Il sequestro Dozier e il rullo compressore della tortura

“Scusi colonnello, io ho l’impressione che forse per un eccesso di prudenza
i miei colleghi continuino a fare delle domande allusive
alle quali lei non può che rispondere altro che allusivamente.
Penso che sarebbe molto meglio chiamare le cose con il loro vero nome.
Se si vuole parlare di tortura si parli di tortura”.
(La battaglia di Algeri, 1966)

Per gli “addetti ai lavori” l’ultimo anno di lotta armata in Italia è comunemente ritenuto il 1982. Un anno carico di significato che, secondo la narrativa dominante, pone la cesura tra gli “anni di piombo” e i rampanti anni Ottanta, quelli della “Milano da bere”, dei nani e ballerine di craxiana memoria. Non è un caso, infatti, che proprio nell’estate di quell’anno la nazionale italiana vinca il Mundial di Spagna.

Il sequestro Dozier – Un’operazione perfetta, docufiction Sky di quattro puntate che ricalca come format la serie La mala. Banditi a Milano, ci racconta l’episodio cardine di quella svolta epocale: il sequestro nel gennaio 1982 del generale americano Dozier da parte delle BR-PCC e la sua liberazione con un blitz dei NOCS.

Per parlare della produzione Sky bisogna però fare qualche passo indietro e ricostruire il clima generale di quell’epoca sia a livello nazionale che internazionale.

In quell’anno al governo in Italia c’è il repubblicano Giovanni Spadolini, primo Presidente del Consiglio non democristiano dai tempi di De Gasperi succeduto, nel maggio ’81, al democristiano Arnaldo Forlani, la cui compagine è stata travolta dallo scandalo P2. Alla Presidenza della Repubblica c’è invece, eletto nel 1978, il socialista ed ex partigiano Sandro Pertini.

Dopo il periodo del compromesso storico il Partito Comunista di Berlinguer è stato ricacciato all’opposizione. Alle elezioni politiche del 1979 il PCI ha infatti perso voti per la prima volta dal 1946: i frutti avvelenati della politica di solidarietà nazionale e di alleanza con la DC mai veramente accettata dalla base popolare del partito. È già in atto la “riscossa” socialista guidata da Bettino Craxi, che per tutto il decennio successivo sarà protagonista indiscusso della scena politica italiana e causa di durissimi scontri a sinistra tra PSI e PCI. Ci penserà Tangentopoli, nel 1992, a spazzare via l’ambizione craxiana di egemonia socialista in seno alla sinistra italiana.

L’episodio più significativo a livello sociopolitico è però avvenuto nell’autunno 1980. A fronte della decisione del management FIAT di procedere a migliaia di licenziamenti, gli operai  bloccano Mirafiori per 35 giorni in una lotta gloriosa e disperata che sarà sconfitta dalla “Marcia dei quarantamila” quadri intermedi (e non solo) del 14 ottobre 1980. Oltre a significare l’espulsione dalla fabbrica di decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici, questo evento è, come per la lotta perdente dei minatori nell’Inghilterra della Thatcher, il canto del cigno del protagonismo del movimento operaio italiano. Da lì si avvierà una progressiva perdita di diritti, salario e peso politico che paghiamo tuttora.

Dal punto di vista dei movimenti rivoluzionari il giro di boa tra i due decenni è un momento di crisi devastante. Dopo il ’77 inizia il periodo definito “riflusso”. Decine di migliaia di giovani, sconfitti e delusi, “tornano a casa” e i sogni rivoluzionari di un intero decennio arrivano rapidamente alla resa dei conti. Molti scelgono la via dell’eroina, altri quella della lotta armata. Ma, citando un film dedicato all’esperienza di Prima Linea, non si tratta dell’alba, bensì del tramonto. Per la lotta armata, non a caso, l’anno di svolta è proprio il 1980, quello del primo pentito delle Brigate Rosse Patrizio Peci che, con le sue confessioni, darà il via a una massiccia ondata di arresti. Sempre di quell’anno è anche la strage di via Fracchia: durante un’irruzione (su indicazione di Peci) in un appartamento delle BR a Genova i Carabinieri di Dalla Chiesa uccidono quattro brigatisi sollevando più di un interrogativo (per usare un eufemismo) sulle modalità dell’operazione. Nello stesso anno Prima Linea, l’altra grande formazione di sinistra della lotta armata, subisce durissimi colpi con il pentimento di Roberto Sandalo e Michele Viscardi. Il 28 maggio 1980 una piccola formazione armata aveva ucciso il giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi ed era stata poi smantellata nel giro di pochi mesi sempre dai Carabinieri, che avevano dato il là alle confessioni di un’altra figura storica del pentitismo di quegli anni. Ci riferiamo a Marco Barbone, le cui confessioni provocheranno, nella sola Milano, decine e decine di arresti che faranno tabula rasa nelle aree di movimento. Un dato che sembra emergere con chiarezza è che la crisi del progetto politico della lotta armata provoca il proliferare del pentitismo, che fino a quel periodo non era esistito.

