Cittadinanza. La storia di un diritto negato

Per capire al meglio il referendum sulla cittadinanza, uno dei quesiti referendari che di voteranno l’8 e il 9 giugno, è necessario partire dall’inizio di questa storia.
Facciamo un salto temporale di esattamente 160 anni, e arriviamo a pochi anni dopo l’unificazione d’Italia: la
Legge n. 555 del 13 giugno 1865 fu la prima legge organica sulla cittadinanza, e sanciva il principio dello ius sanguinis (diritto di sangue).
Si stabiliva che i figli di cittadini italiani – anche se nati all’estero – fossero italiani, ma non si prevedeva una chiara regolamentazione per coloro che nascevano nel territorio italiano da genitori provenienti da altri regni o nazioni. Questo avrebbe aiutato a comporre quell’identità nazionale fondamentale per il mantenimento del neo-nato Stato italiano, e un rafforzamento di ideologie di purezza atte a giustificare la corsa alla colonizzazione che intraprenderà anche l’Italia da lì a pochi anni.
L’Italia iniziò la sua avventura coloniale nel 1880, con l’acquisizione dell’Eritrea, un territorio sulla costa del Corno d’Africa. Nel 1882, l’Italia ottenne il protettorato sull’Eritrea attraverso un accordo con l’Impero ottomano, e nel 1890 proclamò ufficialmente la colonia.
Nel frattempo, l’Italia iniziò a interessarsi anche alla Somalia, che si trovava divisa tra vari poteri locali e le potenze europee. A partire dal 1889, l’Italia ottenne un protettorato sulla Somalia del sud, creando un’altra colonia, che divenne ufficialmente la “Somalia italiana” nel 1908.
Nel
1912 la nuova legge sulla cittadinanza rappresentò un passo importante per l’instaurazione dello stato nazionale italiano; questa legge rimase in vigore fino a quando non fu sostituita dalla legge n. 91 del 1992.
Sostanzialmente, rimarcava il principio dello
ius sanguinis e definiva i criteri di perdita della cittadinanza. In questo particolare momento storico per l’Italia ancora acerba, con il primo conflitto mondiale in corso e alle prese con l’occupazione della Libia (sottratta in guerra agli ottomani), rafforzare idealmente e politicamente il concetto di cittadinanza legato alla razza è quasi fondamentale.
I diritti politici vengono legati alla cittadinanza italiana, che può essere tolta in particolari casi. Ad esempio, se una donna italiana si univa in matrimonio a un uomo con altra cittadinanza, la cittadinanza veniva revocata a lei e a tutta la sua discendenza. Ci sono voluti anni prima che questa legge profondamente razzista che discriminava le cosiddette
coppie miste, venisse abrogata.
Non parleremo del numero indefinito di bambini e bambine nati nelle colonie italiane a causa di stupri e violenze di guerra da parte dell’esercito italiano, ignorati dalla storia e dalle legislazione in materia di riconoscimento dei diritti; il tempo delle lotte per i diritti sociali in Italia è ben lontano, perché il Paese dovrà fare i conti con l’avvento del fascismo e della seconda guerra generalizzata che definirà gli Stati Nazionali che oggi conosciamo. Una guerra che, guardandola sempre dalle lente di chi mette in crisi l’ideologia ultra nazionalista di destra anche solo con la propria presenza, contribuirà alla discriminazione e alla criminalizzazione di chi sta fuori dall’identità unica, una razza unica, una lingua unica, una religione unica.

Con l’avvento del regime fascista, le leggi sulla cittadinanza furono modificare per riflettere la visione autoritaria e nazionalista del regime. In particolare, la Legge n. 237 del 1926 stabilì che tutti i cittadini italiani fossero considerati anche “italiani di razza”, e estese questo concetto anche per i figli/e purosangue italiani nati all’estero. Nel periodo in cui la legge venne applicata, infatti, un gran numero di italiani emigrarono all’estero, specialmente in America, e molti di loro, attraverso la legge del 1926, fecero in modo che i loro discendenti acquisissero la cittadinanza italiana.
Nel periodo fascista, l’Italia aveva stabilito colonie in
Libia, Eritrea, Etiopia, Somalia e altre aree.
Mentre i figli di italiani nati all’estero (fuori dalle colonie) potevano acquisire la cittadinanza italiana per
ius sanguinis, nelle colonie italiane il governo fascista cercava di mantenere un controllo diretto attraverso l’uso della cittadinanza come strumento di dominio e di identificazione razziale. In sostanza, la politica di differenziazione tra italiani della penisola e sudditi nelle colonie ha instaurato definitivamente – tra le altre cose – l’associazione del diritto di cittadinanza a un suprematismo razziale italico che legittimasse lo schifo e la ferocia portata avanti nelle colonie. Questo non per creare un falso storico per cui i popoli colonizzati dall’Italia avessero desiderio a divenire cittadini italiani, visto che la resistenza partigiana (in particolare in Libia) ha lottato e vinto con chiari ideali di Liberazione dagli occupanti italiani. Ma per dare un quadro delle risposte giuridiche che l’Italia ha messo in campo intorno al tema della cittadinanza legandolo sempre più all’idea della razza.
Con la sconfitta del fascismo e la fine del regno d’Italia, nasce nel 1946 la Repubblica Italiana, e le avventure coloniali italiane si interrompono progressivamente. La nuova
Costituzione del 1948 sancì sulla carta i principi democratici e di uguaglianza, ma la cittadinanza rimase regolata dalla legge del 1912.
Bisognerà fare un salto in avanti di 44 anni, e arrivare al 1992.

