“Delle pene senza delitti”, viaggio nell’inferno di Corelli

Presentati due esposti che chiedono il sequestro preventivo del Cpr.

Chiunque sia dotato di un cuore e di un minimo di umanità non può non commuoversi e provare vergogna di fronte a film e serie che documentano la condizione degli schiavi nell’America dell’Ottocento. Allo stesso modo ci indigniamo per gli abusi quotidiani dei vari organi di polizia degli States contro le minoranze. Molto più difficile invece, per molti, indignarsi per la presenza qui e oggi, ai margini della nostra metropoli “cosmopolita e progressista” di un luogo mostruoso come via Corelli. Del resto le ingiustizie, si sa, più sono lontane dall’occhio dell’osservatore (nel tempo e nello spazio) più vengono viste con chiarezza. Quando invece sono di fronte ai nostri occhi scattano spesso mille distinguo. Non si può che tremare per il giudizio (sicuramente impietoso) che darà la storia tra cento anni sul trattamento inumano che abbiamo riservato ai migranti in questa epoca buia. L’unica, amara, consolazione è che, come sempre, in qualsiasi epoca storica, qualcuno si è opposto alle barbarie.

Non si possono che provare questi sentimenti leggendo con attenzione “Delle pene senza delitti – Istantanea del CPR di Milano” il report dell’accesso effettuato il 5 e il 6 giugno di quest’anno dei senatori De Falco (sì, proprio lui, quello del celebre “Torni subito a bordo Schettino!”) e Simona Nocerino accompagnati da alcune attiviste della rete NoCpr all’interno di quel vero e proprio buco nero del diritto che è il Centro di Permanenza e Rimpatrio di via Corelli (già CPT e poi CIE).

Già la frase introduttiva delle 90 pagine di dossier è chiarissima:

“Quando tra carenze di gestione, problemi strutturali, scaricabarili e politiche insensate, sono i diritti fondamentali e la dignità della persona a pagare il prezzo dell’accettazione sociale della detenzione amministrativa e della deportazione di esseri umani in ragione della loro provenienza geografica”.

Il primo elemento che balza all’occhio è il misto di indifferenza e fastidio con cui è stata vissuta l’ispezione dai vari organi istituzionali coinvolti con dinieghi, reticenze e risposte negative a fronte di molte delle richieste poste dalla delegazione.

Assenti i responsabili dell’ente gestore e assenti per lunghe ore anche delle figure mediche all’interno del centro.

Un altro elemento che salta subito all’occhio a una lettura attenta è che, nei giorni dell’ispezione, a fronte della presenza all’interno del CPR di circa 45 trattenuti (e già la parola circa la dice lunga sulla trasparenza delle procedure), tra l’altro non divisi tra richiedenti asilo e provenienti dalle carceri come prescriverebbe il regolamento interno, erano presenti all’interno del centro 2/3 operatori, 1/2 infermieri e per lunghissimo tempo nessun medico. Come contraltare alla quasi totale assenza di figure “civili” e di sostegno e aiuto, all’interno e all’esterno della struttura erano presenti ben una cinquantina di uomini in divisa tra Polizia, Esercito e Vigili del Fuoco. Insomma, un numero superiore di “guardiani” rispetto ai trattenuti. Il che la dice lunga sulla concezione repressiva e punitiva che sta dietro alla struttura di Corelli.

Ancora prima di entrare nel centro, passando per la sala di controllo dell’impianto delle videocamere, la delegazione assiste alla seguente scena che riportiamo per intero:

“In particolare sono state rivolte alcune domande agli addetti ai sistemi di videosorveglianza nei primi minuti dell’accesso, allorché accedendo alla sala dei monitor si è vista ripresa in uno di essi la scena di una persona (poi rivelatasi A.O.) nel cortile di uno dei settori, che praticava atti di autolesionismo e alzava le braccia, mentre in un altro monitor era visibile un gruppo di agenti in tenuta antisommossa che si
stava dirigendo verso tale cortile, quando al cenno di un altro agente, verosimilmente loro superiore in grado, veniva fermato e rimandato indietro”.

Vengono successivamente segnalati gli aspetti problematici (per usare un eufemismo) nella gestione del centro.

Tra questi:

-Carenze nei registri e nelle procedure relative alla gestione della struttura.

-Mancanza di un protocollo tra Prefettura e ASL per la tutela della salute dei trattenuti.

