel momento, era da dare ad altro e mi sono ricreduto nel corso degli anni, perché successivamente penso di aver dedicato impegno professionale e anche politico al tema dei migranti quando ho capito più di quanto avessi capito all’epoca la rilevanza e la centralità della questione. Confesso che in quel momento, sbagliando, ho sottovalutato la questione. Se fossimo stati tutti capaci, io per primo, di leggere meglio certe contraddizioni, magari alcune cose le avremmo fatte un po’ diversamente e la mobilitazione dei migranti avrebbe potuto essere utile a scardinare un po’ il gioco delle parti in cui ci siamo ritrovati nei giorni successivi. Non a caso quel corteo è andato benissimo e non c’è stata una virgola fuori posto. È servito molto di più di quanto ciascuno di noi si aspettava.

Al Carlini la mattina del 20 luglio

Come ti vivi, invece, la mattinata del 20 luglio e le prime notizie che arrivano dalle strade di Genova?
Il 20 luglio ero una di quelle quattro o cinque persone che, come si era deciso nelle riunioni al Carlini, avevano il compito di stare sul camion di apertura e fare gli interventi. Eravamo io, Vilma, Michele De Palma, Eva di Roma e forse un altro paio di persone che non ricordo. Io ho un ricordo molto netto: sono sul camion, mi volto e vedo una marea di gente, gli scudi in plexiglass con le rotelle, le bardature… riconosci gente, ma soprattutto non ne riconosci tanta altra. Io mi ricordo… pelle d’oca. Mi viene ancora adesso. E ho fatto uno degli interventi, che ogni tanto mi capita di fare, che cercano di giocare sull’esaltazione, sulla carica… sulla fotta! Di alimentare questa roba qua. E per i vent’anni successivi ho pensato “Sì, sì bello sul camion che fai la fotta! Poi ti volti e dopo cinque minuti succede quello che succede” e quanto ci fosse di in parte sbagliato e in parte irresponsabile in quel tipo di atteggiamento. Ma io fino all’ultimo ho avuto quel tipo di atteggiamento lì. Successivamente ho pensato tanto alla responsabilità che c’era nell’agire alcuni ruoli come parlare dal camion in un momento come quello o contribuire a portare persone a quella mobilitazione, magari ragazzi e ragazze giovani. Però, dall’altro lato, sono contento di non aver perso quella carica in quelle giornate e anche dopo, per cui nella drammaticità di quello che avveniva e nella difficoltà di capire come muoversi il fatto di rimanere in uno stato in cui vince il serbatoio dell’energia e della determinazione rispetto a quello della paranoia e della paura… quella è una cosa che mi ha tenuto in piedi e che sono orgoglioso di aver avuto.

Uscendo dal Carlini, procedendo in discesa per corso Europa e corso Gastaldi, da dove era possibile vedere i pennacchi di fumo nero che si alzavano da diverse parti di Genova, ma soprattutto entrando nell’imbuto di via Tolemaide non hai la sensazione di una trappola imminente?
No. Non ho la sensazione della trappola, nel senso che ormai era evidente a tutti che non ci sarebbe stato lo schema che avevamo immaginato. Il che non significa che avevamo chiaro quello che sarebbe successo. Per cui ripeto: per chi ha deciso a un certo punto della propria vita che l’agire politico sarebbe stato il perno su cui impostare la propria esistenza avere la sensazione di star facendo la cosa giusta, di essere finalmente in tanti, di essere finalmente al centro delle contraddizioni è una sensazione potentissima. Quindi sei di fronte alla situazione in cui ti aspetti il peggio, alle cose più incasinate possibili? Sì. La trappola, no, non la vedi. Se anche avessi avuto, e non era così, la sensazione che ci stavamo infilando in una trappola, ho la sensazione che mi ci sarei infilato lo stesso. Era da fare.

