La battaglia per la sindacalizzazione di Amazon

Già nel 2017 avevamo iniziato a seguire e scrivere dei primi scioperi dei lavoratori e lavoratrici Amazon in Italia.

Il primo in assoluto era stato quello dei corrieri del giugno di quell’anno.

Negli anni successivi, fino alla grande pandemia, c’erano state altre agitazioni, ma è stato proprio il Covid a essere elemento di snodo decisivo per quanto riguarda il rapporto tra la mano d’opera e la multinazionale di Jeff Bezos, uno che se avesse un cognome russo sarebbe definito un oligarca, ma essendo americano si hanno molte più remore a definirlo per quello che realmente è.

La pandemia planetaria oltre ad aver fatto aumentare in modo esponenziale i volumi del commercio online che ha mangiato ulteriori fette di mercato a quello fisico ha anche messo in evidenza le condizioni di sfruttamento e ricattabilità cui erano sottoposti lavoratrici e lavoratori che non hanno mai potuto fermarsi, anche nella fase più terribile della primavera 2020.

La fase pandemica ha portato a una progressiva presa di coscienza delle maestranze e in Italia si è assistito, il 21 marzo dell’anno scorso, al primo sciopero dell’intera filiera Amazon a livello planetario. L’astensione dal lavoro è stata un successo, soprattutto grazie ai driver e l’azienda ha dovuto addivenire a più miti consigli con il riconoscimento dei sindacati del settembre 2021. Un caso, quello italiano, che viene preso a modello da molti paesi in Europa, in attesa di una (latitante) politica comune da parte dell’UE nei confronti del gigante di Seattle.

Ma qualcosa si muove non solo in Italia.

E’ di inizio aprile la notizia dell’ingresso del sindacato nell’enorme magazzino Amazon di Staten Island, a New York.

Le dinamiche sindacali negli Stati Uniti sono molto diverse rispetto a quelle italiane ed europee. Negli States vi è una frammentazione sindacale molto più accentuata che da noi in Europa e si arriva da decenni di legislazione antisindacale iniziata negli anni Ottanta sotto la presidenza repubblicana di Ronald Reagan e proseguita negli anni.

Al di là dell’Atlantico, per portare una rappresentanza sindacale all’interno di un luogo di lavoro, è necessaria una votazione dei lavoratori. Votazioni, inutile dirlo, che spesso e volentieri, sono avversate (per usare un eufemismo) dalle aziende.

Bene, ai primi di aprile 2.654 lavoratori si sono espressi a favore dell’ingresso in azienda dell’Amazon Labor Union, l’organizzazione sindacale messa in piedi da un ex lavoratore (licenziato) del colosso Christian Smalls e da tanti attuali ed ex dipendenti. Contro si sono espressi in 2.131. A votare è stata più della metà dei lavoratori e lavoratrici del magazzino newyorkese.

Il successo, a detta di molti, è stato determinato soprattutto da una campagna sindacale non convenzionale con un brillante uso dei social.

Negli stessi giorni si è votato per l’ingresso del sindacato anche nel magazzino di Bessemer, in Alabama, uno stato del Sud dove, a differenza della East Coast la tradizione sindacale non è fortissima. Qui i no avrebbero vinto per 993 a 875, ma ci sarebbero ben 416 voti contesi. Il risultato sarà dunque deciso da un giudice in un’udienza federale.

Va ricordato che già l’anno scorso si era votato a Bessemer con un risultato molto più schiacciante per il no. Ma il voto era stato annullato dal National Labor Relations Board  per la condotta pesantemente antisindacale dell’azienda che aveva fatto pressioni per far vincere il no.

Comunque vada siamo di fronte a un passaggio epocale e la sindacalizzazione di un settore che rappresenta il futuro, con quote di mercato in continua impetuosa espansione e che potrebbe diventare quello che è stata la fabbrica fordista nel Novecento, è un evento di portata storica.

* foto tratte dal profilo Fb dell’Amazon Labor Union

 

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