La Legge n. 91 del 5 febbraio 1992, cercò di mettere ordine e di affrontare una realtà moderna sempre più multiculturale. Venne mantenuto il principio dello ius sanguinis come fondamento della cittadinanza italiana, venne introdotto un sistema di “naturalizzazione” per gli stranieri che risiedevano legalmente in Italia da almeno 10 anni e venne regolamentata l’acquisizione della cittadinanza ai figli/e di cittadini stranieri nati sul territorio.
Insomma, se nei 30 anni prima l’Italia aveva avuto bisogno di manodopera per sostenere la crescita industriale, ed è divenuta una destinazione per lavoratori e lavoratrici provenienti principalmente dal
Marocco, Algeria, Tunisia e Egitto ma anche da paesi dell’ex URSS, non è stata in grado di raccogliere l’avanzamento di queste scelte.
Con il passare del tempo e del normale ciclo della vita, questi lavoratori e lavoratrici hanno fatto figli, e questi figli hanno iniziato a riempire i banchi di scuola, i parco giochi e le strade.
A 164 anni dalla creazione dell’identità italica, a 140 anni dalla calata dei soldati italiani in Libia, Eritrea, Etiopia, Somalia e città di altri paesi, con la conseguente violenza sulle donne locali e la nascita di un numero indefinito di bastardi senza diritti,
a 33 anni dall’ultima legge sulla cittadinanza approvata in Italia, quei bambini/e nati in Italia da genitori con documenti extra-UE sono diventati adulti. La Seconda Generazione è diventata una questione da affrontare, dividendo un tema profondo in due poli contrapposti ma in egual modo pericolosi e controproducenti: da una parte chi si continua ad ergere a difensore dell’identità nazionale e dall’altra chi spinge per un’assimilazione, un’accoglienza del simile.
Entrambe queste posizioni non considerano la cittadinanza come un tema slegato dalla razza, ponendo una questione di diritti come una concessione a chi rispetta determinati requisiti. A livello legislativo – e prettamente burocratico – oggi è esattamente cosi. Ci sono
tre modi per ottenere la cittadinanza:
se
nasci in Italia da genitori con cittadinanza extra-UE, devi sperare che i tuoi genitori riescano a mantenere la residenza abitativa, un reddito minimo e una copertura economica necessaria a rinnovare per 18 anni il tuo permesso di soggiorno legato al loro;
L’altro modo è che i genitori riescano a sostenere economicamente i costi di una richiesta di cittadinanza per
residenza, mantenere una casa per 10 anni consecutivi, presentare la domanda e aspettare dai 2 ai 4 anni per la risposta del ministero degli interni;
Infine si può ottenere la cittadinanza in tempi rapidi
sposando una cittadina o un cittadino italiano, senza distinzione di sesso certo, ma mantenendo fermamente la distinzione di razza. Non solo; le cosiddette coppie miste subiscono controlli di polizia che superano il limite del rispetto umano, entrando nell’intimità degli sposi fino a raggiungere livelli che definirei perversi. Entrano in casa all’alba per controllare se c’è una condivisione del letto, controllano armadi e cassetti privati, pongono domande personali e si sa che sono lì per mettere in dubbio un amore tra due persone rese diverse dalla legge.
Ma per tornare al torto inferto ai figli/e di stranieri che nascono in Italia,
bisogna che io descriva brevemente che cosa vuol dire nascere senza la cittadinanza del paese in cui sei stata partorita.
Avere un permesso di soggiorno da aggiornare quasi annualmente è già di per sé qualcosa che si potrebbe evitare a un bambino. Questo perché il permesso di soggiorno è un documento che si aggiorna in questura, obbligando un minore ad interfacciarsi con un luogo che normalmente si occupa di reati, sicurezza, crimini e quant’altro. Non parlerò di come la polizia si rapporta al cittadino straniero dentro quei locali, della sfacciataggine, dei deliri di onnipotenza di fronte alla possibilità di agire drasticamente sulle nostre vite; non parlerò neanche di tutti i giorni di scuola che si saltano per questi rinnovi, delle domande che si pone una bambina mentre al posto del caos di una classe si trova dentro il silenzio assordante di una questura piena di gente fuori e dentro.
Proverò invece a elencare ciò che non si può fare, da bambina e adolescente, se non ti viene concessa questa maledetta cittadinanza: non puoi partecipare a gite all’estero perché la tua carta d’identità non è valida per l’espatrio, non puoi partecipare a competizioni scolastiche sportive o culturali certificate, non hai accesso a borse di studio, non puoi dare l’esame di maturità, non puoi iscriverti in università, non puoi votare. Insomma, non puoi autodeterminarti e sai di non avere totale controllo delle tue scelte di vita, perché la propria volontà si scontra con il muro che lo Stato ha deciso di tirare su per separarci da chi nasce nel pieno di diritti. E questo muro è talmente alto che oggi non ci si accorge nemmeno della fortuna di possedere un passaporto di colore rosso e non verde come è stato il mio, fino ad arrivare a non sentire che di fronte alle sfide quotidiane della vita, la legge ci pone in posizioni di partenza differenti: Favorevole per i cittadini italiani, sfavorevole per i detentori e le detentrici di permessi di soggiorno.