Hai ricordi chiari delle ore di scontri dopo la carica illegittima dei Carabinieri contro il corteo oppure rivivi dei fotogrammi?
Mezzo e mezzo. Io, come dicevo prima, ero sul camion, e quando c’è stata la prima carica dei Carabinieri, che sono arrivati fino a noi, ricordo che ho vissuto dieci secondi di sensazione di pura impotenza: volevo scendere dal camion per stare con mi miei compagni e le mie compagne. Poi mi sono voltato, ho visto un estintore e gli ho sparato giù l’estintore. E ho avuto la sensazione, per due secondi, che quell’estintorata avesse fermato la carica. Poi magari mi sto assegnando dei meriti da solo (ride). Però in quel momento mi ha aiutato pensarla in questo modo, perché ho visto la carica fermarsi. Per un po’ ho provato a fare il soldato, nel senso migliore del termine: avevo un compito e ho cercato di portarlo a termine. Quindi stare sul camion, parlare, dare le indicazioni. Dopo un po’ ho capito che era inutile e sono sceso dal camion. E sono stato, non ho idea quanto tempo, in strada a fare quello che c’era da fare. Cioè proteggere quel corteo, proteggere le persone, cercare di avanzare, cercare di andarsene senza lasciare nessuno indietro. C’è stato un momento in cui mi sono sentito molto in pericolo, perché mi è arrivato un lacrimogeno addosso che mi è esploso tra le gambe e sono crollato. Max di Padova mi ha tirato su e mi ha portato via perché penso che in quel momento sarei rimasto per terra. Poi magari non sarebbe successo nulla e dopo due minuti mi ripigliavo e me ne andavo. O dopo due minuti magari ero uno dei portati via dagli sbirri. Sono stato a lungo intorno al camion su quella che poteva essere la prima fila molto sfaccettata che c’era. A un certo punto mi sono buttato in un paio di vie laterali, ma comunque non è il mio modo, si trattava di stare dove, in teoria, eravamo come collettività.

Come vieni a sapere della morte di Carlo Giuliani?
Mi ricordo molto bene la scena di quando ho saputo quello che era successo a Carlo perché è arrivato un nostro compagno, Lollo, con le lacrime agli occhi dicendo: “Hanno sparato!”. In quel momento ho saputo che c’erano stati dei colpi d’arma da fuoco e che era successo qualcosa a qualcuno. Non era assolutamente chiaro in quel momento. Su alcune cose ho dei flash, delle immagini. Su altre dei ricordi molto più nitidi e completi. Ma questo vale un po’ per tutte quelle giornate complessivamente.

