Cisgiordania. Le strategie di frammentazione delle pratiche di resistenza da parte di Israele, e non solo

Divide et impera. Una strategia politica tanto antica quanto attuale in Palestina, principio cardine delle politiche d’occupazione israeliane, che frammentano il territorio palestinese e dividono la popolazione locale, frammentandone così anche le pratiche di resistenza.
Le condizioni amministrative imposte da Israele con gli Accordi di Oslo del 1993 non implicano solo la separazione della Cisgiordania dalla Striscia di Gaza e da quello che viene definito come territorio israeliano.
Attraverso la creazione di confini materiali e simbolici frammentano lo stesso territorio della Cisgiordania in una moltitudine di isole della sofferenza, ognuna caratterizzata da condizioni amministrative e di oppressione differenti.
Dagli eventi accaduti il 7 ottobre le autorità militari israeliane hanno amplificato le politiche di apartheid che confinano la maggior parte dei palestinesi in piccole aree di segregazione, minimizzando ulteriormente i movimenti e le relazioni tra le persone che vivono in zone diverse della Cisgiordania. Basta un attimo per trovarsi coinvolti per caso in un raid dell’esercito israeliano, basta un attimo per essere raggiunti dalla pallottola di un cecchino israeliano senza motivo mentre si va a far visita a un parente, mentre si cerca di raggiungere il posto di lavoro appena a pochi chilometri da casa o mentre si va a scuola. I soldati ai checkpoint insistono con le loro provocazioni. Come mi hanno detto alcuni palestinesi, “basta essere forti e non cadere nelle loro provocazioni.. se alzi la testa quando loro ti dicono di abbassarla, muori..”.
Come sempre nella storia della Palestina, sono gli abitanti dei campi rifugiati a essere maggiormente sottoposti alla violenza ed alla repressione israeliana.
Sebbene i palestinesi che vivono in città come Betlemme, Hebron e Ramallah non siano esenti dagli arresti arbitrari da parte delle forze militari israeliane, è soprattutto nei campi rifugiati che, a partire dal 7 ottobre, l’esercito ha perpetrato arresti di massa, prelevando con violenza la maggior parte dei giovani dai 16 anni in su, che sono tuttora sottoposti a detenzione amministrativa. Israele applica questa forma di detenzione arbitraria ai palestinesi dai 12 anni in su come misura preventiva per evitare la loro mobilitazione, senza che ci sia un’accusa formale e quindi senza processo e senza la possibilità di difendersi con un avvocato. La detenzione amministrativa può essere rinnovata indefinitamente, con il risultato che alcuni palestinesi sono in carcere da 12 anni o più senza poter appellarsi ad alcun diritto né legge. Questi arresti vanno ad aggravare ulteriormente le condizioni di sovraffollamento delle prigioni israeliane, nelle quali i detenuti stanno subendo umiliazioni, torture, trattamenti disumani e misure punitive, come il taglio di acqua e di elettricità, il divieto di ricevere visite da familiari e avvocati e la negazione di cibo sufficiente e di cure mediche. I pochissimi prigionieri che sono stati rilasciati il 10 luglio 2024 dopo 6 mesi di detezione amministrativa, sono quasi irriconoscibili agli occhi dei loro cari, dimagriti decine di chili, menomati ed in condizioni di salute estremamente precarie. Secondo molti palestinesi, “la detenzione amministrativa logora le persone e le famiglie.. se sei in carcere con un’accusa, almeno sai quanto tempo resterai dentro, invece con la detenzione amministrativa non sai mai quando uscirai..”.