Quello che succederà l’8 e il 9 giugno sarà riformare la legge sulla cittadinanza del 1992, andando a toccare una piccola parte di questa;
Più precisamente, viene affrontato uno dei requisiti per ottenere la cittadinanza per residenza, abbassando da 10 a 5 anni il periodo di residenza storica necessaria
per poter avanzare la domanda di cittadinanza italiana. Questo referendum tocca di striscio la condizione dei figli/e di cittadini extra-ue che nascono in Italia, perché mantiene saldo il principio di ius sanguinis, mantiene il requisito del reddito e la discrezionalità – da parte del Ministero degli Interni – di avere l’ultima parola sull’approvazione o meno della richiesta di cittadinanza.
Insomma, mantiene l’idea che la cittadinanza debba continuare a essere una concessione, affiancata all’ideologia per cui l’identità è unica e passa solo attraverso il sangue, non guarda in faccia ai diritti, e soprattutto a una società in continua e irrefrenabile evoluzione.
Certo, una volta ottenuta la cittadinanza dopo 5 anni di residenza e non più 10 (non si calcola il periodo di attesa della risposta della domanda, mediamente di altri tre anni) i genitori potranno trasmetterla automaticamente ai propri figli e alle proprie figlie minorenni.
Questo, secondo le stime dei promotori del referendum per la cittadinanza, influirebbe sulle vite di circa 2.500.000 di persone che vivono in Italia che riuscirebbero, da qui a circa 5/7 anni di diventare Nuovi cittadini.
E’ certo che questo referendum, dopo 33 anni di leggi sull’immigrazioni e decreti-sicurezza che hanno complicato – tra le altre cose – la legge sulla cittadinanza ferma al 1992, ci dà la possibilità di fare del diritto di cittadinanza una battaglia reale e non più ideologica e legata alla propaganda di partiti che non hanno nessun interesse a preoccuparsi di chi, in primis, non vota; e soprattutto di chi, nella propria diversità e differenza, spacca l’imposizione secolare di una nazione composta da un’unica identità bianca, cristiana e maschia.
Questa battaglia per il diritto alla cittadinanza deve uscire dai palazzi del potere, deve essere strappata dalle mani della propaganda politica e messa a terra, contestualizzata nei luoghi reali; a partire dal confronto nelle scuole dove si creano i più grandi cortocircuiti causati da questa legge ingiusta, fino alle battaglie per il diritto alla casa, a un contratto di lavoro dignitoso e a un reddito per tutte e tutti.
Senza questi presupposti, la legge rimane legge e la vita reale si scontra con le solite contraddizioni.
Non si tratta di
naturalizzare ma di riconoscere, non si tratta di integrare ma di interagire, e non si tratta di uno strano fenomeno ma di un corso naturale della storia.
Anche se molti di noi non potranno farlo, chi ce l’ha fatta ad ottenere questo diritto dovrà andare a votare e convincere altri e altre a farlo.
Mettetevi bene in testa che ci sono persone nate qui che hanno l’italiano come madrelingua, studiano a scuola la storia di questo paese e si fanno pure sfruttare da questa Italia, ma che l’8 e il 9 giugno non potranno votare per il referendum che parla di loro e che potrebbe cambiare le loro vite solo perché non hanno un pezzo di carta che viene rilasciato dalle prefetture.
E mettiamoci bene in testa che se vinceremo, e sono sicura che potremmo farcela, non sarà una vittoria definitiva ma estremamente parziale.
Dobbiamo lottare per sottrarre il diritto di cittadinanza alle questure e rendere amministrativa una procedura che dovrebbe essere tale, per evidenziare la responsabilità delle amministrazioni comunali di fronte alle mancanze abitative, la responsabilità del governo e dei sindacati venduti di fronte al peggioramento delle condizioni di lavoro, consapevoli che per il cittadino extra-UE questi fattori rappresentano requisiti fondamentali per non diventare clandestino e quindi, per legge, illegale e espellibile dal territorio in molti casi.
Puntiamo allo IUS SOLI, il diritto di cittadinanza per tutti coloro che nascono su questo territorio, e se arriveremo un po’ più in basso non sarà male. Perché checché se ne dica, la società italiana è già cambiata e come sempre la democrazia a misura del soldo continuerà a fingere che non sia così, ma siamo già milioni.

Nassi LaRage

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