Rientrati al Carlini, dopo l’ultima lunghissima carica, per un momento si diffonde la notizia che il vertice è stato sospeso. E si assiste a scene di esultanza scomposta da parte di tantissimi. Anche tu sei rimasto a metà tra il turbato e l’infastidito da quell’esultanza quando già girava la voce di uno o più morti?
Quando torniamo al Carlini iniziano a circolare le voci che il vertice del G8 era stato sospeso. Ricordo addirittura qualcuno con una televisione. C’era qualcosa di pseudoufficiale in questo, forse l’aveva detto un Tg. A me ha fatto incazzare come una iena quando la gente ha iniziato a battere le mani alla notizia o a esultare. Non c’era un cazzo da festeggiare! Nel momento in cui eravamo al Carlini la voce era addirittura che fossero morte due persone. Girava voce di un ragazzo spagnolo e di un italiano. Ma, comunque, era successo quel che era successo e la sospensione eventuale del vertice non era un motivo sufficiente per festeggiare. Io poi, sul momento, ho due ricordi paralleli e per certi versi un po’ discordanti. Facevo parte di una realtà politica in cui c’era tanta gente anche molto giovane d’età e d’esperienza. E ho visto tante persone un po’ sotto shock. Un po’ sarà stato il retaggio da educatore, un po’ il fatto di avere qualche anno in più, un po’ il passato da scout… per me la priorità in quel momento è stata cercare di far rilassare le persone attorno a me. E quindi ho beccato un compagno di Genova e in quella situazione allucinante gli ho chiesto se mi recuperava del fumo perché dovevo far rilassare i ragazzi. E in quella situazione allucinante, non diciamo chi per non metterlo in imbarazzo, mi ha recuperato una bella quantità di fumo che io ho distribuito. E sembrerà una stronzata, ma un po’ di persone si sono rilassate un attimo perché “senza rabbia non puoi essere felice”, ci credo anch’io, ma solo con la rabbia non si va da nessuna parte. L’altro ricordo per me fondamentale rispetto al Carlini dopo l’assassinio di Carlo è l’assemblea che viene indetta. Quando si rientra inizia quest’assemblea fiume. Io non ho problemi a dire che in quel momento ho provato una stima e un rispetto per i miei compagni e le mie compagne che intervenivano che poche volte mi è capitato di provare in vita mia. Questo perché si sono susseguiti, soprattutto all’inizio e quasi tutti dal circuito delle Tute Bianche che avevano in gestione quello spazio, una serie di interventi che hanno avuto la capacità di essere lucidi ed emotivi allo stesso tempo. Sentivi quello che dicevano e da un lato ti venivano le lacrime perché ti colpivano emotivamente e dall’altro ti attivavano il cervello. In quel momento le scappatoie facili dell’andiamocene tutti o dell’usciamo e spacchiamo tutto erano, al di là del giusto o sbagliato, le cose più facili: le reazioni di paura e di rabbia. E invece cercare di tenere insieme cervello, stomaco e cuore per me è stato fondamentale. E su questo, mi viene in mente un altro aneddoto. A un certo punto l’assemblea un po’ degenera, nel senso che quella vera e propria termina e molti se ne vanno, ma gli interventi vanno avanti, perché lì c’era un mare di gente e il microfono lo prendevano in mano tutti, tra cui una serie di rincoglioniti epocali, perché i rincoglioniti ci sono ovunque, che dicono le peggio stronzate. E a quel punto sono rimasto a osservare quello che per me era un “mammasantissima” come Daniele Pifano (che si era fatto la casanza perché aveva nel bagagliaio i missili dell’FPLP palestinese e si era fatto i Comitati autonomi operai di Roma) che stava lì con una pazienza da santo a rispondere a tutti questi rincoglioniti, a cercare di non far degenerare le cose e mi sono detto: “Ma questo chi ce l’ha regalato!? Cosa abbiamo fatto per meritarci uno così!?”. Perché lui era uno di quelli che poteva mettersi a lato e osservare. Aveva già dato! La sua credibilità, il suo nome ce l’aveva già. Ed era lì a sporcarsi le mani! E per me sono cose importanti che vanno ricordate e che ti devi portare dietro da quell’esperienza.

Assemblea al Carlini la sera del 20 luglio 2001 dopo l’omicidio di Carlo Giuliani. Foto di Manuel Vignati

Come ti vivi la nottata del 20 luglio?
Non si è dormito niente! Sono assemblee su assemblee. Vai all’assemblea su Makaja, poi staccati che c’è l’assemblea del Carlini, poi c’è quella più ristretta con i referenti… ciao! Non è finita mai! Io in realtà ero tranquillo. Cioè, io ho questa cosa che probabilmente è una malattia che andrebbe studiata… quando la situazione è un disastro, un delirio e molti perdono la testa a me entra in campo il robot automatico e vado in campo con lucidità estrema. A costo di apparire freddo e insensibile entra il pilota automatico che mi dice cosa va fatto, cosa serve. La razionalità pura. Io in quei momenti lì miravo al mio compito. Bisogna far mangiare duecento persone perché al Carlini non c’è la cucina? Bene! Recuperiamo le cose. Quello! Probabilmente l’ho pagata emotivamente in altri tempi e in altri modi successivamente. Però in quel momento lì per me è stato così.