Le condizioni di un prigionieri politico palestinese dopo il suo rilascio

Alcune zone della Cisgiordania sono assediate incessantemente giorno e notte, come il campo rifugiati di Al-‘Arrūb, incluso in un’area C (sotto l’amministrazione e il controllo della sicurezza delle autorità militari israeliane). Questo campo rifugiati, che è sempre stato sorvegliato dall’esercito israeliano, da ottobre è stato completamente assediato e chiuso dai soldati, che controllano il movimento dei suoi abitanti.
“Non posso andare a trovare i miei parenti che vivono là.. si può entrare e uscire dal campo solo in certi orari prestabiliti.. un giorno hanno ucciso un ragazzino solo per essersi avvicinato al campo.. ogni giorno i soldati riempiono il campo di gas lacrimogeni e sparano a vista chiunque incontrino per strada, non importa se sono bambini.. siamo in tempo di guerra, non ci sono leggi per gli israeliani, possono fare quello che vogliono e aspettano solo una scusa per poterci uccidere..”.
L’accanimento delle forze militari israeliane si rivela con evidenza anche nelle sistematiche e violente incursioni notturne che fanno in altri campi rifugiati come quello di Ad-Deheisha, nella periferia di Betlemme, incluso un’area A (dove l’amministrazione degli affari civili ed il controllo della sicurezza sono gestite dall’Autorità palestinese). Quasi ogni notte i soldati entrano nel campo e lanciano bombe al suono e gas lacrimogeni, prelevano i pochi ragazzi che non sono già stati incarcerati, o devastano le case delle famiglie dei martiri (morti per mano dei soldati o dei coloni israeliani) o dei detenuti, come è accaduto nella notte tra il 9 e il 10 luglio. Altre volte i loro attacchi sono puramente provocatori e mirati ad intimorire ed estenuare gli abitanti locali: come è successo altre volte, la notte dell’11 luglio 2024 i soldati sono entrati nel campo di Ad-Deheisha annunciando il loro arrivo, come di consuetudine, con una bomba al suono. Dalle case si sentivano i colpi dei fucili d’assalto dei soldati, che sparavano incessantemente verso case, macchine parcheggiate e cisterne per la raccolta dell’acqua, mentre percorrevano le strade vuote del campo, nonostante nessuno opponesse alcuna forma di resistenza. Infatti, rispetto ai primi mesi dagli eventi del 7 ottobre, in questa zona della Cisgiordania sono sempre meno frequenti le pratiche di resistenza armata dei giovani palestinesi, che consistono nel lancio di molotov e bombe artigianali contro i mezzi blindati dell’esercito israeliano, e che quasi sempre hanno come unico risultato la morte di giovani palestinesi e le successive rappresaglie dei soldati.
Mentre nelle aree urbane la paura delle incursioni dell’esercito è costante, nei villaggi rurali sono gli abitanti delle colonie israeliane vicine che, protetti dai soldati che controllano l’area, esercitano pratiche violente e distruttive nei confronti degli abitanti locali. Nel villaggio di Wādī Fūkīn, situato nell’area a sudovest di Betlemme, gli israeliani che vivono nelle colonie di Beitar Illit e di Gush Azion si recano nel
villaggio armati e distruggono indisturbati canali e vasche usati per l’irrigazione, coltivazioni, raccolti agricoli e serre, restando impuniti.
Le autorità militari impongono con ancora più fermezza il divieto di coltivare e di costruire case e infrastrutture nelle terre limitrofe alle colonie. Qualche mese fa i soldati avevano intimato a un agricoltore di non andare a raccogliere le olive dei suoi alberi. In seguito il fratello di circa sessant’anni ha deciso di provarci lo stesso ed è stato incappucciato, legato e prelevato dai soldati. Nessuno ha mai saputo dove lo abbiano portato e dopo circa 10 ore di maltrattamenti è stato rilasciato, ancora incappucciato e legato, in una zona a lui sconosciuta dalla quale non sapeva come tornare a casa.
È nel Nord della Cisgiordania, tuttavia, che i palestinesi stanno subendo la repressione e la violenza dei coloni e dell’esercito israeliano con maggiore intensità. A partire dal 7 ottobre, nei campi rifugiati situati nella periferia delle città di Nablus, Jenin e Tulkarem i soldati demoliscono case e infrastrutture, lasciandosi dietro cumuli di macerie e morte. Qui sono frequenti gli scontri tra l’esercito e gruppi di combattenti locali che rispondono agli attacchi israeliani con molotov e bombe artigianali e imbracciando fucili. Come mi hanno spiegato, “là non sai mai cosa può accadere, la gente muore andando a prendere il pane o stendendo i panni sul tetto della propria casa, raggiunti da un proiettile israeliano.. chiunque può essere coinvolto e ucciso per caso..”.
Il 5 luglio 2024 i soldati israeliani hanno fatto un’incursione nel campo rifugiati di Jenin per catturare due giovani palestinesi ricercati per aver lanciato una bomba artigianale contro una jeep blindata militare israeliana, uccidendo un soldato e ferendone quattordici. Nel corso di questa incursione e, oltre ai due ragazzi, sono morti altri cinque palestinesi coinvolti nelle sparatorie.
Il giorno 9 luglio è stato il turno dei campi rifugiati di Tulkarem e di Nūr as-Shams, dove i soldati sono entrati con i caterpillar D9 (bulldozer corazzati prodotti dalla ditta americana Caterpillar Inc.) e per 15 ore hanno distrutto case, strade e reti idriche, fognarie ed elettriche, scavando solchi che hanno raggiunto la profondità di 4-5 metri e lasciando centinaia di famiglie senza una casa.