Per quanto riguarda le Brigate Rosse, dopo i duri colpi di inizio anno, la struttura complessiva dell’organizzazione riesce comunque a resistere, ma subisce una crisi forse ancora più grave determinata dallo scontro politico sulla strategia complessiva da mettere in campo, così come tra i prigionieri politici detenuti e la direzione esterna del gruppo. La prima grave scissione è quella della colonna milanese Walter Alasia di fine Ottanta. Sarà l’inizio di una vera e propria spinta centrifuga che nel giro di poco tempo lacererà l’unità dell’organizzazione con la nascita di due formazioni ben distinte e con posizioni politiche radicalmente differenti: le Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente e le Brigate Rosse-Partito Guerriglia. Il 1981 è un anno (l’ultimo) di dispiegamento di forza apparente che maschera però una crisi politica galoppante, quello dei sequestri D’Urso (iniziato nel dicembre 1980), Cirillo, Taliercio, Sandrucci, Peci, e, per l’appunto, Dozier, rapito a Verona il 17 dicembre 1981.

Allargando la prospettiva al quadro internazionale, nei primi anni Ottanta è già iniziata la controrivoluzione neoliberista guidata dalla Thatcher in Regno Unito e da Reagan negli Stati Uniti. Nonostante un’apparente forza, il blocco orientale è minato al suo interno da una crisi sempre più forte. L’Unione Sovietica, in piena stagnazione, vedrà, proprio a fine ’82, la morte di Breznev. Non aiuteranno la reputazione traballante del blocco socialista l’invasione in Afghanistan di fine ’79 (che si trasformerà in un vero e proprio pantano) e il colpo di Stato militare in Polonia del dicembre ’81. In questo quadro, a inizio decennio si avrà una nuova fiammata della Guerra Fredda che avrà come teatro principale proprio l’Europa, con la sfida (e l’opposizione di ampie fette di popolazione) dell’installazione degli euromissili che daranno il via a una nuova corsa agli armamenti. Corsa che, alla lunga, l’URSS non riuscirà a reggere.

La serie va a inserirsi in questo contesto di tensioni e contraddizioni sia a livello nazionale che internazionale.

Il primo aspetto interessante è l’intervista alla vittima del sequestro Dozier, il quale, da arzillo vecchietto dall’occhio chiaro e dalla mascella squadrata, emerge come il tipico ex militare di carriera americano. All’epoca del sequestro aveva un ruolo tutt’altro che di secondo piano nella NATO, era infatti Vicecapo di Stato Maggiore del Comando delle forze terrestri alleate del Sud Europa. Ad anni di distanza ancora capace di giustificare il sanguinoso intervento americano (“Ha fermato l’avanzata comunista in Asia”) in Vietnam, dove lui stesso ha combattuto tra il 1968 e il 1969, racconta del suo rapimento senza mostrare eccessive emozioni, con un linguaggio piatto e molto tecnico in perfetto stile angloamericano, senza mostrare particolare astio o acrimonia verso i brigatisti che lo hanno tenuto prigioniero.

Il secondo aspetto rilevante sono le interviste agli ex brigatisti Francesco Piccioni (militante della colonna romana delle BR arrestato nel 1980), Paolo Persichetti (militante delle BR-UCC negli anni Ottanta, arrestato in Francia nel 1993 ed estradato in Italia nel 2002) ed Enrico Triaca (anche lui militante della colonna romana arrestato nel 1978). Se la vicenda complessiva delle BR e della lotta armata in Italia è trattata solo di sfuggita, molto interessanti sono i racconti di Triaca e Persichetti. Il primo fu arrestato pochi giorni dopo l’uccisione di Aldo Moro e denunciò immediatamente le sevizie cui era stato sottoposto (non venendo creduto e venendo anzi condannato per calunnia, salvo poi essere assolto nella revisione del processo del 2013 che ammise l’uso della tortura) da parte di uomini che poi avrebbero giocato un ruolo determinante nella vicenda Dozier. Il secondo, che ha iniziato una fiorente attività di ricercatore e con il suo blog Insorgenze.net ha messo in campo una densa attività di inchiesta sulle torture esercitate in quegli anni contro i militanti politici.

Dicevamo che il sequestro si inserisce in un quadro di fortissime tensioni internazionali. Le pressioni degli Stati Uniti di Reagan e dell’Ambasciatore USA in Italia Raab sul Governo Spadolini furono continue e forsennate. Risulta ovvia, pertanto, la necessità di risolvere la questione a ogni costo. E qui entra in campo il terzo elemento significativo del documentario: le voci dei poliziotti che hanno vissuto in prima persona quelle vicende. Ma se le voci degli uomini d’azione del NOCS che materialmente compirono il blitz che portò alla liberazione di Dozier il 28 gennaio 1982 a Padova sembrano più sincere e autentiche, quella di Oscar Fioriolli, che all’epoca partecipò direttamente alle indagini da funzionario e che chi scrive ricorda come Questore di Genova nominato subito dopo il G8 per gestire il disastro d’immagine (e politico) che era stato per la Polizia quell’avvenimento in città, sembra essere quella di una persona che cammina sulle uova e che preferisce rifugiarsi nel sempre salvifico “non ricordo”.