Come partecipi al corteo internazionale? Ricordi la carica che lo spezza?
Sì certo! Il corteo internazionale del 21 per me e per altri si svolge in un modo, diciamo, particolare. Nella nostra dimensione di Operazione Makaja, dove eravamo tanti e diversi, c’era l’esigenza a volte portata all’estremo ma che era giusta del “decidiamo tutti insieme”. E quindi nella mattinata del 21 noi iniziamo un’assemblea infinita dentro il Carlini per decidere il da farsi. In quel momento per qualcuno valeva l’opzione “non si scende in piazza”, chi per legittima paura, chi per un ragionamento politico del tipo: “Dopo quello che è successo non dobbiamo dargli più la sponda per reprimere”. Sta di fatto che mentre siamo lì a discutere il corteo dal Carlini parte, giustamente tra l’altro, visto che non eravamo al centro del mondo. Quindi ci sono quelli come me che pensano due cose antitetiche nello stesso momento: “Il corteo è partito, andiamo! Ma il percorso democratico è in corso rispettiamolo!”. Sta di fatto che partiamo dopo. In realtà, visto che un po’ di gente si era fermata con noi a fare quell’assemblea, partiamo in 1.500, 2.000, 3.000 ritardatari che inseguono il corteo. La scena inziale che, appena usciti dal Carlini, ci siamo trovati davanti, è dominata da questo carro armato senza cannone (un autoblindo FIAT 6614 della Polizia –  Ndr) fermo in mezzo alla strada e, ovviamente, noi che ci fermiamo. Da lì non scende nessuno. E non c’era attorno né Digos né celerini. C’è questo mezzo isolato che per un po’ sta lì e poi se ne va. Questo è stato l’antipasto…
Comunque, alla fine scendiamo sul lungomare e, nel momento in cui arriviamo dove il corteo curvava verso l’interno (piazzale Martin Luther King tra corso Torino e via Casaregis – Ndr) e dove c’era già la “guerra guerreggiata”, parte la grossa carica che spezza in due la manifestazione. E, quindi, noi ci siamo trovati da ritardatari fuori dal corteo ad essere la coda della parte del corteo che era riuscita a passare. E lì, dal mare fino a Marassi, siamo stati quelli che prendevano le cariche in coda che sono proseguite praticamente fino alla fine. Caricavano, correvi e ti distanziavi. Si fermavano e ti fermavi. Lacrimogeni come se non ci fosse un domani. Un vero e proprio diluvio! Noi, tra l’altro, con la nostra bella corda che delimitava il nostro spezzone alla “Facciamo come i compagni tedeschi!”. Un pochino ha funzionato, ma ci siamo presi per il culo per anni per questa storia della corda. Poi ci sono state le scene belle dei genovesi che ci lanciavano l’acqua e applaudivano. Arrivati a Marassi, tempo di sederci cinque minuti e… ci siam dovuti rialzare!