-Sostanziale assenza di personale civile all’interno del CPR e con questo si intendono: operatori, infermieri, medici, psicologi, mediatori linguistici e così via.

Il tutto in un continuo scaricabarile di responsabilità tra l’ente gestore e la Prefettura con l’ente gestore che, probabilmente per tutelarsi iniziando a sentire “puzza di bruciato”, ha segnalato più volte l’aumento esponenziale della sofferenza psichica e psichiatrica all’interno delle strutture e i continui atti di autolesionismo.

Nel buco nero di via Corelli non vi è pressoché alcuna assistenza verso i tossicodipendenti né alcun protocollo di gestione per affrontare i frequenti scioperi della fame messi in atto dai trattenuti.

I citofoni di chiamata o sono rotti o non vengono ascoltati tanto che, come da “tradizione carceraria”:

“L’unico metodo per attirare l’attenzione, e che abbiamo sperimentato essere quello in uso corrente, è quello di sferrare calci e pesanti colpi alla porta di ferro, che così produce un suono assordante. Ma la prassi è talmente frequente che è inimmaginabile che possa essere distinto il suono di effettivo allarme da un suono di semplice necessità, ad esempio, di voler interloquire con qualche operatore all’esterno del settore”.

Un velo pietoso va steso anche sulla qualità del cibo (a differenza dei detenuti nelle carceri i trattenuti non possono cucinarsi alcunché), sulla possibilità di comunicare con l’esterno che rende impossibile il diritto alla difesa e sulla qualità della pulizia e dei servizi igienici.

A pagina 63 del rapporto inizia la raccolta di ventidue vicende personali di alcuni “ospiti” del centro.

Storia di umanità varia. Di speranza di riscatto e di una vita migliore. Di fallimenti. Di povertà e solitudine. Su ognuna di queste storie personali si potrebbe tranquillamente scrivere un libro o la sceneggiatura di una serie di quelle che tanto piacciono al giorno d’oggi. Consigliamo la lettura diretta delle testimonianze di quest’umanità dolente che abbiamo quasi dimenticato.

C’è poi il racconto dei fatti del 25 maggio 2021 dove, a seguito dei malumori suscitati dall’ennesimo giorno di mancanza di biscotti per la colazione e dopo un diverbio con dei poliziotti, una squadretta in tenuta antisommossa sarebbe entrata all’interno della mensa dando il via a un pestaggio di massa. Le testimonianze raccolte sembrano sulla vicenda sembrano essere univoche e concordanti. Da segnalare anche la presenza di diversi referti medici che testimoniano ferite a danno dei trattenuti. Il CPR di via Corelli è del resto stato epicentro di rivolte e tentativi di fuga documentati anche da MiM con costante intervento di agenti in assetto antisommossa. I fatti di maggio non dovrebbero dunque destare alcuna sorpresa.

Le conclusioni sono amarissime e, tra l’altro mettono in serio dubbio, tra le altre cose, l’efficienza repressiva di strutture come i CPR.

Ci sembra giusto citare due stralci significativi delle parole di De Falco:

“…quasi tutte sono persone che vivono in Italia da anni, a volte anche da diversi decenni, con famiglie, attività, lavori anche ben radicati. Spesso si tratta di persone con un lungo passato di regolarità, che per un accidente (perdita del lavoro, un incidente menomante o una denuncia) hanno poi perso il proprio permesso di soggiorno”.

E poi ancora:

“La netta impressione è che il Centro di Permanenza per il Rimpatrio di via Corelli sia un lazzaretto su una zattera alla deriva, sulla quale sono state lasciate persone private, oltre che della libertà personale, anche di una tutela sanitaria degna di tal nome”.

Come riportavamo ieri, a seguito dell’ispezione e del report, sono stati presentati due esposti alla Procura di Milano contro la struttura detentiva di via Corelli: uno per tortura e uno per abuso d’ufficio. Vedremo se il tutto finirà del dimenticatoio e se, la minaccia di un’inchiesta giudiziaria, porterà a qualche cambiamento.

Mentre la sinistra cosmopolita e progressista che amministra la metropoli continua a tacere di fronte a uno scempio del genere (ma del resto, se dobbiamo ringraziare qualcuno per la riapertura di questi luoghi mostruosi è l’ex-Ministro dell’Interno del PD Marco Minniti) l’unica certezza che si fa strada è che bisognerà tornare a “far casino” in piazza contro questa mostruosità. L’unico modo per farsi ascoltare nel nostro sventurato paese.

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