“Natale quando arriva arriva!” – Cronaca tragica del dibattito pubblico nell’inverno della pandemia

55.576. Questo il dato diffuso oggi relativo ai decessi per Covid-19 in Italia dall’inizio della pandemia. Di questi, 21.855 in Lombardia. Il 40% del totale.

Gli spaventosi numeri su contagi, ricoveri e decessi hanno appena iniziato a calare che già ci troviamo sommersi da un dibattito in tutto e per tutto simile a quello di quest’estate.

Dal parlare delle discoteche siamo passati alle pista da sci. Dai vacanzieri all’estero al cenone di Natale. Dai migranti infetti ai bar, ai ristoranti e alla corsa agli acquisti di dicembre. Cambiano gli addendi, ma il risultato è sempre, sconfortantemente uguale.

Se la prima ondata aveva in qualche modo compattato il Paese, questa seconda l’ha divaricato contrapponendo interessi opposti e particolari.

Gli elementi emersi con maggior forza sono:

  • Di fronte alla scelta se difendere la salute o il posto di lavoro (qualsiasi esso sia) alla lunga vince sempre il secondo. Se succede quotidianamente all’Ilva di Taranto, perché non dovrebbe succedere nel resto d’Italia? Quindi, meglio rischiare di ammalarsi (“Tanto magari a me non capita”) ma continuare a portare a casa i soldi che servono per vivere. D’altronde, è più che comprensibile, vista l’assenza di ammortizzatori sociali e di un welfare state in grado di sostenere, in un momento di emergenza globale, le famiglie che si trovano a dover dare fondo ai risparmi, quando ci sono;
  • Più un evento catastrofico si protrae nel tempo, più ci si abitua. La caratteristica dell’essere umano di adattarsi anche al peggio sembra confermata ancora una volta. I numeri spaventosi dei morti quotidiani fanno molta meno impressione rispetto a questa primavera. E se ci fosse una terza ondata a gennaio-febbraio probabilmente ne farebbero ancora meno. Insomma, la solitudine di chi ha perso un caro diventerà sempre maggiore con il passare del tempo;
  • Più la pandemia miete vittime, più i meccanismi di negazione e rimozione aumentano in un tripudio di teorie cospirazioniste, a dimostrazione che, in fondo, non siamo cambiati molto rispetto ai nostri simili del 1348 o del 1630 che hanno avuto a che fare con la peste. Il personale sanitario, strutturalmente sotto organico e con ritmi di lavoro mostruosi, viene percepito con sempre più fastidio da una fetta consistente della popolazione. Si è passati da “eroi” a “rompicazzo” nel giro di pochi mesi;
  • L’Italia è arrivata abbastanza impreparata alla seconda ondata (vediamo anche come tanti che ora accusano l’impreparazione del Governo siano gli stessi che quest’estate sostenevano non ci sarebbe stata la seconda ondata). Impreparata dal punto di vista del tracciamento, della medicina territoriale, del personale medico, dei trasporti… Tutto questo ha fatto calare notevolmente, nel giro di due mesi, la popolarità del premier Conte. C’è da dire, come in effetti abbiamo fatto più volte, che i danni di 30 anni di follie neoliberiste in cui la parola profitto è stata impunemente associata a parole come salute, istruzione, mobilità non si risolvono in un’estate;
  • Non si è aperto alcun dibattito serio su un modello di società che si è dimostrato pesantemente non all’altezza della sfida. Come sempre, in Italia si è optato per il “parlare d’altro” o mettere le pezze dell’ultimo secondo. Esempio emblematico è la titubanza (per usare un eufemismo) dimostrata dal Ministro della Salute Speranza nell’affrontare il nodo gordiano della sanità lombarda;
  • Abbiamo un gigantesco problema di welfare. Ancora più che durante la prima ondata si è dimostrato che ciò che è salvaguardato fino all’ultimo è la produzione e per il profitto. Se questa non si può salvaguardare, allora partono gli ormai famosi “ristori”, che rappresentano niente più che sussidi emergenziali, senza una visione più ampia. Frantumati su una platea di figure diversissime tra di loro. Nemmeno vagliata l’ipotesi di una patrimoniale. Come se tassare i ricchi (piattaforme tipo Amazon e soci in primis) in tempi di catastrofe fosse una bestemmia (meglio prendersela coi i dipendenti statali…). Lontano centinaia di anni luce un dibattito serio su qualsiasi forma di reddito di base;
  • Per salvare il Natale, anzi, l’economia che ruota attorno al Natale (per molti le vendite nel periodo delle feste rappresentano 1/3 degli incassi annuali) siamo pronti a rischiare una terza ondata a inizio 2021. L’arrivo dei vaccini viene utilizzato come rassicurazione, la manna che ci salverà tutte e tutti. In attesa che, come al solito nel Belpaese, tutto torni com’era;
  • Mai come in questo momento, specie per chi vive le piazze e i movimenti sociali, la massima di Mao “Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente” si è dimostrata erronea. Siamo impegnati su diversi campi: dal mutualismo alle battaglie per il welfare e il lavoro fino alle rivolte di strada, ma non si riesce comunque a mordere (a Milano lo hanno dimostrato quasi tutte le piazze di questo autunno).

Se i soldi del Recovery Fund dovessero arrivare, si scateneranno i feroci appetiti dei soliti noti. Non sarà facile cercare di essere incisivi, tentando di forzare un’opera di redistribuzione della ricchezza. Ma sarà fondamentale esserci.

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