L’attacco poliziesco al corteo internazionale del 21 luglio 2001

Anche tu, dopo lunghe peregrinazioni arrivi a Staglieno e rientri in autobus al Carlini?
Allora… Se vuoi te la racconto com’è andata.
Siamo arrivati a Marassi, dove sembrava ci fosse la fine del corteo perché c’è altra gente ferma. Erano ore che ci prendevamo cariche da dietro, quindi ci rilassiamo un attimo e iniziamo a rifiatare. Passano cinque minuti e un gruppo di ragazzi, tipo venti o trenta, arrivano correndo dentro la piazza da una vietta laterale e scatta il panico, per cui tutti si alzano in piedi e iniziano a correre perché sembrava l’ennesima carica.
In quel momento, confesso, senza offesa per nessuno, il mio problema è stato che mi guardavo attorno e negli sguardi che incrociavo, tra le persone della mia realtà di Milano e le altre persone di altre realtà a cui eravamo vicini, vedevo scritto in faccia: “Non so che cazzo fare”. Tutti avevano scritto in faccia questa cosa. Ripeto, senza critiche. Era normalissimo. Nessuno sapeva che cazzo fare. Lì mi ha aiutato molto Graziella Mascia, che in quegli anni come deputata di Rifondazione, ma innanzitutto come donna, amica e compagna è stata molto vicina a tante cose che abbiamo fatto e con la quale avevo penso un rapporto speciale, di grande stima e fiducia. Parlo con lei e quel che ci diciamo è: “Dobbiamo portar via le persone da qua”. Perché, primo, non c’era la minima sicurezza di quel che poteva accadere e, secondo, si stava diffondendo un panico non più gestibile e controllabile. Per cui ci attacchiamo al telefono, soprattutto Graziella, che in virtù del suo ruolo aveva un potere maggiore al mio, e per farla breve lei fa alcune telefonate dicendo: “Siamo 5.000 persone, siamo qua e dobbiamo tornare al Carlini. Non vogliamo riattraversare la città perché potrebbe succedere di tutto”. E il Comune manda delle navette, degli autobus come quelli che sono usati per il trasporto delle tifoserie dalla stazione allo stadio. Ma queste navette non potevano arrivare fin lì, vista la situazione. Quindi mi ritrovo a dover prendere il megafono e urlare: “Compagne e compagni, seguiteci tutti, adesso prenderemo le navette che ci riporteranno al Carlini e le andremo a prendere… al cimitero”. Perché quello era un posto relativamente tranquillo. Per cui iniziamo questo strano corteo che si muove da Marassi verso fuori per andare a Staglieno dove stazioniamo fino a quando non arrivano le navette. Con la gente che ovviamente aveva tutti i legittimi dubbi su come sarebbe finita la situazione. Io, che avevo un rapporto di fiducia totale con Graziella, ero tranquillo, ma mi immagino cosa potesse giustamente passare per la testa di chiunque altro fosse lì… Ha funzionato. Sono arrivate non so quante navette che, facendo tanti e tanti viaggi, hanno riportato la gente al Carlini. Gente che, come dicevo, per la maggior parte a livello emotivo e di lucidità non era in grado di tornare in corteo al Carlini. Quindi direi che è andata bene così. È stato un po’ surreale, ma è andata bene così.

Insieme a te c’erano tante persone giovani, come ti sei preso cura di loro?
Noi per fortuna al Bulk abbiamo sempre avuto questa caratteristica. C’è sempre stata una marea di gente giovane. C’erano un sacco di giovani super in gamba, rodati, responsabili e quindi non era la marea di scolaretti allo sbando. Poi c’era chi era meno esperto, ovviamente. Per me prendersi cura dei compagni e delle compagne giovani è sempre stata una priorità. A volte eccedendo, perché prendersi troppo cura può significare soffocare se non si sta attenti. A volte si cresce meglio da soli, sulle proprie gambe. Al netto di questo, per me la priorità in quei giorni è stata un po’ quella, monitorare come stavano i ragazzi. Lo facevo in tanti modi, tra cui non fare quello che mi sentivo individualmente, ma quello che serviva alla collettività. E se alla tua collettività serve che stai lì invece che andare da un’altra parte, vorrà dire che starai lì. Per fortuna su questo io da giovane ho ricevuto insegnamenti abbastanza importanti. Per me, quindi, era normale fosse così. Poi penso e spero che tante ragazze e ragazzi con cui siamo stati a Genova si siano portati a casa, pur nella drammaticità di quei giorni, un ricordo positivo. Che poi è la cosa più importante. Il problema non è evitare i drammi, il problema è se non li rielabori e se non ti danno qualcosa di positivo per andare avanti. E, per quello che vedo a vent’anni di distanza, con tante delle persone con cui siamo scesi in piazza in quei giorni che sono ancora in giro in modi, luoghi ed esperienze diverse a fare cose, mi viene da dire che per tanti, comunque, quell’esperienza non ha significato uno stop. Che poi è quello che conta.

