Palestina 2020 – Storia di un popolo cancellato sotto gli occhi dell’Occidente

Diario del 2 Maggio 2020

Sembra che la fine si stia avvicinando, che l’annessione di gran parte dei Territori occupati illegalmente da Israele nel 1967 verrà ufficializzata quest’estate. Non riesco a non pensare alla storia dei miei nonni, alle loro sofferenze, ai campi profughi e alla diaspora. Sento rabbia e dolore, come può accadere sotto gli occhi di tutti? Ho studiato per anni il diritto internazionale, la protezione dei diritti umani, le convenzioni internazionali. Carta straccia. Netanyahu e i suoi complici statunitensi vanno avanti per la loro strada con la complicità e l’indifferenza dell’Europa. Il cuore mi si stringe, trattengo le lacrime. Siamo morti per questa terra, ci hanno saccheggiato, ucciso, torturato e abbiamo sopportato tutto. Le madri, le nonne hanno assistito alla morte dei propri figli, dei propri mariti cacciando via il dolore con la sola speranza di vincere, un giorno. Non riesco ad essere ottimista, non vedo futuro, non vedo speranza. Vedo solo morte. Settantadue anni di morte, questo siamo e questo ci resta. Non biasimo i miei fratelli e le mie sorelle palestinesi che non hanno più forza per reagire, ne hanno abbastanza. Quale popolo può sopportare quasi un secolo di morte? Cercano la tranquillità, una vita serena, vogliono dimenticare. Non posso pensare che un giorno, ai miei figli o ai figli dei miei figli racconterò la storia del nostro popolo come una favola sbiadita, un ricordo lontano, di quello che eravamo e di come ci hanno fatto sparire. Sembra un incubo, provo la stessa sensazione di quanto ci si sveglia dopo un brutto sogno: il battito cardiaco accelerato, ricordi sfumati e una tristezza che pervade tutto il mio corpo. Ripenso alle mani distrutte dalla terra di Abuhiad, uno degli ultimi contadini palestinesi rimasti nella zona di Al Masra, circondato completamente da colonie illegali. Penso alla sua storia e al suo dolore, anche lui morirà e con lui la sua lotta e quella dei suoi antenati. La lotta per la terra. Che popolo strano i palestinesi, spesso parlo con mio padre della tenacia che ci caratterizza. Forse tutto questo dolore ci ha cambiato il dna e il sangue. Siamo ossessionati dalla nostra causa perché sappiamo di avere ragione e fino ad oggi non avrei mai pensato di scrivere queste righe, di credere che la fine sia vicina, che il lento progetto di pulizia etnica di cui parlava Pappé sarebbe arrivato a compimento. Penso a mio nonno, Hassan e a suo padre Farid, nel 1948 scapparono da Haifa, la loro città natale, un gioiello palestinese con uno sbocco sul mare, l’aria tiepida e il sole che ti avvolge come un grembo materno. Oggi Haifa è meta di turisti, chi calpesta la terra della Palestina storica non conosce il dolore che, non molto tempo fa, ha messo fine alle nostre vite. Forse ci aspetta una nuova guerra e altri morti da affiggere sui muri delle nostre martoriate città, ci dispereremo ancora e ancora grideremo vendetta. Parlo sempre di Palestina e altro non so fare, vorrei gridare al mondo quello che ci hanno fatto e che continuano a farci, far conoscere alle persone qui, in Italia quanto ci hanno umiliato e distrutto e mi chiedo in continuazione perché le nostre vite devono valere meno di quelle degli altri. Perché possiamo morire con così semplicità con l’indifferenza di tutti? Ogni giorno guardo gli aggiornamenti che mi arrivano tramite amici, cugini e zii di cosa accade lì. Vorrei non essere tornata in Italia tre mesi fa, sarei dovuta rimanere lì e partecipare al loro dolore.