Ma coloro che ne escono peggio sono, tanto per cambiare, i rappresentati del ceto politico allora al governo: il famoso potere democristiano. La palma del peggiore in assoluto la stravince l’allora Ministro dell’Interno Rognoni (ancora in vita, ma uscito dai radar grazie a un’abile politica di basso profilo), talmente arrogante e tronfio nelle sue menzogne da far rimpiangere la sregolatezza di un Cossiga.

Ma torniamo al cuore della vicenda. La vera questione (uno dei tanti rimossi di questo Paese, come del resto il massacro del G8 di Genova) è l’utilizzo sistematico della tortura a inizio 1982 contro i militanti della lotta armata, che sarebbe stato sdoganato dalle massime autorità politiche dei tempi e giù giù in linea gerarchica avallato dagli alti gradi della PS dell’epoca come Coronas, De Francisci e Improta. A occuparsi del tutto la “squadretta” specializzata comandata dal famigerato “dottor De Tormentis” (nomignolo affibbiatogli traendo spunto da un trattatello medievale sull’utilizzo della tortura), all’anagrafe Nicola Ciocia (recentemente scomparso) di cui ormai e finalmente si sanno vita, morte e “miracoli”.

Le prime testimonianze di torture in quell’anno fatidico arrivano da due militanti delle BR-PG arrestati a gennaio a Roma: Stefano Petrella ed Ennio Di Rocco. Lo scopo delle sevizie in questo caso era arrivare all’arresto di un alto dirigente del Partito Guerriglia: Giovanni Senzani. Arresto che puntualmente avvenne il 13 gennaio 1982.

A svelare gli altarini delle torture è stato con notevole onestà intellettuale l’ex Commissario di Polizia Salvatore Genova, anche lui protagonista dell’inchiesta sul sequestro Dozier e successivamente indagato, sempre in quell’infuocato ’82, insieme a degli uomini dei NOCS per le sevizie inflitte contro i cinque brigatisti arrestati durante le liberazione del generale statunitense. Va specificato che quelle sevizie non furono commesse dalla squadra di Ciocia, ma furono opera di suoi emuli senza particolare “professionalità” . Ciocia (che per un lunghissimo periodo l’ha fatta franca) con il suo rullo compressore di torture riuscì a far parlare i fiancheggiatori presi sotto custodia durante i fermi di massa in Veneto per il sequestro del generale americano. Sarà uno di questi fiancheggiatori, Ruggero Volinia, piegato dalle sevizie inflitte alla sua compagna alle quali fu obbligato ad “assistere”, a indicare agli inquirenti il “covo” BR di via Pindemonte a Padova dove era tenuto il sequestrato. L’uso sistematico e sdoganato della tortura permise, nei primi mesi dell’82, centinaia di arresti. La pratica era talmente diffusa da sollevare le proteste di Amnesty International che, come scriveva “l’Espresso”, in tre mesi aveva raccolto una “mole impressionante” di denunce di torture in Italia: “…tra le nostre fonti non ci sono solo le dichiarazioni delle vittime. Esistono anche lettere di agenti di Polizia che lamentano la frequenza con cui la tortura verrebbe applicata a persone arrestate per terrorismo”. Nell’intervista di Genova che qui riportiamo l’aspetto più sconvolgente, e che è passato sotto traccia, è l’affermazione che nelle squadre mobili già si usava il waterboarding per far parlare gli indiziati, come se torturare un criminale comune fosse una cosa assolutamente normale.

Un’altra pagina andrebbe aperta sui giornalisti che con coraggio denunciarono il dilagare della tortura nei primi mesi del 1982 e che la magistratura non trovò niente di meglio che…incarcerare! E sui pochi, coraggiosissimi poliziotti, facenti parte dell’allora appena nato sindacato di Polizia SIULP, che rivelarono quello che stava accadendo ponendo, di fatto, un freno a una situazione che avrebbe rischiato di diventare pratica comune e diffusa. Ma siamo già andati troppo lunghi e rischieremmo di trasformare una recensione in un saggio storico.

In conclusione, si può dire senza timore di smentita che si tratta di una serie coraggiosa. Il fatto che sia stata prodotta da Sky e non dalla RAI la dice ancora lunga sul clima del nostro Paese. Ci sono voluti 40 anni perché l’uso della tortura da parte dello Stato italiano riuscisse a sfondare il muro del silenzio arrivando sugli schermi. Meglio tardi che mai!

 

 

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