Per noi che scriviamo la sera del 21 luglio è rimasta nella memoria come una vera e propria fuga-esodo. Anche tu l’hai vissuta così?
Intanto fuga ed esodo son due cose diverse (sorride). Diciamo le cose come stanno. La sera del 21 luglio siamo al Carlini e iniziamo a vedere la gente che torna a casa. Chi perché era previsto, chi in anticipo perché si diffondono le voci più disparate, tra cui quella che stavano venendo a sgomberare il campo sportivo. Adesso, bando agli eroismi del cazzo! Se uno è dentro uno stadio, inizia a girare la voce di un imminente sgombero e non sentendosela prende e se ne va… ma cosa vuoi dirgli!? Un conto è se si hanno delle responsabilità sull’organizzazione, in questo caso te le assumi fino alla fine. Un altro discorso va fatto per le centinaia di migliaia di persone che quelle responsabilità non le avevano, ma non perché erano meno capaci. Semplicemente avevano un ruolo diverso e, giustamente, di fronte a quei fatti non li si può crocifiggere se hanno scelto di andar via.
Comunque, la maggioranza decide di andarsene: rimangono lì un po’ di compagni di Genova e nazionali per non lasciare lo stadio sguarnito, ma l’indicazione alle realtà delle varie città è: “La gente vuole tornare, che torni”. Per cui ci si muove verso la stazione di Brignole. Questo sapendo anche che c’era comunque qualcuno che si lamentava, del tipo: “Quelli stanno rimanendo lì, e se succede qualcosa noi non ci saremo”.
Arriviamo quindi in stazione e iniziano a circolare le voci di quello che sta succedendo alla Diaz. E anche lì, al netto di tutte le retoriche pseudo-eroiche: tu sei con centinaia, anzi migliaia di persone, in una stazione in cui passeranno i treni che riporteranno la gente nelle varie città di partenza, dopo tre giorni ben più che densi… che cazzo puoi fare? “Adesso usciamo dalla stazione, siamo 500 di Makaja e andiamo in corteo verso la Diaz!”. Sarebbe servito a qualcosa? Era evidente che quello che stava succedendo alla Diaz era fuori dalle nostre possibilità di determinazione e di controllo.
A fronte del fatto che in quella situazione c’era anche chi con lucidità e cuore pensava: “Di fronte a quello che sta succedendo io voglio restare ed esserci a dare una mano”, c’era però anche quello che non capiva un cazzo. C’è quello sotto shock che non parla da due giorni e chissà per quanto se la sarebbe portata dietro, questa esperienza, e quello che, con onestà e in tranquillità ti diceva: “Io non me la sento più”. Di fronte a tutto ciò, tu non puoi che fare o quello che ti senti soggettivamente o quello che pensi sia la cosa migliore per tutti. E lì ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: “Ragazzi, dobbiamo far partire i treni!”. Siamo andati dentro l’ufficio della POLFER urlando: “Qui sta girando la voce che stanno massacrando la gente alla Diaz e ogni minuto che passa la notizia passa da cento a mille orecchie, da mille a duemila, quindi ogni minuto che passa è sempre peggio! Quindi fate arrivare ’sti cazzo di treni che dobbiamo portar via la gente!”.
Tra di noi c’era qualcuno più lucido che ha detto: “Io posso e me la sento di fermarmi” e dunque non ha preso il treno. Il nostro compito, invece, era di portare via più gente possibile per non aggiungere ulteriori feriti e arrestati al numero già impressionante che c’era stato. Non è stato facile, perché è chiaro che l’impatto emotivo, soprattutto se la vivi individualmente, ti dice: “Oh, io so come muovermi. Mi sgancio e vado”. Ma lì come sempre bisogna vedere se prevale la responsabilità collettiva o la scelta individuale.

