“Seicento giorni di terrore a Milano” – Viaggio nella notte nera dell’occupazione nazista

Tante sono le recensioni che abbiamo dedicato in questi anni alla vicende legate alla dittatura fascista, alla Seconda Guerra Mondiale e alla Resistenza: si va da opere che trattano vicende milanesi come Piazzale Loreto – Milano, l’eccidio e il ‘contrappasso’ a testi sugli orrori del colonialismo e delle occupazioni militari fasciste in giro per il mondo come Il massacro di Addis Abeba – Una vergogna italiana  a titoli sulla storia dei partigiani come Storia della Resistenza o Anche i partigiani però… per finire con libri sul crepuscolo mussoliniano come Storia della Repubblica Sociale Italiana 1943-1945.

Riprendiamo quindi il filo di un lungo discorso mai interrotto scrivendo qualche riga sull’ultima opera di Marco Cuzzi (professore di Storia Contemporanea alla Statale di Milano) intitolata: Seicento giorni di terrore a Milano. Vita quotidiana ai tempi di Salò da poco uscito nelle librerie e che sta avendo un buon riscontro di pubblico.

Lo confessiamo, l’elemento che ci ha inizialmente incuriosito e attratto è stata la foto in copertina. Si tratta di una foto non riprodotta spesso e che ritrae un Panzer IV Ausf. H della SS-Panzer-Division “Leibstandarte SS Adolf Hitler” schierato in pieno centro a Milano con alle spalle il Duomo. La foto è stata scattata nei giorni immediatamente successivi all’armistizio dell’8 settembre 1943 e immortala non solo il monumento più importante della nostra città e i soldati delle Waffen-SS tronfi sul loro potente mezzo corazzato, ma anche un passante con cappello e impermeabile che sembra guardare con un misto di curiosità e timore il gigantesco cannone del carro armato tedesco.

La potente foto di copertina, oltre ad avere un significato simbolico notevole svela immediatamente, a chi ha la curiosità di coglierli, diversi aspetti sull’occupazione militare nazista della nostra città tra il 1943 e il 1945. Tra le prime truppe a essere impegnata per occupare Milano e disarmare e deportare i soldati italiani lasciati allo sbando senza ordini dopo la fuga di Vittorio Emanuele III e Badoglio vennero utilizzati gli uomini della più nota delle formazioni delle SS combattenti: la “Leibstandarte Adolf Hitler”. Utilizzata su quasi tutti i fronti nei momenti più caldi, questa divisione ha annoverato tra le sue fila famigerati personaggi come Sepp Dietrich, Kurt Meyer e Joachim Peiper rendendosi protagonista di crimini di guerra su tutti i teatri di combattimento tra cui l’Italia dove, per citarne uno, fu responsabile diretta del primo eccidio di Boves del 19 settembre 1943, una delle prime delle tante stragi nazisfasciste in Italia con i suoi 23 morti.

Il libro, che si apre con la celebre poesia di Salvatore Quasimodo Milano, agosto 1943, inizia parlando delle misere condizioni della città soggetta ai terribili bombardamenti alleati. Ai terrificanti attacchi del mese d’agosto di quell’anno vanno a sommarsi quelli dell’anno successivo che culmineranno con la strage di Gorla del 20 ottobre 1944 (cui Cuzzi dedica un paragrafo del settimo capitolo) quando, durante un raid americano una bomba colpì le scale della scuola elementare Francesco Crispi uccidendo 184 tra bambini e bambine.

L’opera, ricostruendo lo stato d’incertezza totale seguito alla dichiarazione di resa da parte di Badoglio la sera dell’8 settembre narra il tentativo degli antifascisti di costruire una Guardia Nazionale che avrebbe dovuto difendere Milano e battersi contro i tedeschi. Tentativo frustrato dall’ignavia e dal cerchiobottismo del Generale Vittorio Ruggero, comandate militare della piazza che, nonostante la promessa di difendere (parole sue…) l’onore del Paese e dell’Esercito, consegnerà la città ai nazisti dopo una trattativa i cui termini non verranno mai rispettati dai tedeschi.