Quando vivevo al campo profughi di Dheisheh a Betlemme tutte le mattine andavo a comprare la frutta sotto casa, il fruttivendolo, un uomo grosso e alto con la kufiya sempre in testa ogni giorno mi raccontava della sua città, Ya’bad, la stessa città di mia nonna Rashidi. Amavo ascoltare i suoi racconti e nelle sue parole ritrovavo lo stesso amore di mia nonna per la sua terra. Mia nonna è morta a Irbid, in Giordania, profuga e apolide. L’ultimo suo desiderio prima di abbandonarci era quello di poter esser seppellita in Palestina, per ricongiungersi con la sua terra natia. L’occupazione non ha pietà nemmeno per i morti e mia nonna giace in terra straniera così come il nonno, senza aver mai più visto il mare di Haifa. Ho la testa piena di ricordi confusi e di racconti, faccio fatica a mettere insieme tutti i pezzi, cerco con la razionalità che mi caratterizza di dare un senso logico a tutto ciò. Quando aveva solo 18 anni, mio padre prese un aereo per Beirut per unirsi ai combattenti palestinesi contro l’occupazione del Libano da parte dell’esercito israeliano, spesso cerco di immaginarmelo, papà così giovane e così coraggioso, mosso da amore e rabbia nel campo profughi di Ain el-Hilweh a difendere il rifugio povero di quasi 70.000 palestinesi. Io e le mie sorelle siamo figlie di questa storia, i miei genitori si incontrarono perché entrambi facevano politica per la causa palestinese. Il mio è un dovere e lo è anche di chi non ha il mio stesso sangue. Sono stanca delle commemorazioni, delle giornate in solidarietà: quella per i prigionieri, per i profughi, per i martiri, per i bambini e per le donne, l’anniversario della Nakba, della guerra del ’67, la prima Intifada, la seconda, Oslo, Piombo Fuso, Margine Protettivo, la Giornata della Terra… Voglio stracciare il documento dell’Unrwa, un pezzo di carta che indica il numero identificativo della mia famiglia, papà ci tiene a conservalo, dice che un giorno con quel foglio torneremo a casa. Siamo un numero su un pezzo di carta che ci tramandiamo da generazioni, come tutte quelle famiglie che si ostinano a conservare le chiavi delle loro abbandonate case.

Fateci dimenticare, vogliamo smettere di ricordare i nostri morti e desideriamo costruire il nostro futuro. Ci devono restituire la nostra storia, le nostre tradizioni, il nostro cibo, i nostri colori e profumi. Quando penso alla terra palestinese penso proprio a quest’ultimi. I mercati e le strade sono sempre affollati e ogni bancarella è un atto di resistenza. Zeitun, l’olivo è la nostra forza, una pianta instancabile, con le radici ben ancorate a terra. Noi siamo come loro, forti e impossibili da sradicare. Non c’è bulldozer, esercito, bomba che possa sconfiggere la nostra identità.

Lottare per il popolo palestinese è lottare per gli ultimi di questo pianeta, per i dimenticati, per i vinti. Ce lo devono tutti, gli israeliani, gli europei, gli arabi. Devono consegnarci la dignità che meritiamo e chi non combatte al nostro fianco è loro complice e ha le mani insanguinate delle nostre vite perse. Lo dobbiamo ai due milioni di fratelli e sorelle a Gaza, ai tre milioni nei Territori palestinesi occupati, ai cinque milioni di palestinesi in Giordania, Siria e Libano, al milione e mezzo di palestinesi nella Palestina storica e a noi, mezzo milione di palestinesi in diaspora.

Don’t clean up this blood.

 

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Una replica a “Palestina 2020 – Storia di un popolo cancellato sotto gli occhi dell’Occidente”

  1. Ghassan abu kayla ha detto:

    Potremmo morire tutti,ma se resterà solo una donna incinta,essa darebbe alla luce un figlio ,se libererà la Palestina,nn moliamo mai.

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