Ma lì, al netto del fatto che sia stata una scelta giusta, non c’era stata, in un certo senso, la scelta consapevole di non diffondere troppo quella notizia? Nel senso che alcuni sapevano cosa stava avvenendo, ma non tutti. E si è fatto in modo che la gente lo sapesse solo quando era sul treno.
Confermo. Io non ricordo chi l’abbia detto a me. Ma effettivamente è andata così. Anche perché all’inizio girava ogni tipo di voce. Quindi gli scambi erano del tipo: “Te l’hanno detto? Sì, è vero, ma non dirlo in giro”. E lì erano talmente saltati i parametri di giudizio che veramente non potevi sapere cosa stesse succedendo per davvero. Io penso sia stata una scelta giusta, seppur criticabile. Qualcuno potrebbe dire: “Che diritto avevi tu di decidere per gli altri e di non dire quello che sapevi?!”. E, effettivamente, una contestazione del genere sarebbe assolutamente lecita. Fa parte degli oneri e onori di avere un ruolo di coordinamento. Ti prendi questa responsabilità e ti trovi a dover decidere per gli altri. L’hai fatto bene? Lo rifarai. Non l’hai fatto bene? Non lo rifarai o non te lo faranno fare più.

È stato difficile decidere di salire su quel treno per Milano mentre stava accadendo la mattanza?
Rispondo in modo volutamente provocatorio. Per me non è stato difficile decidere di salire su quel treno. Come ho già detto, la mia priorità era portare via il maggior numero di persone possibile dal rischio di ulteriori conseguenze. Se la priorità era quella, salire sul treno era la scelta conseguente. È stata una scelta emotivamente faticosa, ma razionalmente non difficile. Anche perché per me la scelta avrebbe potuto essere, per tenere tutto insieme: “Faccio salire tutti sul treno e io resto giù”. Ma non sarebbe stato corretto.

Che ricordo hai dell’arrivo notturno in stazione Garibaldi?
Arriviamo in Garibaldi e ci chiamano i compagni del Cantiere che erano partiti con il furgone ed erano stati fermati. Quindi ci siamo mossi in macchina per andare a dare una mano. E lì abbiamo probabilmente tutti pensato: “Cazzo, ci ha seguito fin qua l’incubo!?”. E poi, non mi ricordo chi propose di andare tutti in Pergola e stare insieme, perché la cosa peggiore da fare era andare ognuno a casa propria e rinchiudercisi. Quindi per alcuni giorni siamo stati tutti insieme in Pergola perché c’era il bisogno di non separarsi.

Hai un ricordo nitido dei giorni successivi?
Stavamo tutto il giorno in Pergola a guardare telegiornali, leggere i giornali, ascoltare la radio, usare i computer. Ci sono state subito mobilitazioni. Due di seguito. Se non ricordo male il martedì e il mercoledì. E poi a noi è scattata questa cosa, grazie a Laura che faceva teatro e che ha detto: “Ragazzi, qui c’è tutto un groviglio emotivo da buttare fuori e bisogna comunicare anche con chi a Genova non c’è stato”. Per cui ci siamo inventati una sorta di spettacolo che abbiamo messo in piedi nell’arco di una settimana, composto da una serie di video contenenti testimonianze orali, scritte… tutto molto a braccio. Quelli del Franco Parenti di porta Romana ci hanno dato il teatro gratis per due giorni. I “vecchi” di Conchetta hanno dato una mano portando impianto, luci e audio. E per due giorni abbiamo riempito due volte al giorno il teatro. Due ore di spettacolo. Una cosa che per noi che la stavamo facendo era catartica, liberatoria ed emozionante e per chi la guardava, probabilmente, un pugno nello stomaco impressionante. Però, credo sia stata davvero una sorta di rielaborazione collettiva della sfera emotiva di quelle giornate potentissima. Forse non ho mai provato una simile sensazione.