Da qui si sviluppa una triplice narrazione che si incrocia a ritmo sempre più incalzante: quella che narra i ruoli e le “imprese” degli occupanti tedeschi (un’occupazione policentrica come era la stessa struttura del Terzo Reich con apparati e gruppi di potere spesso in lotta tra loro), quella che racconta la costituzione della Repubblica Sociale Italiana dopo la liberazione di Mussolini dalla sua prigionia al Gran Sasso da parte dei tedeschi e quella che ci racconta le vicende della Resistenza con gli scioperi e le azioni dei GAP guidati dall’estate ’44 dal mitico Giovanni Pesce “Visone”.

Viene raccontato nei dettagli lo scontro tra fascisti oltranzisti e fascisti “moderati”. Fascisti che, va ricordato, squagliatisi come neve al sole il 25 luglio con la caduta di Mussolini nonostante vent’anni di retorica guerriera, tornano a farsi vedere solo grazie allo scudo rappresentato dai tedeschi. Vengono accuratamente descritte le tante formazioni armate dell’arcipelago della RSI tra cui la tristemente nota Muti guidata dal milanesissimo e sanguinario ganassa Franco Colombo (catturato e fucilato dai partigiani il 28 aprile 1945), le Brigate Nera, la X Mas di Borghese, i torturatori della banda Koch, ma la lista potrebbe continuare.

Il momento di svolta (simbolico e pratico) è l’attentato mortale dei GAP al Federale di Milano Aldo Rasega del 18 dicembre 1943 (cui seguirà la fucilazione di otto antifascisti all’Arena). La repressione contro i partigiani, in città, sarà estremamente dura, fatta com’è di una rete di spie e confidenti, torture, sevizie e fucilazioni. La rete dei GAP verrà smantellata una prima volta nei primi mesi del 1944 per poi risorgere ancora più determinata con l’arrivo in città di Pesce.

Nel 1944 due sono i momenti di crisi per i due fronti contrapposti. I fascisti vivono come una bastonata pesantissima la liberazione di Roma da parte degli Alleati nel giugno di quell’anno (quasi in contemporanea con un’altra mazzata come lo sbarco in Normandia) mentre il fronte partigiano vive come pesantissima battuta d’arresto il Proclama Alexander del 13 novembre ’44 in cui il comandante supremo del fronte italiano chiedeva alla Resistenza di sospendere le operazioni e attestarsi sulla difensiva. Fu il preludio di un inverno gelido e sanguinoso.

Viene poi raccontata con dovizia di particolari la vita quotidiana dei cittadini milanesi e le loro mille peripezie per sopravvivere alla miserie e al terrore della guerra e il terribile eccidio di antifascisti di piazzale Loreto la cui ricorrenza si celebra ancora oggi a Milano.

In questi seicento giorni di terrore non poteva mancare il racconto della pagina forse più vergognosa: la deportazione degli ebrei milanesi dal tristemente noto binario 21 della Stazione Centrale di Milano. Cuzzi ci racconta che la più importante stazione ferroviaria milanese è dotata di venti binari più uno. Si tratta di un binario nascosto destinato al traffico postale e merci. E proprio quel binario verrà utilizzato da nazisti e fascisti per le deportazioni. Molti saranno i treni della morte partiti da Milano. L’ultimo convoglio partirà il 15 gennaio 1945.

Dopo l’ultima fiammata di entusiasmo determinata dall’ultima visita di Mussolini in città nel dicembre ’44 la situazione politico-militare dei fascisti va via via logorandosi ovunque, di pari passo col crollo progressivo e poi totale del fronte tedesco sia a Est contro i sovietici che a Ovest contro gli angloamericani.

Nonostante il fantasticare fino all’ultimo sulle presunte armi segrete di Hitler capaci di rovesciare le sorti della guerra è evidente che tutto sta andando a gambe all’aria e ognuno cerca di cavarsela. I tedeschi trattano in segreto. I fascisti cercano di costruire diversi ponti sia verso gli Alleati che verso la Resistenza. Vivido è il racconti degli ultimi giorni e delle ultime ore di trattative frenetiche con lo stesso Mussolini rientrato in città. Trattative infruttuose mentre gli Alleati sfondano il fronte sul Po, al Nord divampa l’insurrezione e il sogno del ridotto fascista in Valtellina si dimostra una pura chimera.

Il libro si chiude con l’auto di Mussolini che sgomma lasciando la Prefettura di Milano.

Altri giorni sarebbero venuti. Giorni di liberazione per tanti. Giorni di resa dei conti per altri.

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