Uno scorcio di Jenin dopo uno degli ultimi raid israeliani

Nella parte settentrionale della Cisgiordania i combattenti hanno accesso a una maggiore quantità di armi (che spesso arrivano dal vicino confine israeliano) e la resistenza armata è più forte rispetto al resto della Cisgiordania. I motivi di questa differenziazione così marcata sono da ricercare nelle intricate dinamiche di competizione e di collusione tra diversi attori politici palestinesi e israeliani.
Nelle zone di Betlemme, Hebron, Ramallah e Jerico, gli esponenti del partito di Fataḥ che sono alla guida dell’Autorità palestinese nel tempo hanno assunto un forte controllo del territorio e della sua popolazione, in collusione con le autorità militari israeliane. Come mi hanno raccontato e confermato in molti, “qui l’intelligence israeliana ha il controllo di ogni movimento e azione grazie agli informatori locali, inclusi gli esponenti delle forze di sicurezza palestinesi l’Intelligence israeliana controlla persino la vendita illegale di armi. Contatta direttamente chi vende le armi e gli dice che può farlo a patto che non vengano usate per motivi politici contro l’esercito israeliano, ma solo in conflitti locali contro altri palestinesi o per altri motivi non politici (come nelle esibizioni durante i matrimoni). Una volta un trafficante di armi ha venduto inconsapevolmente delle armi a un palestinese appartenente al Movimento per il Jihad islamico (al-Ǧihād al-islāmī), attivo nella resistenza armata. Non è passato un giorno e l’esercito israeliano ha arrestato lui e chi gli aveva comprato le armi”.
Il controllo dell’intelligence israeliana è diretto ed esplicito. Per fare un altro esempio, poco prima del 7 ottobre dei ragazzi del campo rifugiati di ‘Āida sono andati a fare una manifestazione nei pressi del muro di segregazione che circonda la Cisgiordania. L’intelligence israeliana ha contattato telefonicamente il capo del partito di Fataḥ a Betlemme per dirgli di far ritirare i ragazzi. Temendo le ripercussioni da parte dell’esercito israeliano se non avesse accettato, il capo del partito a Betlemme ha mandato altri ragazzi del campo a lui leali ad intimare ai manifestanti di ritirarsi. Con successo, perché tutti sapevano chi li aveva mandati ed il suo potere.
Spesso sono le stesse forze di sicurezza palestinesi a reprimere, direttamente o indirettamente (fornendo informazioni ad Israele, ad esempio), le pratiche di resistenza dei palestinesi, in collusione con Israele, come è stato stabilito con gli Accordi di Oslo. Il controllo della popolazione locale e la repressione delle forme di resistenza a Israele hanno un’importanza centrale per il mantenimento delle posizioni di potere degli attori che sono a capo dell’Autorità palestinese, come, in primis, Mājid Faraj, il capo dell’intelligence palestinese in Cisgiordania, il quale detiene il controllo de facto della Cisgiordania (più che Maḥmūd ‘Abbās, detto Abū Māzen, che mantiene piuttosto un ruolo rappresentativo di fronte alla comunità internazionale). Infatti, la posizione di potere di chi assume la guida dell’Autorità palestinese dipende dal consenso delle autorità coloniali israeliane, che viene concesso solo a condizione che qualsiasi forma di resistenza, spontanea o organizzata, venga repressa.