Pensi che l’11 settembre abbia in qualche modo contribuito a tappare la bocca a quel movimento o credi che la punta massima fosse stata già raggiunta?
Può sembrare cinico dirlo, ma l’11 settembre a quel movimento ha offerto una nuova possibilità di vita. Pensa se noi ci fossimo dovuti gestire, nei mesi successivi al G8 solo l’enorme trauma di essere le vittime, gli orfani, i pestati e gli arrestati di quelle giornate. Quell’attacco terroristico agli Stati Uniti ci ha “consegnato” il tema della guerra globale. Un tema intorno al quale avremmo potuto convogliare quel movimento tenendo in piazza gli stessi contenuti su un terreno parzialmente diverso, ma con le stesse modalità di allargamento della partecipazione. I fatti di Genova, in realtà, hanno mantenuto per un anno e mezzo o due una capacità di mobilitazione altissima. Milioni di persone in quel periodo sono scese in piazza a ogni iniziativa che veniva proposta.

Dopo vent’anni cosa ti resta di quelle giornate?
Mi resta il fastidio per la narrazione eroico-reducista. Secondo me la memoria intesa come coltivare il ricordo in cui crogiolarsi deve essere una sfera privata. Tutto molto legittimo, ma non è un atto politico, o per lo meno non è un atto politico interessante. Io capisco che chi ha vissuto quelle giornate abbia il piacere e il bisogno di ricordarle, ma non c’entra nulla con i bisogni politici dell’oggi.
Se deve servire a qualcosa, quell’esperienza deve servire in un altro modo e, per quanto mi riguarda, non sbagli mai se riesci a rendere utile quel ricordo per chi fa le cose oggi ed è giovane oggi.
Per me la domanda è: “Cosa se ne fa del ricordo del G8 un ventenne più o meno impegnato politicamente oggi?”. Se il problema è solo dirci “Avevamo ragione e voi torto”, che ognuno si faccia una cena privata in casa con gli amici. Su questo, mi dispiace, ma sono abbastanza tranchant. Questo perché a mio avviso le commemorazioni che non riescono a essere utili al presente hanno fatto un po’ il loro tempo. Un esempio virtuoso può essere quello del lavoro politico fatto sulla vicenda dell’omicidio di Valerio Verbano a Roma. Quell’evento, da quasi dimenticato, è tornato a essere un perno di ricomposizione e riattualizzazione molto potente. Altre cose no, servono solo a chi ha smesso di fare militanza, per certi versi come me, per fare il tipico discorso da vecchio: “Ah… ti ricordi, eravamo bravi, adesso è tutta una merda!”. Il che è estremamente inutile. Il punto è sempre quello: o sei strumento utile a chi agisce nell’oggi, o non servi a nulla. Fine! (ride).

Il fatto che, al di là di tutto, quelle giornate siano state un po’ “mitizzate” non pensi che possa aver dato una spinta alle nuove leve come anche altre vicende del passato hanno fatto? Penso, per esempio, al ’77 o all’epopea del Leoncavallo.
Io credo che qualunque comunità è giusto si nutra anche dei propri riti, dei propri simboli, dei proprie eroismi e delle proprie tragedie. Il limite sta nel capire se questa cosa è nutrimento che genera energia per andare avanti o se al contrario ti affossa.
Non c’è nulla di sbagliato nel ricordare alcuni avvenimenti, anche con emozione o drammaticità. Il problema, come sempre, è se queste cose fanno fare un passo avanti al “cambiamento dello stato di cose presente” o meno. Per me il parametro di giudizio è quello. Penso infatti che ogni tanto, senza volerlo, il ricordo delle vicende passate diventi inconsapevolmente la scusa che copre l’inconsistenza del presente. Quindi, per concludere, credo sia fondamentale capire se quello di cui si parla è utile a noi a livello soggettivo ed emotivo o a livello di dimensione politica e collettiva. Secondo me, in questo momento, c’è bisogno di capire se e in che modo Genova possa servire come spinta per i movimenti dell’oggi.

* foto in copertina di Davide Musci

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