Faraj e il suo entourage sfruttano le relazioni di collusione con Israele per colpire i propri oppositori, come persone leali ai partiti politici rivali di Fataḥ – tra i quali Ḥamās (dichiarata illegale dall’Autorità palestinese) e il Movimento per il Jihad islamico (al-Ǧihād al-islāmī) – ma anche per colpire gli attori politici appartenenti al partito Fataḥ che minacciano la loro posizione. Tra questi, emerge in particolare Moḥammed Daḥlān, che compete con Abū Māzen e Faraj per il controllo del territorio e delle istituzioni dell’Autorità palestinese. Come Abū Māzen, questo attore politico appartenente al partito di Fataḥ un tempo era al fianco di Arafat e, con l’istituzione dell’Autorità palestinese, aveva assunto incarichi importanti (prima come capo della Sicurezza Preventiva nella Striscia di Gaza e poi cariche ministeriali).  Quando i suoi interessi sono entrati in conflitto con quelli del successivo presidente Abū Māzen, che per questo aveva tentato di arrestarlo, è andato a vivere negli Emirati Arabi.
Come è ben risaputo dall’Autorità palestinese e dalle Nazioni Unite, Daḥlān sostiene gruppi di combattenti nel Nord della Cisgiordania (in particolare nelle città e nei campi rifugiati di Nablus, Tulkarem e Jenin), così come i combattenti di Ḥamās e del Movimento per il Jihad islamico nella Striscia di Gaza, e finanzia l’acquisto di armi provenienti illegalmente da Israele e dalla Giordania. Il suo intento è di destabilizzare l’autorità di Faraj e del suo entourage allo scopo di affermare la sua posizione come potenziale successore di Abū Māzen. Per raggiungere questo obiettivo Daḥlān sfrutta le condizioni di povertà in cui si trova, in particolare, la popolazione nel Nord della Cisgiordania, per cooptare giovani palestinesi attraverso l’offerta di denaro in cambio della loro mobilitazione armata contro Israele. In questo modo Daḥlān non solo si assicura il sostegno popolare di molti palestinesi nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, stanchi dei soprusi dell’esercito israeliano, ma mostra anche il suo potere di mobilitare o di trattenere le pratiche di resistenza in queste zone della Palestina.
Queste dinamiche portano alla diffusione di armi che cadono in mano a giovani palestinesi spesso inesperti e disorganizzati, la cui resistenza generalmente non influisce in modo determinante sulla lotta contro l’occupazione militare sionista, ma provoca invece estreme misure di rappresaglia, come la devastazione dei campi rifugiati dai quali proviene la maggior parte dei combattenti.
Nel corso di questa competizione politica, nel tentativo di mantenere il precario controllo della parte settentrionale della Cisgiordania e di contrastare il potere di Daḥlān, anche Faraj finanzia e sostiene indirettamente ed in modo celato gruppi di combattenti, con il potenziale rischio che possano innescarsi scontri armati tra le due fazioni. Sullo sfondo, le autorità militari israeliane alimentano e avvallano queste dinamiche che favoriscono il successo della strategia politica israeliana di dividere e imperare.
Nel frattempo, mentre i palestinesi in Cisgiordania pagano il prezzo di questi giochi di potere e quelli nella Striscia di Gaza vengono decimati dalle bombe israeliane, il progetto coloniale sionista continua. Durante le notti del 7 e dell’8 luglio, dalle loro case i palestinesi in Cisgiordania hanno visto gli abitanti delle colonie israeliane vicine festeggiare quello che il Ministro delle Missioni Nazionali israeliano, Orit Strock, ha definito come “un miracolo”, ovvero la legalizzazione di cinque nuove colonie in Cisgiordania: Evyatar (a nord), Sde Efraim e Givat Asaf (nel centro), e Heletz e Adorayim (nel Sud della Cisgiordania).

Anita De Donato

 

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